CAPITOLO SEI

3107 Parole
CAPITOLO SEI Ilyas alzò un pugno. «Fermi.» Tirai le redini. Il villaggio che cercavamo era proprio da­vanti a noi, una serie di case realizzate con mattoni di fango, dello stesso colore del paesaggio polveroso. Eravamo così vici­ni che avremmo dovuto udire le grida dei bambini che gioca­vano, l’abbaiare dei cani. Ma una pesante immobilità permea­va le strade. Gli edifici erano ammassati l’uno contro l’altro, le fine­stre buie come denti rotti, e capii che i rapporti non erano sba­gliati. Lì era accaduto qualcosa di brutto. Eravamo a quattro ore a cavallo da Tel Khalujah, ai piedi delle colline delle montagne di Char Khala che segnavano i confini settentrionali dell’impero con Bactria. Per due secoli la catena montuosa aveva fatto da barriera contro la Regina Ne­blis e i suoi negromanti. Era più alta e insidiosa della catena del Khusk in cui ero cresciuta e che si allungava dal Salenian Sea al Midnight Sea, che bagnava Bactria a est e ovest. Non c’erano scambi con Bactria, naturalmente, e poche noti­zie. Chiunque fosse pazzo abbastanza da viaggiare fin lì non faceva ritorno. Ma la nostra parte delle montagne era sempre stata ragionevolmente sicura. Fino a qualche mese prima. Secondo Ilyas, le persone avevano cominciato a sparire dagli insediamenti sui confini. Solo una o due, all’inizio. E il feno­meno fu attribuito ai lupi. Quella era la prima volta in cui era scomparso un intero villaggio. Almeno così aveva detto la carovana di mercanti passata da Tel Khalujah: i villaggi erano intatti, ma la gente andata. Non avevano osato investigare e non avrei potuto biasimarli. Nono­stante la brillante luce del sole di mezzogiorno, il posto aveva un’atmosfera infausta. «Esploriamo casa per casa», disse Ilyas. «A coppie di le­gati. Siete pronti, Water Dog?» Mi scambiai un’occhiata con Tijah. Lei mi fece un sorriso impertinente, ma riuscivo a vedere che si stava aggrappando all’amuleto che indossava per tenere lontana la sfortuna. Die­tro di lei, Myrri guardava nel vuoto con espressione sognante. Ca­valcavamo tutte e due con i nostri daeva sugli imponenti stallo­ni allevati proprio per portare una doppia sella. Ilyas e Tommas avevano scelto di montare due destrieri diversi, ma non si al­lontanavano l’uno dall’altro. Facemmo tutti il segno della fiamma – testa, labbra, cuo­re – e galoppammo nel villaggio di Ash Shiyda. Gli zoccoli solleva­vano nuvole di polvere. Mi strinsi il qarha intorno al volto. Non c’erano corpi né segni evidenti di problemi, ma sentivo il disa­gio di Darius. Rispecchiava il mio. «Qualcosa?» domandò Ilyas a Tommas bruscamente, quando raggiungemmo la strada principale. C’erano allineati edifici a uno e due piani, alcuni con i negozi al piano terra. Un tendone lanciava un’ombra tagliente lungo un tavolo che metteva in mostra delle statuette di legno del Profeta. Vicino a esse c’era un braciere con i resti carbo­nizzati di semi di esphand, bruciati per tenere lontano il male. Mi chiesi se quelle persone avessero motivo per temere qual­cosa. Se fossero fuggite. «Niente di vivo», rispose Tommas. «Niente che io possa av­vertire.» Si voltò verso Darius e Myrri. Loro scossero le te­ste. «Noi ci occuperemo delle case alla fine della strada», an­nunciò Ilyas. «Nazafareen, tu prendi il lato sinistro. Tijah, tu quello destro. Ci incontriamo di nuovo qui tra dieci minuti. Se trovate qualcosa, venite a chiamare gli altri. Intesi?» «Sì, capitano», dissi. Rimisi in movimento il destriero con un colpo delle gi­nocchia e cavalcai fino alla prima casa. La