Ciò mi sorprese. «Impaurito di cosa?»
«Di fallire nel suo compito. Credo che veda molto di se stesso in te, Nazafareen. Tiene molto a te.»
Raccolsi una scopa e cominciai a spazzare la stalla più vicina per nascondere la confusione. Era possibile che Ilyas fosse geloso? Il pensiero non mi aveva mai attraversato la mente. Mi aveva sempre trattato come una sorella. Ma allora ero una ragazzina mentre adesso avevo quasi diciannove anni. Ilyas era più grande solo di qualche anno. Non lo avevo mai visto con una ragazza, nonostante non fosse proibito. I Water Dog non erano magi. Potevano fare come volevano, fino a quando erano sufficientemente discreti, non si sposavano e tenevano le mani lontane dall’harem.
Per i daeva la situazione era diversa, naturalmente. I magi avevano spiegato che a loro non era permesso avere relazioni sessuali perché avrebbero potuto portare a delle nascite, e solo il Re decideva quanti nuovi daeva sarebbero potuti venire al mondo in un dato anno. Tutto era strettamente controllato.
«Non ho niente da nascondere», dissi.
«E io ti credo. Assicurati solo che lo faccia anche Ilyas.»
«Farebbe del male a Darius?» domandai. «Se pensasse… che stessimo compiendo irregolarità?»
«Non lo so. Ma se tieni in qualche modo al tuo daeva, lo proteggerai tenendotene alla larga.»
Annuii, sentendomi scontenta ma rassegnata. A parte le fantasie su Darius senza maglia, sapevo che l’intera cosa era comunque ridicola. Per quanto riguardava Ilyas, ero lusingata che fosse interessato a me, ma i suoi sentimenti non erano corrisposti.
Era il momento di tornare alle origini: prendermi cura della mia vendetta contro i non-morti. Solo perché Ashraf aveva smesso di mostrarsi nei miei sogni, non voleva dire che si fosse dimenticata di me. E, per dirla tutta, era lei che non desideravo davvero far arrabbiare di nuovo.
* * *
«E così stai rinunciando ai maschi di tutte le specie?» domandò Tijah quando quella notte ci trovammo da sole. Le avevo appena raccontato la giornata. «Sembra noioso.»
«Abbastanza.»
«Ilyas è un cazzomerda», sentenziò lei.
Risi nel cuscino. Tijah parlava correttamente l’aramaico, nonostante fosse la sua seconda lingua. Ma, quando imprecava, tendeva a unire le parolacce insieme senza curarsi del significato o dell’ordine.
«Tommas dice che le sue intenzioni sono buone.»
«Povero Tommas. Guardalo. Sembra una moglie maltrattata.»
Osservai l’oscurità. «Lo so. Non è giusto.»
«Un giorno reagirà e strapperà la testa di Ilyas. E anche le sue palle.»
«Sono sorpresa che non lo abbia già fatto.»
«Quel cazzomerda è fortunato a stare qui invece che a Tel Rasul. Hai sentito cosa è successo?»
Mi misi su un fianco in modo da vederle il volto alla luce della luna. «No, cosa?»
«C’è stata una specie di ribellione tra i Water Dog. L’hanno soffocata, ma sono morti due daeva e uno degli uomini legati.»
«Una ribellione?» Mi misi a sedere. «Di che tipo?»
«Non ne sono sicura. Zohra dice che due Water Dog stavano progettando di fuggire e hanno provato a convincere gli altri a unirsi a loro. Quando si sono rifiutati, c’è stata una battaglia nei dormitori. Alla fine i soldati del satrapo hanno dato fuoco all’edificio.»
«Sacro Padre.»
«Zohra crede che stessero provando a fuggire verso il re barbaro.»
«Ma perché dovrebbero fare una cosa del genere?»
«Davvero non conosci la risposta? Andiamo, Nazafareen. Credi che ai daeva piaccia il legame? A te piacerebbe, se fossi al posto loro?»
«Immagino di no», dissi, a disagio.
«Li usiamo perché dobbiamo. Non c’è scelta. I magi dicono che è la volontà del tuo Sacro Padre, ma io penso sia la volontà del Re. Ed è così che funzionano le cose, ragazza nomade. Il vincitore crea le regole. Ma non significa che dureranno per sempre. Niente lo fa.»
* * *
Tranne per quando eravamo di pattuglia, Darius e io ci incontrammo poco, dopo quell’episodio. Il suo compito era di lavorare ai giardini e talvolta lo vedevo da lontano mentre utilizzava una vanga con una mano sola o potava le rose. Doveva sentire la mia presenza, ma non si voltava mai. Eppure, sapevo quando era affamato, stanco o inquieto. Quando si pungeva un dito su una spina o quando riceveva un colpo duro alle costole durante l’allenamento.
Mi mancava il suono della sua voce. I suoi rari sorrisi, che ora erano del tutto inesistenti. Avremmo vissuto il resto delle nostre impossibilmente lunghe esistenze così, consapevoli dei dettagli più intimi e al tempo stesso senza conoscere ogni cosa che contava? Era come il papiro che i magi tenevano nello studio. Ne ammiravo le scritte fluenti ed eleganti e sospettavo che contenesse i segreti più affascinanti, che però restavano fuori dalla mia portata.
Ilyas si calmò una volta accortosi che Darius e io avevamo imparato la lezione e, se ancora covava desideri nei miei confronti – posto che ne avesse mai provati – non ne dava alcun segno. Anzi, il giorno del compleanno del Re, diede a tutti noi il permesso di fare una partita di chaugan nel campo di terra vicino al palazzo che il satrapo teneva proprio per quello scopo.
Difficilmente avevamo un giorno libero, ma la gloriosa venuta al mondo fisico di Artaxeros II era una tradizionale vacanza per tutto l’impero. Quella notte ci sarebbe stato un banchetto al palazzo e i servi avevano preparato i piatti per giorni, portando barili di eccellente vino Ramian e ogni tipo di squisitezza per la tavola del satrapo. Era un goloso e prediligeva piatti come struzzo ripieno e candito, cosa che probabilmente giustificava la sua impressionante circonferenza e la sua abbondanza di denti d’oro.
Avevo assistito a molti scontri tra i soldati di Jaagos prima, ma non avevo mai provato a giocare in prima persona. Era uno sport brutale, veloce e senza regole. Ferite gravi non erano insolite. Il Re stesso ne era appassionato e aveva persino mandato una lettera provocatoria a Eskander suggerendogli di giocare a chaugan invece di fare la guerra. Aveva anche incluso il dono di una palla insieme al messaggio (una frecciatina rivolta all’età del re barbaro) a cui Eskander a quanto pareva aveva replicato dicendo che la sfera rappresentava la Terra, che lui intendeva tenere nel palmo della mano.
Darius sosteneva che quello sport fosse stato inventato dai nomadi, così mi sentii abbastanza spavalda quando otto di noi Water Dog si allinearono sul campo dopo la colazione. Era lungo quasi cento metri, con due pali di pietra a ogni estremità messi a due metri e mezzo di distanza. Le squadre erano composte da Darius e me, Tijah e Myrri contro Zohra e Behrouz e i loro daeva. Cavalcavamo tutti su una doppia sella e persino i cavalli si guardarono con circospezione quando Tommas fece rotolare la prima palla tra di noi.
Il daeva di Zohra era un uomo magrissimo con profondi occhi neri chiamato Cyrus. Gli mancava un orecchio e teneva i capelli lunghi per coprirlo. Il daeva di Behrouz, Rasam, aveva la schiena storta e indossava un corsetto di cuoio sotto la tunica. Erano tutti e due molto bravi e presto Tijah si trovò a imprecare sottovoce mentre loro distruggevano la nostra difesa e segnavano una serie di punti.
Ero una cavallerizza provetta, ma centrare una piccola palla di legno con un mazzuolo senza colpire il cavallo o Darius si rivelò più difficile di quanto sembrasse.
«Non puoi semplicemente aiutarmi un po’ con l’aria?» borbottai mentre miravo alla palla e la mancavo del tutto. Di nuovo. Il cavallo nitrì, chiaramente scontento di quanto il bastone di legno fosse arrivato vicino al suo muso.
«Stai suggerendo di imbrogliare, Nazafareen?» mi domandò Darius innocentemente.
«Si chiama imbrogliare solo se vieni beccato.»
Darius rise. «Be’, lo saremmo. I daeva riescono ad avvertire il potere, sia che lo stiano utilizzando loro stessi o meno.»
Darius stava cavalcando tenendosi solo con le ginocchia visto che portava il mazzuolo nella mano destra e la sinistra era inutile.
«Bene.» Alzai gli occhi al cielo. «Sacro Padre, so che sei un fermo sostenitore dell’umiliazione, ma ti prego di non lasciarmi sfigurare permanentemente me stessa o altri oggi. Specialmente non il cavallo.»
La notte precedente aveva piovuto e, nel giro di pochi minuti, indossavamo un generoso mantello di fango. Tijah, che era di indole competitiva, a un certo punto fu così arrabbiata che cavalcò direttamente contro Behrouz e finì a terra sulla schiena. Per quanto mi riguardava, una volta accettata la disfatta come inevitabile, decisi di godere della rara occasione di trascorrere del tempo con il mio daeva. Darius era di buonumore, per una volta. Cavalcammo su e giù lungo il campo, esultando per le piccole vittorie e ululando quando i nostri avversari segnavano.
Durante la pausa stavo condividendo dell’acqua con Darius, sentendomi confusa e accaldata e più felice di quanto non fossi stata da parecchio tempo, quando Ilyas galoppò fino a noi.
I suoi occhi grigi ci osservarono con disapprovazione e stavo per ricordargli che era stato lui a darci il permesso di essere lì, ma le sue parole furono una sorpresa. «È appena arrivato un messaggero. Mezzo morto, inseguito da un branco di Druj fino ai cancelli della città. Veniva da Gorgon-e Gaz.»
Qualcosa si accese in Darius a quel nome. Io non lo avevo mai sentito prima ed ero abbastanza certa che non fosse sulla cartina nello studio del magus.
«Cos’è Gorgon-e Gaz?» domandai.
Ilyas guardò Darius. «Diglielo.»
L’espressione di Darius non cambiò, ma avvertii il tumulto in lui. «È dove tengono i più anziani. I primi a essere stati incatenati. Molti di loro si trovano lì dalla guerra. È una prigione, Nazafareen.»
«Perché?» Passai lo sguardo da Ilyas a Darius. «Non capisco. Non hanno aiutato a respingere i Druj?»
«Dopo aver combattuto al loro fianco», disse Ilyas, disgustato. «Il Profeta sapeva che non ci si poteva fidare di loro. E aveva ragione. C’è stata una fuga. Sei daeva.»
«Non è possibile», replicò Darius.
«Lo è. Le guardie a cui erano legati li hanno aiutati. C’è stato un massacro. I morti sono più di una dozzina.»
Darius e io ci scambiammo uno sguardo, scioccati.
«Dov’è questo posto?» domandai.
«Mezza giornata a cavallo», rispose Ilyas. «Avvertite gli altri e tornate agli alloggi. Partiamo tra un’ora.»
«Allora dobbiamo…» Mi bloccai, di colpo impaurita.
Il volto di Ilyas si incupì. «Sì. Dobbiamo catturarli e riportarli indietro.»