CAPITOLO SETTE

1951 Parole
CAPITOLO SETTE Le tenebre erano scese quando arrivammo a Tel Khalu­jah. Ilyas andò dritto dal satrapo per fare rapporto su quanto acca­duto al villaggio di Ash Shiyda. Tijah e io ci dirigemmo verso le terme insieme. Non vedevo l’ora di togliermi di dosso il fetore del sangue dello spettro. L’acqua era il più sacro degli elementi, perciò persino Ti­jah dovette inginocchiarsi e rendere grazie al Sacro Padre pri­ma di immergersi. L’ora era tarda e il posto era tutto per noi. Nei quattro anni in cui ci eravamo conosciute, avevo notato che lei si assicurava sempre di andarci da sola. Avevo pensato che fosse pudica, anche se la cosa non rispecchiava davvero il resto della personalità di Tijah. Ma le donne venivano trattate con durezza ad Al Miraj, così mi aveva detto il magus. Non co­me nel resto dell’impero, dove potevano essere proprietarie terrie­re, stringere accordi e rivestire cariche abbastanza im­portanti. Le donne ricche, come la sposa del satrapo, indossa­vano il velo. Tuttavia era una scelta, più un segno del loro sta­tus socia­le che altro. Tijah si tolse velocemente la tunica e scivolò nella vasca, non prima che vedessi uno scorcio della sua schiena. La pelle liscia e scura era ricoperta da una profusione di vecchie cica­trici. Seppe dalla mia espressione che le avevo viste. Era stata lei a permettermi di vederle. Rimanemmo silenziose per un mo­mento. «Com’è tuo padre, Nazafareen?» mi domandò a bassa vo­ce. Ci pensai su. «Mi ha insegnato a cavalcare e a usare l’arco. Non è un uomo tenero, ma nessuno nel clan Four-Legs lo è. In verità credo fosse più vicino al suo cavallo che ai suoi figli. Ma ci ha tenuti vivi.» Sorrisi e mi immersi ancora di più nell’acqua. «Ha dei baffi molto folti. Mi facevano sempre il solletico quando gli davo un bacio.» Tijah sorrise, ma c’era qualcosa di triste in quel sorriso. «Sono cresciuta al palazzo di mio padre, la più giovane di cin­que ragazze. Avevamo ogni lusso, ma era un’esistenza vuota. Da bambine, le mie sorelle e io eravamo trattate come piccoli ornamenti che mio padre metteva in mostra quando aveva ospiti. Capii dopo che ci vedeva allo stesso modo in cui vede­va i suoi tappeti e le sue spezie: oggetti da scambiare per otte­nere più ricchezza e potere. Una a una, fece sposare le mie so­relle. Quando compii tredici anni, mi offrì a un suo socio in affari.» Si incupì. «Grasso e brutto?» ipotizzai. «No. Era abbastanza attraente. Alto e largo di spalle, con le ciglia di una ragazza. Ma anche mia sorella Saalima lo aveva sposato, diversi anni prima. L’avevo vista poche volte da allo­ra ma, quando capitava, era chiaro che fosse spezzata. La luce era morta nei suoi occhi.» Tijah si spruzzò l’acqua sotto le ascelle, facendo risuonare i braccialetti d’oro. «Quell’uomo aveva due facce, capisci? Quella che mostrava al mondo e quella che mo­strava alle mogli. Anche mia madre lo aveva ca­pito. Implorò mio padre di aspettare altri due anni prima della celebrazione delle nozze. Lui acconsentì a malincuore.» Mi passai un pettine tra i capelli. «Sembra un mostro. Cosa accadde?» «I due anni volarono. La mia paura divenne così intensa che smisi di mangiare. Ma mio padre non avrebbe cambiato idea. Era terrorizzato all’idea di offendere quell’uomo perché era il figlio del satrapo.» Scossi la testa, disgustata. «Molti matrimoni sono orga­nizzati anche nel clan Four-Legs, ma ci si cura di scegliere qualcuno di adatto. E la ragazza ha il diritto di rifiutarsi.» «Allora voi nomadi siete più civilizzati della mia gente», ri­spose Tijah, sarcastica. «Se non avessi avuto Myrri, avrei po­tuto togliermi la vita. Non vedevo altra via d’uscita.» «Come hai fatto a essere legata, se le ragazze hanno così poco valore?» «Mio padre non aveva scelta. Il satrapo lo aveva ricom­pensato con una daeva per un servizio che gli aveva prestato e io ero l’unica di cui si fidasse ad avere il dono. Immagino che si aspettasse di togliermela una volta che fosse nato un erede ma­schio capace di indossare il bracciale. Ma la mia daeva mi rese ancora più preziosa per il mio futuro marito.» «Fu lui a farti quello?» domandai, guardandole la schie­na. «Mio padre», rispose Tijah, senza inflessione. «O, meglio, ordinò ai servi di farlo, il codardo. Non voleva che sembrassi emaciata il giorno del matrimonio. Quando mi rifiutavo di mangiare, mi faceva picchiare. E quando vide che resistevo ancora, allora fece frustare Myrri. Sapeva che avrei sentito il suo dolore come il mio. Più intenso, in qualche modo, visto che lei non aveva fatto nulla per meritare la punizione.» Pensai alla daeva di Tijah, muta, incapace persino di urla­re. «Che bastardo. Non temeva il suo potere?» «Myrri aveva paura che mi avrebbero fatto del male se avesse reagito. Ma dopo ne avevamo abbastanza tutte e due. Mi disse che saremmo morte entrambe se fossimo rimaste e io sapevo che aveva ragione.» «Così scappaste.» «Già. La notte prima delle nozze, rubai un cavallo dalle stalle. Myrri lasciò una falsa pista verso sud. Quindi scelsi la più remota satrapia che potessi trovare. Una in cui non avreb­be mai pensato di cercarmi.» «Perché i Water Dog?» Tijah si strinse nelle spalle. «Dicevo la verità quando ho detto che volevo uccidere i Druj, anche se non ne avevo visto neanche uno prima di venire qui. Un Water Dog è… è l’esatto opposto della mia vecchia vita.» «E la tua scimitarra?» Tijah mi offrì il suo sorriso malizioso. «È di mio padre. Era puramente cerimoniale. Pensai che dovesse essere utiliz­zata.» «Sai che non si arrenderanno, vero?» dissi. «Ti daranno la caccia fino ai confini del mondo. Uomini come quelli… umi­liati da una ragazza. È la peggior vergogna immaginabile.» Il suo viso delicato si indurì. «Lo so. E quella è un’altra ra­gione per cui mi sono unita ai Water Dog. Quando arrive­ranno, non troveranno una ragazza spaventata, ma una guer­riera con del sangue sulla sua spada. Che provino a riportarmi indietro.» Mi piegai in avanti e le diedi un leggero bacio sulla guan­cia. «Non dovrai combattere sola, se si arriverà a quello.» «Grazie. Avrei voluto raccontartelo prima, ma…» «Lo so. Mia madre era solita dire che i segreti nascono come sassolini e diventano macigni. Eppure preferiamo tra­sportarli da soli invece di darli a qualcun altro perché li custo­disca.» Tijah sbadigliò. «Tua madre è una donna molto in gam­ba.» Ci asciugammo e indossammo delle tuniche pulite. «Immagino che il tuo nome non sia davvero Tijah», dissi, mentre camminavamo verso gli alloggi. Lei si voltò verso di me, gli occhi castani che brillavano di una folle determinazione. Pensai che se quegli uomini tene­vano alla loro virilità, allora avrebbero fatto meglio a stare alla larga da quella ragazza. «Lo è adesso», rispose Tijah. * * * Ero stanca morta, ma non riuscivo a scuotermi di dosso il mio fallimento al villaggio. Toccava un nervo scoperto dentro di me, qualcosa che si era intensificato per anni. Dopo la con­fessione di Tijah, avvertivo un fortissimo bisogno di scusarmi con Darius, di spiegarmi. Eravamo legati da più di due anni ormai e io lo conoscevo a malapena. Sì, ero capace di ricono­scere cosa stesse provando, ma non perché stesse provando quella determinata sensazione. Non sempre. Io non potevo leg­gere la sua mente e lui non poteva leggere la mia. Grazie al Sacro Padre. Ci incontravamo solo durante gli allenamenti. Per il resto del tempo, i daeva vivevano lontani da noi. Dormivano da un’altra parte, mangiavano da un’altra parte. Io pregavo al tempio del fuoco, ma Darius non poteva entrarci, così pregava al fiume, come ormai sapevo fin troppo bene. La pioggia batteva sul tetto mentre restavo distesa, inca­pace di prendere sonno. Sapevo che non avrei avuto la possi­bilità di parlare con lui privatamente il giorno dopo. Non era­vamo mai soli. Alla fine scagliai via le coperte e scivolai all’esterno. Non ero mai andata agli alloggi dei daeva, ma sapevo do­ve erano. Corsi lungo la collina e attraverso i giardini. Era estate inoltrata e la pioggia aveva portato l’odore dolce e ine­briante dei gelsomini. Quando mi avvicinai al fiume, vidi un cadente edificio di legno a tre piani sulla riva. Toccai il legame delica­tamente, cercando Darius. Un momento dopo mi adom­brai. Mi sarei aspettata che stesse dormendo, ma era sul tetto. E il suo umore non era sereno. Rimasi ferma un momento, a sgocciolare. Quasi tornai indie­tro. Avrei dovuto. Invece i miei piedi mi portarono verso una scala traballante appoggiata contro la parete orientale de­gli al­loggi. «Va’ via, Nazafareen», disse Darius nel momento in cui rag­giunsi la cima. Era sdraiato sulla schiena a guardare la tempesta. Per un folle istante mi chiesi se l’avesse scatenata lui. Ma neanche Darius poteva essere tanto forte. «Mi dispiace», risposi, mettendo piede sul tetto. Le tegole erano scivolose per via della pioggia e mossi ogni passo con cautela. «Per cosa?» Il suo tono noncurante mi irritò. «Per averti trattenuto. Non volevo farlo.» «Oh, quello.» «Davvero», dissi. «Non accadrà di nuovo.» «Avresti potuto ucciderci tutti e due», replicò Darius. «Lo so. Mi dispiace.» «Ancora non ti fidi di me, vero?» «Non è quello.» Avrei voluto raccontargli di Ashraf, ma non potevo. Era qualcosa che avevo trattenuto troppo a lungo e ora le parole erano incastrate nella mia gola come pietre appuntite. O maci­gni. Darius si voltò verso di me per la prima volta. «È perché sono un Druj.» Afferrò con la mano buona il faravahar con l’aquila dorata che portava intorno al collo. Un gesto incon­scio che avevo visto molte volte. Era il simbolo del Profeta. Il sim­bolo dell’impero. «No! Voglio dire, suppongo che tu lo sia. Ma cammini nella luce come tutti noi.» Lui allora rise, un suono amaro. Dal primo flusso di emo­zioni alla cerimonia del legame, Darius aveva tenuto le redini su se stesso. Raramente sorrideva e pareva indifferente al do­lore. A volte, sospettavo, lo ricercava. «Sì, i magi mi hanno insegnato bene», disse, e qualcosa di oscuro e predatorio sembrò risvegliarsi in lui. Strizzai gli occhi attraverso la pioggia. «Perché sei qui sopra, comunque? Hai avuto un altro incubo?» Darius non rispose. Avrei dovuto lasciar perdere, ma all’improvviso volevo spezzare quella corazza inespressiva. Era un impulso stupido, come agitare un coniglio morto da­vanti a un lupo affamato. «A volte mi svegliano», dissi. «Tu cosa sogni, Darius?» «Non lo ricordo.» «Questa è una bugia», risposi. Le sue barriere si sollevarono velocemente. «Sogni il fuoco?» Era solo un’ipotesi, ma le volte in cui mi destavo in preda a una paura arrivata tramite il legame c’era anche una sensa­zione di calore, di un potere selvaggio e indomabile che mi avrebbe consumato se glielo avessi permesso. «Cosa vuoi, Nazafareen?» domandò Darius con voce ro­ca. «Solo la verità.» Mi fissò, l’acqua che gocciolava dai capelli, e l’espressio­ne nei suoi occhi mi faceva venire voglia di scappare via. «Va bene. A volte odio questo.» Sollevò il bracciale intor­no al polso. «E, se vuoi davvero saperlo, altre volte odio te.» Non ero pronta per quell’esplosione di rabbia attraverso il legame. Mi disorientò. Mi portai una mano alla testa, confu­sa, e cercai di mantenere l’equilibrio. Ma scivolai sulle tegole ba­gnate e un momento dopo mi trovai a cadere verso il bordo. Darius imprecò e si lanciò in avanti, afferrandomi il brac­cio. Scalciai nel vuoto. E da un momento all’altro ero di nuovo sul bordo del crepaccio, una ragazzina terrorizzata di dodici anni, solo che questa volta ero io in procinto di sprofondare nell’abisso. Il daeva grugnì per lo sforzo mentre mi sollevava. L’incante­simo si infranse e io capii di averlo fatto di nuovo. Avrebbe potuto sollevarmi facilmente come se fossi stata un gattino, ma stavo tenendo il suo potere troppo stretto. Darius scosse il capo. Rise di nuovo, anche se questa vol­ta era più foscamente divertito che arrabbiato. Mi presi la te­sta tra le mani. «Siamo proprio una bella coppia…» cominciò. E il bordo del tetto cedette. Il legno doveva essere vec­chio e marcio. Immagino che il satrapo dovesse aver deciso che erano solo daeva e che quindi non avessero bisogno di un’abitazione decente. Non caddi, ma Darius sì. Per tre piani fino al cortile di pietra. Il dolore dell’impatto mi mozzò il respiro. Mi catapultai giù dalla scala più veloce che potei e corsi da lui. Sapevo anche senza guardarlo che stava soffrendo ter­ribilmente. «Mi dispiace, mi dispiace», mormorai. Sangue gli scorre­va in un esile rigagnolo dall’angolo della bocca. I suoi occhi az­zurri erano offuscati. Gli presi la mano. Era la prima volta che toccavo la sua pelle nuda. Era calda. Ma era una sensazio­ne stranissima. Riuscivo a sentire il contatto anche attraverso di lui, come se stessi guardando il mio riflesso in una sala de­gli specchi. «Nazafareen», sussurrò. «Non…» Non terminò mai cosa stava dicendo perché lo shock eb­be la meglio. La testa di Darius si afflosciò da un lato e i suoi occhi si chiusero. Sacro Padre, non farlo morire… Chiamai aiuto e Tommas arrivò zoppicando dalla porta degli alloggi indossando solo un paio di pantaloni, i capelli do­rati ar­ruffati. Normalmente avrei apprezzato il fatto di poterlo vedere mezzo nudo, Druj o meno. Ma l’unica cosa a riempirmi la mente in quel momento era Darius. «Corri e porta il magus più in fretta che puoi», dissi. «Credo che la sua schiena sia rotta.»
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