biancheria sbatteva su un filo nel cortile. Un paio di stivali era vicino alla soglia. Mi schermai gli occhi dal sole, ma dentro era troppo buio per vedere alcunché. «Respira, Nazafareen», disse Darius. «Mi stai facendo ve­nire mal di stomaco.» Mi accigliai, ma provai a rilassarmi. Ormai eravamo di pat­tuglia da più di un anno, ma ancora dovevamo incontrare dei Druj. Fino a quel momento avevamo sedato risse nelle bet­tole del distretto più squallido di Tel Khalujah, arrestato un uomo che tentava di vendere un paio di bracciali per daeva (falsi, ov­viamente) e scovato diversi membri di una nuova set­ta che sim­patizzava per Eskander. Avevo una voglia matta di uccidere un demone. Ma ave­vo anche paura. Non ero contenta che Darius lo sapesse, ma non c’era niente che potessi fare al riguardo. Era impossibile na­scondergli le emozioni forti. Smontammo da cavallo e andammo dentro, con le spade sguainate. C’erano solo due stanze. Erano entrambe vuote. Il fetore di cibo andato a male appestava l’aria. Qualunque cosa fosse accaduta, quelle persone stavano cenando nel mentre. Le ciotole di stufato erano ancora sulla tavola, brulicavano di mo­sche. La casa successiva era nelle stesse condizioni. «Sei sicuro di non avvertire dei Druj?» domandai. Sapevo che Darius era un abile segugio. Lo aveva già fat­to con i traditori in combutta con i barbari. Avevano provato a scappare da Tel Khalujah e Darius ci aveva condotti da loro. «Loro sono non-morti», replicò. «E io riesco a sentire so­lo vita. Viene da…» «Sì, sì», dissi, impaziente. «Il Nesso. Il magus me lo ha già spiegato.» Niente di tutto ciò importava, al momento. Vo­levo solo utilizzarlo per uccidere quanti più Druj possibile. «Andia­mo», continuai, dirigendomi verso la casa seguente. «Faccia­mola finita. Se i demoni sono stati qui, sono arrivati e se ne sono andati.» L’abitazione era più grande delle altre, con una stretta rampa di scale che conduceva al secondo piano. «Io guardo di sopra», dissi a Darius. «Tu controlla quelle stanze.» «Dovremmo restare insieme», rispose lui. Nella penom­bra i suoi occhi brillavano come quelli di un gatto. «A meno che io non abbia capito male, il capitano ha detto di compiere la ricer­ca a coppie.» «Saprai se ho bisogno di te», ribattei, dirigendomi verso le scale. Riuscivo a sentire il suo fastidio e ciò mi diede una cupa soddisfazione. Che pensasse pure che fossi una codarda, ora. Spessi tappeti ricoprivano il pavimento, attutendo i miei passi mentre entravo nella prima camera da letto. Era rivolta dall’altra parte rispetto alla strada. Era la stanza di un bambi­no, almeno a giudicare dai giocattoli sparsi sul tappeto. Mi sentii stringere il petto. Erano passati cinque anni da quando lo spet­tro aveva preso mia sorella, ma le fiamme della colpa e dell’odio non si erano affievolite. Anzi, bruciavano più forti che mai. Le avevo nutrite con tutto ciò che ero, con tutto ciò che avevo. Sotto molti aspetti, erano tutto ciò che rimaneva di me. Lasciai la camera e andai in quella successiva. Era più ampia, con un letto di legno e un grosso forziere in un angolo. Granelli di polvere danzavano nei raggi di sole che filtravano dalla finestrella mentre mi avvicinavo allo scrigno. Era un bell’oggetto, con un rivestimento d’argento e un bordo dipinto di rampicanti intrecciati. I proprietari di quella casa dovevano essere ricchi. Usai la punta della spada per sollevare il coperchio di qual­che centimetro. Di colpo ebbi il terribile presentimento che all’interno vi avrei trovato un corpo, o qualcosa di peggio, ma alla fine si rivelò pieno di tuniche di cotone piegate. Se Darius avesse scoperto qualcosa al piano inferiore, lo avrei saputo. Emisi un sospiro e chiusi il forziere. Avevamo ancora un’altra dozzina di edifici da controllare, ma comincia­vo a pensare che, qualunque evento si fosse verificato lì, sa­rebbe rimasto un mistero. Ancora dovevo vedere i segni di una lotta violenta. Non c’erano né sangue né mobilio rove­sciato. Forse le persone se n’erano semplicemente andate in fretta e furia. Stavo per voltarmi quando udii uno scricchiolio. Leggero, ma nitido. Veniva da sotto il letto. Saltai all’indietro, la lama al livello dello spazio in basso. «Vieni fuori», dissi, aggiustando la presa sudata sull’elsa. «Se sei umano, non ti farò del male. Sono una Water Dog, mandata qui dal satrapo di Tel Khalujah.» Per un lungo momento non ci fu risposta. Quindi una donna strisciò fuori. Sembrava avere l’età di mia madre, ma la sua pelle era pallida e soffice. La moglie di un mercante. «Sia benedetto il Sacro Padre», disse in un mormorio rauco. Indossava un velo che enfatizzava le guance scarne, le ma­scelle cadenti. Una donna che una volta era stata florida, ma la cui pelle lentamente si era consumata. Mi chiesi da quanto tempo non mangiasse nulla. «Cosa è successo qui?» domandai. «Dove sono tutti?» «Te lo dirò», rispose. «Aiutami a tirarmi su. Le mie gam­be sono intorpidite dopo essere stata nascosta tanto a lungo.» Esitai per un solo istante. La luce era tenue, ma riuscivo a di­stinguere i suoi lineamenti, a differenza di mia sorella, che si stava nascondendo dietro una cortina di capelli neri. Le offrii la mano. Lei si mosse per afferrarla, quando i suoi occhi si fo­calizzarono su qualcosa alle mie spalle. La donna indietreggiò vi­sibilmente. «Darius.» Non mi presi la briga neanche di voltarmi. «La stai spaventando.» «Fatti da parte, Nazafareen», mi rispose e non fu il suo tono a farmi aumentare i battiti, anche se era abbastanza allar­mante. Era il flusso di emozioni a passare attraverso il legame. Puro odio. Druj. Senza pensare, brandii la spada in un arco, mirando al collo della donna. Ero solo a un metro di distanza. La sua testa sareb­be dovuta rimbalzare a terra. Ma lei strisciò via come un ser­pente e, quando mi guardò di nuovo, i suoi occhi erano man­dorle nere nel viso. «Lei sapeva che sareste venuti», sibilò lo spettro. «Eroi Water Dog. Vi ha lasciato un regalo.» La rabbia mi oscurò il campo visivo. Mi lanciai contro la creatura, non curandomi se sarei vissuta o sarei morta. Mi im­portava solo che, se lo avessi fatto, allora l’avrei portata con me. La donna che lo spettro aveva posseduto ormai era defun­ta. Non c’era modo di salvare il suo corpo. Solo la sua anima. Colpii ancora e la lama affondò nella carne, ma ciò la ral­lentò a malapena. Riuscivo a sentire Darius che aggrediva il legame in preda al panico, gridando il mio nome. Lo spinsi via. Lo spettro schivava e si spostava a una velocità inumana. Ma anche io ero veloce e la furia omicida mi dava una forza inna­turale. Finalmente la chiusi in un angolo. Colpii e colpii ancora. Stavo sollevando la spada per farlo di nuovo quando Darius af­ferrò il davanti della mia tunica e mi fece voltare. «Liberami!» gridò. «Lascia andare il legame, Nazafareen! Lascialo andare!» E io capii che stavo stringendo le catene fino a farmi sbian­care le nocche, tenendo il suo potere ben chiuso nel pu­gno. «Devo tagliarle la testa», borbottai, appoggiandomi alla parete. «Lo hai già fatto», disse Darius. «E ora stanno arrivando i lich. Per l’amore del Sacro Padre, lasciami andare!» Guardai in basso. La testa dello spettro giaceva ai miei piedi con la lingua di fuori. Quando alzai di nuovo gli occhi, le vidi. Due ombre gemelle più buie della notte. Si gonfiarono ol­tre la porta come fumo, lunghi filamenti che sfioravano il pa­vimento. Darius mi scosse ancora. «Adesso!» Chiusi gli occhi e lasciai andare le nostre catene invisibi­li. Un secondo dopo, le persiane si aprirono di colpo e un vento caldo ruggì nella stanza. Barcollai all’indietro. Il qarha teneva la polvere lontana dalla mia bocca, ma mi pareva che una mano gigantesca mi avesse afferrato i polmoni e stesse stringendo. Il respiro mi uscì dalle labbra in un gracchiare ari­do. Quindi mi trovai a cercare follemente qualcosa a cui ag­grapparmi mentre i miei piedi iniziavano a sollevarsi da terra. Un macabro grido tagliò l’aria. I lich si battevano, di­struggendosi e riformandosi. Darius aveva i capelli che gli sferzava­no il volto. Sapevo che stava usando soltanto una fra­zione di quanto avrebbe potuto. Che si stava trattenendo. Riu­scivo a sentire quella pozza scintillante di potere e quanto fos­se pro­fonda. Mi spinse a terra, attento a non toccare il bracciale, e si so­stenne con la gamba contro il letto. La lega d’oro pareva sia bruciante che fredda come il ghiaccio contro la mia pelle. La mente di Darius si fermò. Quindi il tetto volò via. La luce del sole si riversò nella stanza. Continuai a osser­vare mentre Darius sollevava i lich nell’aria e li faceva a pezzi, i loro frammenti che si dissolvevano in sbuffi neri nell’azzurro del cielo. Quando fu tutto finito, Darius crollò sul letto. Lo sentii ri­lasciare il potere anche se il mio respiro continuava a uscire in rapidi rantoli, come il suo. Rimasi sdraiata sulla schiena, stordi­ta per ciò che aveva appena fatto. Riuscivo ancora ad av­vertire gli echi di quel tremendo sovraccarico attraverso il le­game. Mi eccitava e mi terrorizzava allo stesso tempo. «Cosa è appena successo?» riuscii finalmente a chieder­gli. «I lich ti hanno toccato?» Darius si girò da un lato e mi guardò con leggero sarca­smo. «Ti sembro morto?» «No.» «Allora ovviamente non lo hanno fatto. È il prezzo da pa­gare per aver usato il potere.» «Il prezzo?» «Davvero non lo sai? La magia dei daeva è sensibile. Quando manipolo un elemento, il mio stesso corpo ne rispon­de. L’acqua ha effetto sul sangue, la terra sulla carne e sulle ossa. E l’aria…» Prese un respiro tremante. «Il magus non te lo ha spiegato?» «Io… sì, naturalmente.» Ricordavo vagamente la sua voce blaterare a proposito del fatto che avrei potuto sperimentare una leggera sensazione quando il potere veniva utilizzato. «È solo che non credevo sarebbe stato tanto intenso.» «Bene, ora che sei illuminata, dovremmo trovare gli al­tri.» Darius balzò in piedi e insieme scendemmo le scale. Cin­que passi dopo essere usciti dalla porta, si fermò bruscamente e mi afferrò il braccio. Una fenditura frastagliata si era aperta nel terreno e proseguiva per tutta la lunghezza della strada. Dall’altra parte c’erano Ilyas e Tommas. La cosa che stavano combattendo poteva essere soltanto un revenant. Uno dei Druj Maggiori. Torreggiava su di loro e brandiva una spada di ferro lun­ga quasi un metro e mezzo. Mi accorsi subito che non avreb­bero potuto avvicinarsi abbastanza da abbatterlo. Filamenti di capel­li d’argento si spostarono, rivelando occhi incolori men­tre il re­venant parava un affondo di Tommas e quasi gli moz­zava un braccio approfittando dell’apertura. Il magus sosteneva che fossero antichi guerrieri tornati dall’aldilà. Una razza dimenticata e resuscitata dai negromanti della Regina Neblis. Quale che fosse la verità, capii ora come i Druj avessero potuto sopraffare le città durante la guerra. Per­ché, per quanto fossero brutti gli spettri e i lich, quella cosa era persino peggio. Indossava una corazza di cuoio ricoperta da un qualche tipo di muffa nera. Riuscivo a vedere delle vecchie ferite sul suo corpo. Ferite terribili. Sapevo che erano vecchie perché erano brulicanti di larve. Ma non sembravano compromettere la bru­tale forza del revenant. Udii l’alto fischio del metallo che ta­gliava l’aria mentre l’essere spingeva i Water Dog verso la frat­tura. Tommas aveva probabilmente scisso la terra sotto i piedi del non-morto, ma il Druj in qualche modo ne era scam­pato. Ora sia Tommas che Ilyas stavano per caderci dentro lo­ro stessi. Mi voltai verso Darius, disperata. «Non puoi usare di nuovo l’aria?» Lo spazio era troppo largo per saltare dall’altra parte, altrimenti lo avrei fatto in un istante. «Non senza rischiare di colpire anche loro», rispose, cu­po. Il revenant brandì di nuovo la sua spada imponente. Tommas balzò da un lato, ma la punta della lama tagliò la tu­nica e il sangue cominciò a scorrere liberamente dalla sua spalla destra. Tijah e Myrri non si vedevano da nessuna parte. Darius chiuse gli occhi. Un muretto di pietra dall’altra parte della strada cominciò a tremare. Avvertii un dolore acu­to al fianco, come la puntura di un ago. Tre secondi dopo, me­tà del muro si infranse contro la schiena del revenant. L’essere bar­collò un po’. Quindi ruggì e abbatté la spada contro quella di Tommas in un assalto così devastante che la lama sfuggì dalle mani del daeva. Osservai in preda all’orrore mentre le gambe di Tommas si piegavano e lui cadeva in ginocchio ai piedi del Druj. Il col­po aveva avuto effetto anche su Ilyas. Pareva stordito. «No!» gridai, correndo verso la fenditura, pur sapendo che non avrei mai fatto in tempo. Il non-morto sollevò l’arma, la punta rivolta verso il bas­so per il colpo di grazia. La testa di Tommas era chinata, ma vedevo che stava sor­ridendo. Perché stava sorridendo? E quindi Ilyas si lanciò in avanti penetrando la guardia del revenant e, brandendo la lama con tutte e due le mani, gli tagliò la testa dalle spalle. Non c’era stata alcuna esitazione. Sapeva esattamente quali fossero le intenzioni del suo daeva. Un se­condo più tardi e Tommas sarebbe morto. Anche Tommas doveva saperlo. Ma aveva corso il ri­schio. Aveva affidato a Ilyas la sua stessa vita. Anche decapitato, il revenant era più alto di circa trenta cen­timetri dei Water Dog. Oscillò per un momento, la terribile spada ancora stretta nella mano guantata. Quando finalmente si rovesciò, il suono fu come quello di una quercia abbattuta. Darius cominciò a ridere, quindi fece una smorfia per il dolore. Si era spezzato una costola per lanciare quel muro. «Un vecchio trucco», disse Ilyas. Stava ansimando, le mani appoggiate alle ginocchia. «Dai loro un assaggio di san­gue e si dimenticano chi stanno affrontando. Non due Water Dog, ma uno solo.» Osservai Darius e mi sentii avvampare. Quel giorno era­vamo andati vicinissimi alla morte perché io lo avevo spinto via. Nella mia sete di vendetta, avevo ignorato la sua presenza. Si premette la mano destra contro il fianco, nello stesso punto in cui avevo sentito quella punta di dolore quando ave­va scagliato il muretto. Una costola spezzata. Il prezzo da pa­gare per la sua magia. Non avevo capito quanto fosse alto e che sa­rebbe stato lui a scontarlo. Sembrava ingiusto, in qual­che modo. Ma adesso capivo perché Tommas non avesse sem­plicemente fatto cadere un edificio sul revenant. Avrebbe di­strutto ogni osso del suo stesso corpo. Tommas tornò in piedi e zoppicò lungo la strada. In quel momento mi accorsi che il suo cavallo era ferito gravemente. Giaceva a terra, i fianchi ansimanti. Tommas si abbassò e gli accarezzò il muso. Mi sembrò che stesse piangendo. Sapevo quanto tenesse a quel cavallo. Lo aveva chiamato Abraxas. Ilyas sospirò ed estrasse un coltello dalla cintura. Si avvi­cinò e sussurrò qualcosa a Tommas. Il daeva scosse il capo. Ilyas gli appoggiò una mano sulla spalla. Abraxas scalciò de­bolmente con le zampe posteriori. Quindi emise un basso ge­mito. Tommas annuì. Mi voltai mentre Ilyas metteva fine alle sue sofferenze. Per una volta, Darius e io provammo le medesime sensa­zioni. Pietà e sofferenza, mischiate a una profonda, ribollente rabbia. Poi Tijah e Myrri arrivarono da dietro l’angolo. Tijah sta­va portando con sé una testa per i capelli. Un altro revenant. Stava ghignando, fino a quando non vide Abraxas. «Ci hanno teso una trappola», disse Ilyas, raggiungendo­ci. «Neblis ha preso le persone e ha lasciato i Druj, sapendo che saremmo arrivati, prima o poi.» «Perché le vuole?» domandai, temendo la risposta. «Schiavi. E quando si spezzano, li offre ai negromanti.» Pensai ai giocattoli sul pavimento della camera e mi sen­tii nauseata. «C’è una qualche possibilità che possiamo raggiungerli?» chiese Tijah. Ilyas scosse il capo. «L’assalto c’è stato almeno una setti­mana fa. Saranno al di là delle montagne, ormai.» Tijah imprecò nella sua lingua natia, qualcosa di sporco, a giudicare dal suono. Rimanemmo in silenzio mentre Tommas si avvicinava. La tunica era zuppa di sangue. Non avrei saputo dire quanto fos­se suo e quanto del cavallo. «Fammi dare un’occhiata alla tua ferita», disse Ilyas gen­tilmente. Era la prima volta che lo sentivo parlare a Tommas in un tono che non fosse freddo o distaccato. «Non è niente», rispose Tommas. «Prendi tu il mio destriero», continuò Ilyas. «Io tornerò a Tel Khalujah correndo.» Tommas lo fissò. Sembrava intontito. «No, posso cammi­nare.» «È un ordine», ribatté Ilyas, gli occhi grigi che si induri­vano. Sollevò il bordo della tunica di Tommas e soffocai un sussulto. L’intera schiena era violacea e presto sarebbe diven­tata livida. Non dipendeva dal revenant. Era accaduto perché aveva mani­polato la terra. «Cavalcherò con te, Tommas», dissi velocemente. «Sono la più esile. Il cavallo del capitano può portarci tutti e due.» Si voltarono verso di me. «Nessuno dovrà camminare», continuai. «Ilyas può ca­valcare sulla doppia sella con Darius.» «Bene», borbottò Ilyas, allontanandosi a grandi passi. Tijah si affacciò nella fenditura e si scambiò uno sguardo con Myrri. La sua daeva era muta, la sua maledizione la lingua mancante, ma le due erano così vicine che pareva non avesse­ro bisogno di parole. Quando dovevano parlare, usavano un com­plesso sistema di gesti. Ne avevo imparato qualcuno, ma la maggior parte per me rimaneva un mistero. Myrri alzò un pugno e mosse il mignolo. Tijah annuì. «Cavalchiamo veloci», annunciò Ilyas, salendo in sella dietro di Darius, mentre il resto di noi faceva la stessa cosa. «Ma ci fermiamo ai villaggi lungo la strada e li avvertiamo di spostarsi. Di andare a sud.» Un muscolo nella sua mascella fre­mette. «Questi confini non sono più sicuri.»
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI