CAPITOLO OTTO-2

1505 Parole
Ciò mi sorprese. «Impaurito di cosa?» «Di fallire nel suo compito. Credo che veda molto di se stesso in te, Nazafareen. Tiene molto a te.» Raccolsi una scopa e cominciai a spazzare la stalla più vi­cina per nascondere la confusione. Era possibile che Ilyas fos­se geloso? Il pensiero non mi aveva mai attraversato la mente. Mi aveva sempre trattato come una sorella. Ma allora ero una ra­gazzina mentre adesso avevo quasi diciannove anni. Ilyas era più grande solo di qualche anno. Non lo avevo mai visto con una ragazza, nonostante non fosse proibito. I Water Dog non erano magi. Potevano fare come volevano, fino a quando erano sufficientemente discreti, non si sposavano e tenevano le mani lontane dall’harem. Per i daeva la situazione era diversa, naturalmente. I ma­gi avevano spiegato che a loro non era permesso avere rela­zioni sessuali perché avrebbero potuto portare a delle nascite, e solo il Re decideva quanti nuovi daeva sarebbero potuti ve­nire al mondo in un dato anno. Tutto era strettamente con­trollato. «Non ho niente da nascondere», dissi. «E io ti credo. Assicurati solo che lo faccia anche Ilyas.» «Farebbe del male a Darius?» domandai. «Se pensasse… che stessimo compiendo irregolarità?» «Non lo so. Ma se tieni in qualche modo al tuo daeva, lo proteggerai tenendotene alla larga.» Annuii, sentendomi scontenta ma rassegnata. A parte le fan­tasie su Darius senza maglia, sapevo che l’intera cosa era co­munque ridicola. Per quanto riguardava Ilyas, ero lusingata che fosse interessato a me, ma i suoi sentimenti non erano corrispo­sti. Era il momento di tornare alle origini: prendermi cura della mia vendetta contro i non-morti. Solo perché Ashraf aveva smesso di mostrarsi nei miei sogni, non voleva dire che si fosse dimenticata di me. E, per dirla tutta, era lei che non desideravo davvero far arrabbiare di nuovo. * * * «E così stai rinunciando ai maschi di tutte le specie?» do­mandò Tijah quando quella notte ci trovammo da sole. Le ave­vo appena raccontato la giornata. «Sembra noioso.» «Abbastanza.» «Ilyas è un cazzomerda», sentenziò lei. Risi nel cuscino. Tijah parlava correttamente l’aramaico, no­nostante fosse la sua seconda lingua. Ma, quando impreca­va, tendeva a unire le parolacce insieme senza curarsi del si­gnificato o dell’ordine. «Tommas dice che le sue intenzioni sono buone.» «Povero Tommas. Guardalo. Sembra una moglie maltrat­tata.» Osservai l’oscurità. «Lo so. Non è giusto.» «Un giorno reagirà e strapperà la testa di Ilyas. E anche le sue palle.» «Sono sorpresa che non lo abbia già fatto.» «Quel cazzomerda è fortunato a stare qui invece che a Tel Rasul. Hai sentito cosa è successo?» Mi misi su un fianco in modo da vederle il volto alla luce della luna. «No, cosa?» «C’è stata una specie di ribellione tra i Water Dog. L’hanno soffocata, ma sono morti due daeva e uno degli uomi­ni legati.» «Una ribellione?» Mi misi a sedere. «Di che tipo?» «Non ne sono sicura. Zohra dice che due Water Dog sta­vano progettando di fuggire e hanno provato a convincere gli altri a unirsi a loro. Quando si sono rifiutati, c’è stata una bat­taglia nei dormitori. Alla fine i soldati del satrapo hanno dato fuoco all’edificio.» «Sacro Padre.» «Zohra crede che stessero provando a fuggire verso il re bar­baro.» «Ma perché dovrebbero fare una cosa del genere?» «Davvero non conosci la risposta? Andiamo, Nazafareen. Credi che ai daeva piaccia il legame? A te piacerebbe, se fossi al posto loro?» «Immagino di no», dissi, a disagio. «Li usiamo perché dobbiamo. Non c’è scelta. I magi dico­no che è la volontà del tuo Sacro Padre, ma io penso sia la vo­lontà del Re. Ed è così che funzionano le cose, ragazza noma­de. Il vincitore crea le regole. Ma non significa che dureranno per sempre. Niente lo fa.» * * * Tranne per quando eravamo di pattuglia, Darius e io ci in­contrammo poco, dopo quell’episodio. Il suo compito era di la­vorare ai giardini e talvolta lo vedevo da lontano mentre uti­lizzava una vanga con una mano sola o potava le rose. Doveva sentire la mia presenza, ma non si voltava mai. Eppure, sapevo quando era affamato, stanco o inquieto. Quando si pungeva un dito su una spina o quando riceveva un colpo duro alle co­stole durante l’allenamento. Mi mancava il suono della sua voce. I suoi rari sorrisi, che ora erano del tutto inesistenti. Avremmo vissuto il resto delle nostre impossibilmente lunghe esistenze così, consape­voli dei dettagli più intimi e al tempo stesso senza conoscere ogni cosa che contava? Era come il papiro che i magi teneva­no nello studio. Ne ammiravo le scritte fluenti ed eleganti e sospettavo che contenesse i segreti più affascinanti, che però restavano fuori dalla mia portata. Ilyas si calmò una volta accortosi che Darius e io aveva­mo imparato la lezione e, se ancora covava desideri nei miei con­fronti – posto che ne avesse mai provati – non ne dava al­cun segno. Anzi, il giorno del compleanno del Re, diede a tutti noi il permesso di fare una partita di chaugan nel campo di terra vicino al palazzo che il satrapo teneva proprio per quello scopo. Difficilmente avevamo un giorno libero, ma la gloriosa venuta al mondo fisico di Artaxeros II era una tradizionale va­canza per tutto l’impero. Quella notte ci sarebbe stato un ban­chetto al palazzo e i servi avevano preparato i piatti per gior­ni, portando barili di eccellente vino Ramian e ogni tipo di squisi­tezza per la tavola del satrapo. Era un goloso e predilige­va piatti come struzzo ripieno e candito, cosa che probabil­mente giustificava la sua impressionante circonferenza e la sua abbon­danza di denti d’oro. Avevo assistito a molti scontri tra i soldati di Jaagos pri­ma, ma non avevo mai provato a giocare in prima persona. Era uno sport brutale, veloce e senza regole. Ferite gravi non erano in­solite. Il Re stesso ne era appassionato e aveva persino manda­to una lettera provocatoria a Eskander suggerendogli di giocare a chaugan invece di fare la guerra. Aveva anche inclu­so il dono di una palla insieme al messaggio (una frecciatina rivolta all’età del re barbaro) a cui Eskander a quanto pareva aveva re­plicato dicendo che la sfera rappresentava la Terra, che lui in­tendeva tenere nel palmo della mano. Darius sosteneva che quello sport fosse stato inventato dai nomadi, così mi sentii abbastanza spavalda quando otto di noi Water Dog si allinearono sul campo dopo la colazione. Era lungo quasi cento metri, con due pali di pietra a ogni estremi­tà messi a due metri e mezzo di distanza. Le squadre erano com­poste da Darius e me, Tijah e Myrri contro Zohra e Beh­rouz e i loro daeva. Cavalcavamo tutti su una doppia sella e persino i cavalli si guardarono con circospezione quando Tommas fece rotolare la prima palla tra di noi. Il daeva di Zohra era un uomo magrissimo con profondi occhi neri chiamato Cyrus. Gli mancava un orecchio e teneva i capelli lunghi per coprirlo. Il daeva di Behrouz, Rasam, aveva la schiena storta e indossava un corsetto di cuoio sotto la tuni­ca. Erano tutti e due molto bravi e presto Tijah si trovò a im­precare sottovoce mentre loro distruggevano la nostra difesa e segnavano una serie di punti. Ero una cavallerizza provetta, ma centrare una piccola palla di legno con un mazzuolo senza colpire il cavallo o Da­rius si rivelò più difficile di quanto sembrasse. «Non puoi semplicemente aiutarmi un po’ con l’aria?» bor­bottai mentre miravo alla palla e la mancavo del tutto. Di nuovo. Il cavallo nitrì, chiaramente scontento di quanto il ba­stone di legno fosse arrivato vicino al suo muso. «Stai suggerendo di imbrogliare, Nazafareen?» mi do­mandò Darius innocentemente. «Si chiama imbrogliare solo se vieni beccato.» Darius rise. «Be’, lo saremmo. I daeva riescono ad avver­tire il potere, sia che lo stiano utilizzando loro stessi o meno.» Darius stava cavalcando tenendosi solo con le ginocchia visto che portava il mazzuolo nella mano destra e la sinistra era inutile. «Bene.» Alzai gli occhi al cielo. «Sacro Padre, so che sei un fermo sostenitore dell’umiliazione, ma ti prego di non la­sciarmi sfigurare permanentemente me stessa o altri oggi. Special­mente non il cavallo.» La notte precedente aveva piovuto e, nel giro di pochi minuti, indossavamo un generoso mantello di fango. Tijah, che era di indole competitiva, a un certo punto fu così arrab­biata che cavalcò direttamente contro Behrouz e finì a terra sulla schiena. Per quanto mi riguardava, una volta accettata la disfat­ta come inevitabile, decisi di godere della rara occasione di tra­scorrere del tempo con il mio daeva. Darius era di buo­numore, per una volta. Cavalcammo su e giù lungo il campo, esultando per le piccole vittorie e ululando quando i nostri av­versari se­gnavano. Durante la pausa stavo condividendo dell’acqua con Da­rius, sentendomi confusa e accaldata e più felice di quanto non fossi stata da parecchio tempo, quando Ilyas galoppò fino a noi. I suoi occhi grigi ci osservarono con disapprovazione e stavo per ricordargli che era stato lui a darci il permesso di es­sere lì, ma le sue parole furono una sorpresa. «È appena arri­vato un messaggero. Mezzo morto, inseguito da un branco di Druj fino ai cancelli della città. Veniva da Gorgon-e Gaz.» Qualcosa si accese in Darius a quel nome. Io non lo avevo mai sentito prima ed ero abbastanza certa che non fosse sulla cartina nello studio del magus. «Cos’è Gorgon-e Gaz?» domandai. Ilyas guardò Darius. «Diglielo.» L’espressione di Darius non cambiò, ma avvertii il tumul­to in lui. «È dove tengono i più anziani. I primi a essere stati inca­tenati. Molti di loro si trovano lì dalla guerra. È una pri­gione, Nazafareen.» «Perché?» Passai lo sguardo da Ilyas a Darius. «Non ca­pisco. Non hanno aiutato a respingere i Druj?» «Dopo aver combattuto al loro fianco», disse Ilyas, disgu­stato. «Il Profeta sapeva che non ci si poteva fidare di loro. E aveva ragione. C’è stata una fuga. Sei daeva.» «Non è possibile», replicò Darius. «Lo è. Le guardie a cui erano legati li hanno aiutati. C’è stato un massacro. I morti sono più di una dozzina.» Darius e io ci scambiammo uno sguardo, scioccati. «Dov’è questo posto?» domandai. «Mezza giornata a cavallo», rispose Ilyas. «Avvertite gli altri e tornate agli alloggi. Partiamo tra un’ora.» «Allora dobbiamo…» Mi bloccai, di colpo impaurita. Il volto di Ilyas si incupì. «Sì. Dobbiamo catturarli e ri­portarli indietro.»
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI