CAPITOLO OTTO-1

2014 Parole
CAPITOLO OTTO «Vorrei vederlo», dissi, stringendomi le mani nel grembo. «Perché?» Il magus mi scoccò un’occhiataccia. Era invec­chiato nei quattro anni passati da quando lo avevo conosciuto. I suoi capelli castani ora erano striati di grigio e delle rughe gli attraversavano gli angoli della bocca. Ecco cosa succedeva quando una persona non era più legata. Ancora non sapevo perché non avesse preso un altro daeva o come il primo fosse morto e dubitavo che me lo avrebbe mai detto. «Perché ho un blocco e l’unico modo che ho per infran­gerlo è allenandomi con Darius», risposi. «Te ne ho parlato, ricordi?» Lui grugnì. «Un’ora al giorno. Dopo le faccende della se­ra.» «Grazie.» Saltai in piedi, ed ero quasi arrivata alla porta quando il magus parlò di nuovo. «Avverti le sue emozioni molto intensamente, vero?» Mi bloccai. «A volte.» «Non è per tutti così. Alcuni non sentono proprio niente, solo il potere. È più facile per loro mantenere il distacco ne­cessario. Ma il tuo dono è forte. E anche il suo. Attenta a cosa po­tresti ottenere.» «Sì, magus.» Sentii i suoi occhi sulla schiena mentre uscivo dalla por­ta. Dirigendomi verso le stalle, mi domandai se il magus fosse stato uno di quelli come me. Avevo la sensazione di sì, che do­vesse essere molto vicino al suo daeva. Che fosse ancora in lutto. Nell’ora successiva aiutai Tommas a pulire le stalle. Nes­suno di noi parlò molto. Sapevo che anche Tommas era in lut­to, per Abraxas. Ilyas era velocemente tornato al suo vecchio sé – freddo e altezzoso – ma Tommas non sembrava curarse­ne. La sua pazienza con Ilyas pareva senza fine. Decisi che probabilmente non li avrei mai capiti. E non importava, perché avevo avuto abbastanza proble­mi a comprendere il mio daeva. Doveva sapere che stavo arrivando, ma si incupì lo stesso quando mi vide. Ombre scure rendevano i suoi occhi di un az­zurro ancora più vivido. Erano passati tre giorni dalla caduta, tre giorni da quando la sua colonna vertebrale si era spezzata, eppure era mezzo seduto, appoggiato su un cumulo di cuscini. «Nazafareen, cosa ci fai qui?» «Ho il permesso», risposi rapidamente. «Non è ciò che ho chiesto.» «Non fare l’impertinente», ribattei. Darius tossì per mascherare un sorriso. Il movimento gli fece fare una smorfia. «Come va?» domandai. «Sto guarendo. Più lentamente di quanto vorrei.» E circa venti volte più velocemente di quanto guarirei io, pensai, qualora potessi guarire da qualcosa del genere. «Posso portarti qualcosa?» gli chiesi. «Sono a posto, grazie.» Rimasi immobile. Si insinuò un silenzio imbarazzato. «Ho detto al magus che dovremmo allenarci con il tuo potere», dissi alla fine. «Se ne sei capace.» Darius affondò ancora di più nei suoi cuscini. «E a che servi­rebbe?» Mi accigliai. «Vuoi che mi scusi di nuovo?» «No. Ma sappiamo tutti e due che hai perfettamente il con­trollo quando sei calma. È quando sei spaventata o arrab­biata che perdi la testa. L’allenamento non cambierà questa cosa.» Sapevo che aveva ragione, che era arrivato al punto della questione. Ma di colpo non me la sentivo di andarmene. Odia­vo ammetterlo, ma un po’ mi mancava. «Potremmo fare altro. Non ti senti annoiato?» Lui fece spallucce. «Potrei raccontarti delle storie. Ne conosco di belle.» Si coprì il volto con il braccio. «Sono troppo stanco», bor­bottò. «Bene. So quanto sia snervante stare sdraiato ad auto­commiserarsi. Facevo la stessa cosa quando sono arrivata qui. Allora puoi parlare con i ragni. O fare ombre sulla parete. È sempre divertente.» Mi voltai per andarmene e sentii il fruscio delle coperte. «Aspetta. Che tipo di storie?» «Be’… c’è quella del Principe Jamshid e dei semi di melo­grano che si trasformano in tre bellissime vergini.» «Questa la conosco. Non è quella in cui c’è un daeva cat­tivo che le prende prigioniere?» Feci una smorfia. «Sì. Mi dispiace, avevo dimenticato quella parte.» Ci fu una lunga pausa mentre cercavo – senza riuscirci – di trovare una storia in cui non ci fossero Druj. Con mia grande sorpresa, Darius venne in mio soccorso. «Ne ho una io», disse. «La mia amah me la raccontava quando ero piccolo. Parla di una giovane ragazza intelligente e del mal­vagio satrapo che la sposò.» «Cos’è un’amah?» «Come una bambinaia.» «Ha un lieto fine?» domandai. Darius fece spallucce. «Speravo sempre che lei uccidesse quel bastardo, ma immagino non sia una fine tragica. Lo supe­ra in astuzia senza che le taglino la testa.» Così mi sedetti a terra, appoggiando la schiena contro il lato del letto, mentre Darius cominciava a raccontare. Aveva una voce piacevole, con un leggero tocco del cadenzato accen­to oc­cidentale. E ogni giorno da allora fino alla guarigione, il daeva mi narrò delle storie. Mi piaceva quella della ragazza e del sa­trapo perché conteneva a sua volta altre storie al suo in­terno, ma quella che mi piaceva di più era quella intitolata Midnight Sea. Parlava di un generale che era andato in guerra contro la Regina Neblis e avrebbe dovuto salpare verso casa con i suoi uomini attraverso le acque oscure di Bactria. Avevano vissuto molte avventure lungo la via, ma infine la loro nave era stata colpita da una tempesta ed era andata in pezzi. Il generale si era legato all’albero mentre veniva scagliato nei mari ruggen­ti. Ogni tipo di non-morto si stava avvicinando dagli abissi quando la corrente lo aveva scagliato su un’isola. Era un paradiso, con alberi da frutta e donne incantevoli le cui canzoni tenevano lontani i Druj. Ma lui non poteva mai an­darsene o sarebbe morto. Così la conclusione era lieta e triste al tempo stesso, il ti­po di finale che preferivo. * * * Dopo quelle settimane insieme, non armeggiavo più con il suo potere. Lo tenevo appena, se proprio mi curavo di trat­tenerlo. Non dissi niente al magus o si sarebbe arrabbiato pa­recchio. I Water Dog avrebbero dovuto tenere sotto controllo i daeva per tutto il tempo e lasciarli andare solo quando erano minac­ciati. Ma sapevo che Darius non si sarebbe mai approfit­tato della mia indulgenza, nonostante ciò che aveva detto sul tetto quella notte. Pattugliammo le frontiere settentrionali e insieme ucci­demmo i Druj. Troppi per poterli contare. Ilyas aveva ragione quando aveva detto che i confini non erano più sicuri. Il satra­po chiese rinforzi, ma gli furono negati. Gli Immortali e la mag­gior parte dei Water Dog erano stati mandati a Persepolae per proteggere la capitale. Eskander, il generale bambino che aveva saccheggiato le Città Libere, ora riposava dall’altra par­te dell’Ellesponto, aspettando il disgelo della primavera. Era a migliaia di leghe di distanza, ma il pensiero mi preoccupava comunque. E non importava quanti Druj morissero sulla lama della mia spada, non trovavo mai la pace che stavo cercando. Una volta che Darius fu guarito, tornammo alle nostre vec­chie abitudini. Ma mi trovavo a pensare a lui in strane oc­casioni. I fichi secchi, per esempio. Mi piacevano. Ma a Darius face­vano schifo e adesso non potevo guardarne uno senza av­vertire un senso di nausea. Un giorno decisi che, visto che comunque dovevo sop­portare la benedizione dell’acqua ogni mattina all’alba, tanto valeva andare a farla con lui. Così lo raggiunsi al fiume. Come le altre volte, era nudo fino alla cintola. Ma quello non era il ragazzo che ricordavo. Darius adesso aveva vent’anni, era snello e mu­scoloso. Mi fermai e pregai il Sacro Padre affinché avesse le sue barriere erette contro di me. «Perché non sei al tempio del fuoco?» mi chiese, abbas­sando la ciotola. Perché tu non puoi entrarci, pensai, anche se non dissi niente. «Anche la mia gente pratica la benedizione dell’acqua», ri­sposi. «Mi manca.» Mi osservò. Non avrei saputo dire se fosse consapevole che stavo mentendo. Le sue emozioni erano troppo confuse. Come le mie. Riempii la scodella con l’acqua e aspettai. Darius esitava. Quindi si abbassò con grazia sulle ginoc­chia mentre gli versavo l’acqua sul capo. La guardai ruscellare tra i suoi ricci fino al collo e lungo la linea della schiena, così liscia e perfetta come prima dell’incidente. Il suo braccio av­vizzito non mi disgustava più. Anzi, mi rendeva più gentile nei suoi confronti. «Buoni pensieri, buone parole, buone azioni. Possa il Sa­cro Padre guidarti e sostenerti.» Darius mantenne la testa chinata per un momento. Quin­di si alzò e fece per andarsene. «Aspetta», dissi. «Ora devi farlo a me.» Darius parve scandalizzato. «Non posso…» «Sì che puoi.» Mi inginocchiai. «Dammi la benedizione.» Sbirciai verso di lui attraverso i capelli. «Insisto, e tu devi ub­bidirmi, vero?» Darius emise un profondo sospiro. Lo sentii riempire la cio­tola. «Possa il Sacro Padre guidarti e sostenerti», disse con voce roca, versandomi lentamente l’acqua sul capo. Balzai in piedi. «Non è stato troppo difficile, vero?» «Non dirlo al magus…» «Bah! E perché dovrei dire qualcosa al magus?» Risi e fu una bella sensazione. Era passato un sacco di tempo dall’ulti­ma volta in cui avevo riso. «E poi tu sei più devoto di chiun­que abbia mai incontrato.» «Perché devo esserlo», replicò Darius con un filo di voce. Stava diventando di nuovo triste e io non volevo niente del genere. «Non costringermi ad andare a mangiare fichi sec­chi», lo avvertii. Darius fece una risata carica di preoccupazione. «Quindi lo sai?» «Sfortunatamente sì. Una volta mi piacevano.» «Be’, i tuoi usi da nomade mi rendono inquieto», disse, con il volto serio. «Ecco perché ero fuori quella notte. Non mi piace più dormire con un tetto sopra la testa.» Riempii la ciotola al fiume e lo minacciai con quella. «Va’ avanti.» Darius ghignò. «Sono già bagnato.» Ci voltammo tutti a due mentre Ilyas arrivava correndo lungo il fianco della collina. Darius afferrò la tunica e se la fe­ce passare frettolosamente sulla testa. Mi allontanai di un pas­so da lui. «In nome del Padre, cosa sta succedendo qui?» domandò Ilyas. «Stiamo solo svolgendo la benedizione dell’acqua», dissi, guardando a terra. «Non è ciò che sembrava.» «Lei non ha fatto…» iniziò Darius. «Taci.» Ilyas non aveva alzato la voce, ma in qualche mo­do era persino peggio. «Tutti e due, tornate agli alloggi. Non tolle­rerò che si fraternizzi fuori dagli allenamenti e dai pattu­gliamenti, è chiaro?» Annuimmo. Riuscivo ad avvertire la paura di Darius, spessa e soffocante, come se fosse un animale in trappola. Co­sa pensa­va che avrebbe fatto Ilyas? Il nostro capitano voleva disciplina, ma le sue punizioni non erano niente di straordina­rio. Quando Tijah e io eravamo sgattaiolate in città per il ba­zar ed eravamo tornate in ritardo, Ilyas ci aveva fatto traspor­tare delle pietre avanti e indietro lungo il cortile fino a dopo il tramonto, un esercizio massacrante reso ancora peggiore dal fatto che fosse privo di senso, ma non era una tortura. E la volta che aveva sorpreso Myrri a usare il potere per asciugare i capelli di Tijah una mattina particolarmente fredda – cosa che a me era sem­brata un’infrazione grave – le aveva sempli­cemente fatte vesti­re un’altra volta di grigio per due settima­ne. Tijah era impazzi­ta come un cinghiale infuriato per quella umiliazione, ma sa­rebbe potuta andare molto peggio. Mi arrischiai a guardare Ilyas. La delusione nei suoi occhi mi lacerò. Come se in qualche modo lo avessi tradito. «Nazafareen, puoi fermarti al tempio del fuoco, prima», disse. «Chiedi perdono e contempla la giusta via. Perché se te ne allontani… be’, la caduta può essere lunga e dolorosa.» * * * Feci come mi era stato ordinato anche se, mentre fissavo il braciere e mormoravo le parole della purificazione, conti­nuavo a vedere Darius senza la maglia. Ciò andò avanti per circa un’ora, nonostante i miei migliori sforzi, e me ne andai legger­mente sorpresa per non essere stata scagliata all’inferno sul posto. Ilyas non aveva detto che ero confinata agli alloggi, così quel pomeriggio mi presentai alle stalle alcuni minuti prima del solito, pensando di chiedere a Tommas se Darius gli avesse mai parlato della sua vita prima dell’arrivo a Tel Khalujah. Ogni volta che sollevavo l’argomento, Darius mi ignorava. Ma la sua reazione al dispiacere di Ilyas era stata così estrema che non potevo fare a meno di chiedermi come fosse stato il suo ultimo legame. Si era allenato con un contingente di Immorta­li a Karnopolis, ma non sapevo in cosa consistesse l’educazio­ne di un daeva. Lo avevo chiesto a Tijah, ma neanche lei lo sa­peva. Myrri era stata cresciuta con lei in famiglia. I miei passi rallentarono quando udii una voce familiare all’interno. Ilyas era lì. Sapevo che sarei dovuta andar via, ma non potevo resistere all’idea di rimanere vicino a una delle stalle aperte. «… lei. Stanno prendendo troppa confidenza.» «Sembra abbastanza innocente», disse Tommas. «È così che comincia.» Udii gli stivali di Ilyas procedere avanti e indietro. «Voglio che tu lo tenga d’occhio. Dimmi se noti delle irregolarità.» «Irregolarità?» Tommas scoppiò a ridere. «Di che gene­re? Sono legati. È solo naturale…» Sentii il mio cuore fermarsi mentre udivo il suono incon­fondibile di un palmo che colpiva la carne. «Non è naturale», abbaiò Ilyas. Quindi diede un calcio a qualcosa. Dal rumore, sembrava uno sgabello di legno. «Mi di­spiace», aggiunse in una voce più delicata. «Tommas, mi di­spiace.» Non avevo mai sentito il mio capitano usare un tono si­mile. Quasi implorante. Tommas non rispose. Un momento dopo, Ilyas tornò di nuovo brusco. «Tienilo d’occhio e basta.» Mi premetti con la schiena contro la parete mentre Ilyas usciva all’improvviso dalla stalla. Se si fosse solo voltato alla sua destra, mi avrebbe visto. Ma si incamminò nella direzione dei giardini e non si guardò alle spalle. «Vieni dentro», disse Tommas. «So che sei lì.» Trasalii, anche se avrei dovuto sapere che il daeva avreb­be avvertito la mia presenza. «Stai bene?» gli chiesi gentilmente. La guancia e l’orecchio destri erano di un rosso vivo, ma mi donò il suo sorriso sbilenco, come se fosse tutto a posto. «Mi dispiace», dissi miseramente. «È colpa mia.» «No, è sua», rispose Tommas e non pensavo si riferisse a Darius. «Ma starei attenta se fossi in te. Non dargli scuse.» So­spirò. «Ilyas… ha buone intenzioni. È soltanto impaurito.»
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