CAPITOLO CINQUE

3288 Parole
CAPITOLO CINQUE Il giorno del mio diciassettesimo compleanno, il magus mi convocò nel suo studio. Mi sedetti e aspettai mentre faceva scorrere un mucchio di carte. Alla fine alzò lo sguardo. «Ti ho trovato un daeva.» Rimasi immobile, respirando a malapena. «Si chiama Darius. È stato cresciuto dai magi a Karnopo­lis. A quanto si dice, è ubbidiente e devoto. E potente.» Il ma­gus sostenne il mio sguardo. «Molto potente. Il più forte da genera­zioni, se dobbiamo credere ai suoi custodi. Sei stata scelta perché non posso lasciarti senza un legame ancora a lungo. Ti stai avvicinando all’età in cui la tua mente diventerà troppo rigida per accettarlo, Nazafareen. E così questo è il mio dono per te. Ne sei felice?» «Sì, magus. Molto felice.» Lo ero. Ma ero anche estrema­mente nervosa. «Desideri incontrarlo?» Il mio cuore vacillò. «È qui?» «Nel cortile, ci sta aspettando. Oh, già, la sua maledizione è il braccio sinistro avvizzito. Ho pensato che essendo tu man­cina fosse un buon completamento.» Feci un profondo respiro mentre camminavamo fuori. Es­sere legata al mio daeva voleva dire che avrei potuto dare la caccia ai Druj. Andare in pattuglia con Ilyas e Tommas. Tijah era stata già promossa diversi mesi prima. Adesso noi sei sa­remmo stati un’unità. Aspettavo quel momento da più di tre anni, eppure una parte di me avrebbe ancora voluto correre nella di­rezione opposta il più velocemente possibile. Svoltammo l’angolo degli alloggi e lo vedemmo. Un ra­gazzo, anche se ancora non per molto. Notai i capelli castani ta­gliati molto corti e il volto pallido e serio. La sua tunica az­zurra come il cielo si abbinava agli occhi, che non parevano partico­larmente caldi. Più sulle linee dei laghi ghiacciati in cui facevo il bagno da bambina. Mi diressi verso di lui, rifiutandomi di essere intimidita. Mi sembrava prudente fargli capire subito chi fosse a coman­dare. «Mi chiamo Nazafareen», dissi. Darius annuì. Il suo volto era perfettamente impassibile, ma vidi una scintilla in quegli occhi. Paura? Disprezzo? Era andata e venuta troppo in fretta per poterne essere sicuri. Non avevo idea di cosa dire dopo, così rimanemmo in piedi in un silenzio imbarazzato che sembrò durare un’eterni­tà. Alla fine fu il magus a parlare. «Venite. Il Satrapo Jaagos e gli altri Water Dog vi stanno aspettando.» La cerimonia del legame aveva luogo nella sala delle udien­ze del satrapo. Era una stanza cavernosa, con un soffitto a volta composto da piastrelle dorate e tre colonne di marmo. Le pareti erano ornate con bassorilievi di cavalli, i colli e le criniere resi fin nei minimi dettagli. Jaagos sedeva sul trono, i suoi Water Dog disposti su am­bedue i lati. Metà di loro indossava tuniche di un azzurro cie­lo, l’altra metà di un profondo rosso sangue. Avevo osservato Jaagos da lontano qualche volta, ma non ero mai stata tanto vicina a lui. Nel momento prima di pro­strarmi, vidi un uomo grassottello vestito in un abito lussuoso di ricami d’argento. Era calvo come un uovo, con labbra car­nose e spalle cadenti. Un gatto di casa tra i leoni. Premetti la fronte contro la pietra. Alla mia destra, Da­rius fece la stessa cosa. Ero intensamente consapevole degli occhi dei Water Dog su di me. Erano loro che volevo impressionare, specialmente Ilyas. Non me ne importava un fico secco del satrapo, salvo non farlo arrabbiare. La sua autorità era assoluta, era la mano del Re a Tel Khalujah e, se mi avesse voluto morta, allora avrebbe dovuto fare un minimo gesto e sarebbe stato fatto. «Procediamo», disse Jaagos dopo che fu passato un lasso di tempo appropriato dal mio inchino. Il magus fece un passo in avanti. «Voi siete i Water Dog, i più sacri di tutti i cani», disse. «Senza acqua non c’è vita, ep­pure l’acqua ha il potere di distruggere come di creare. Possa­no le vostre impurità essere lavate via.» Il magus versò lenta­mente il contenuto di una ciotola d’argento sulle nostre teste. «Possa il Sacro Padre guidare le vostre azioni», intonò. «Possa il legame concesso oggi essere vero e puro. Possiate sempre servire la causa della luce e brillare nell’oscurità.» Mise da parte la ciotola e si infilò un paio di guanti di pelle. Quindi prese un bracciale dorato, spesso e decorato con leoni ruggenti. Se lo avesse toccato con le mani nude, allora si sareb­be legato a Darius all’istante. Il volto del magus nuotava nel mio campo visivo mentre si inginocchiava davanti a noi. Darius si era fatto mortalmente pallido, ma guardò il bracciale – il gemello di quello che si tro­vava già intorno al suo braccio destro – senza vacillare. Mi co­strinsi a non mostrargli quanto fossi impaurita. Non volevo dargli quella vittoria. «Combatterete come una sola persona, vivrete come una sola persona», disse il magus. «Sarete i portatori della volontà del Sacro Padre, così come orientata dal vostro Re e dal vostro sa­trapo. Buone parole, buoni pensieri, buone azioni. Per il Profe­ta e per il Sacro Padre, voi siete legati.» Quindi fece scattare il bracciale intorno al mio polso e lo serrò con una piccola chiave dorata. Potrei aver gridato. Pro­babilmente lo feci. Perché non ero più sola. Delle dighe si era­no alzate nella mia mente, rilasciando un torrente di emozioni aliene. Vicino a me, Darius stava prendendo respiri rapidi, co­me se la medesima cosa stesse accadendo a lui. Lo sentivo a malapena. Il panico mi attraversò, seguito da un senso di per­dita che mi scavò un buco nel cuore. Non sapevo se fosse il mio o il suo, o tutti e due che si nutrissero l’uno dell’altro. E avvertii il suo potere, una profonda e vorticante pozza di pote­re, stretto nel mio pugno. «Abbiamo finito», disse il magus. Le mie ginocchia tremavano mentre mi alzavo in piedi. Darius mi offrì la mano, ma avevo paura di toccarlo, quindi Ilyas si fece avanti, conducendomi dalla sala delle udienze al tempio del fuoco. Ci inginocchiammo insieme. Provai a prega­re, ma stavo sbattendo i denti. «Diventa più facile con il passare del tempo», disse Ilyas in un tono rassicurante, come se si stesse rivolgendo a una bambi­na piccola. «Imparerai a riconoscere le differenze tra le tue sen­sazioni e le sue. A separarle. Ad aggrapparti a te stes­sa.» Annuii, ma non gli credetti. Avrei desiderato solo strap­parmi il bracciale dal polso. Per tirare fuori Darius e la sua di­sperazione senza fondo dalla mia testa. Ma era impossibile. Era stato fissato al suo posto. «Guarda nelle fiamme», disse Ilyas. «Immaginale mentre bruciano la tua paura. Mentre rendono la tua mente libera dai pensieri. Offrili in pasto al fuoco sacro. Hai il dono, Nazafa­reen. Ora devi imparare a controllarlo, o ti distruggerà.» Provai a fare come mi era stato detto. Per un momento, mi sembrò di essere affiorata in superficie, come se il torrente avesse rallentato un po’, quindi tornò, più forte che mai. Saltai in piedi e riuscii ad arrivare in cortile prima di vo­mitare. Mi permisero di stare a letto per il resto della giornata. Tutti mi lasciarono stare. Capivano che non avrei potuto sop­portare la vicinanza di una sola altra persona. Ne avevo già abbastanza nella mia testa. * * * Aprii gli occhi al sorgere del sole. Grugnii e mi strofinai la fronte. Il cranio mi formicolava, una sensazione glaciale e spia­cevole. Capii subito dove fosse Darius e cosa stesse facen­do. Era un altro effetto collaterale del legame, avrei scoperto poi. Riuscivo a sentire il suo cuore che batteva. Uno dei suoi stivali era troppo stretto. Potevo chiudere gli occhi e sapere esatta­mente dove fosse, anche a centinaia di metri di distanza. Perché nessuno mi aveva detto che sarebbe stato così? Im­maginavo che Tijah lo avesse fatto, ma era molto peggio di quanto mi fossi aspettata. Molto, molto peggio. Mi infilai la mia nuova tunica scarlatta e marciai verso il fiume. Filamenti di nebbia danzavano attraverso le canne mor­te sul margine. Era autunno inoltrato e l’aria era di un freddo umido che prometteva neve. Il mio daeva era lì in piedi, nudo fino alla vita, mentre si ver­sava acqua sul capo con la mano destra. Indossava un fara­vahar dorato su una catenina intorno al collo, le ali dell’aquila spalan­cate. Il braccio sinistro giaceva contro il fianco, grigio e morto. Osservai la sua spalla, il punto in cui la pelle liscia in­contrava quella ruvida. La sua maledizione Druj. Rallentai per un momento, vedendo quel braccio patetico, ma non ero ancora pronta a perdonarlo per avermi svegliata. Quella era la mia scusa, in ogni caso. Naturalmente ciò che mi faceva arrabbiare davvero era la terribile consapevolezza di essere stata appesantita da una sofferenza non mia, ma che mi faceva comunque sanguinare. Quello che mi rendeva davvero furiosa era lui. Era più calmo quel mattino, ma io no. Mi fermai a circa cinque metri di distanza. Non si voltò anche se sapeva che ero lì. «È bello sapere che sei così devoto», dissi. «Ma non credi sia un po’ presto per venire qui e dedicarsi ai riti del mattino?» Si fermò, quindi versò l’acqua rimanente nella ciotola. Av­vertii il gelido gocciolio sulla schiena e strinsi le labbra. «Mi è stato insegnato dai magi a cominciare alle prime luci», rispose Darius. «Ti aspettavi di dormire fino a tardi? Te­mo che non funzioni così con i Water Dog.» Sorrise e tutti e due sa­pemmo che era un sorriso posticcio. «Mi dispiace se ti ho offesa in qualche modo.» Osservai i suoi capelli scuri bagnati sulla fronte, la sua bocca ostinata. Pareva così umano. Eppure c’era qualcosa nel modo in cui Darius rimaneva immobile, perfettamente a suo agio nella sua pelle. Immobile ma raccolto, come i lupi che avevo visto nelle montagne. «Non mi hai offesa affatto», risposi. «Immagino che tu abbia bisogno della benedizione più di me.» Voltai i tacchi e mi allontanai, sapendo di averlo ferito. Una piccola fitta anche al mio cuore. E mi sentii un po’ in col­pa. Ma quella non era la fine. Poi sentii la soddisfazione per la mia vergogna. E la mia rabbia per il fatto che lui sapesse e ne fosse contento. E infine il suo divertimento alla mia rabbia. Accelerai il passo, determinata a non pensare a niente, a non provare niente, mai più. Se solo fosse stato facile. * * * Non rividi Darius fino a quando Ilyas non mi condusse al cortile d’addestramento, quel pomeriggio. Voleva che vedessi i daeva combattere l’uno contro l’altro. Tommas era già in attesa. Sogghignò quando mi vide e incli­nò il capo in un cenno di saluto. «Il mio», disse Ilyas, con un tono possessivo. «Ed ecco il tuo.» Darius si fece avanti. Tommas ottenne un cenno. Io no. Se Darius era nervoso, non riuscivo a sentirlo. Se non altro, le sue emozioni erano piatte, smussate, come se avesse trovato un modo per nascondermele. Be’, meglio per lui. Speravo di riu­scire a imparare a fare la stessa cosa. Scelsero delle spade da addestramento di legno. I daeva co­minciarono a duellare, dapprima lentamente, mettendo alla prova l’uno l’infermità dell’altro. La gamba di Tommas contro il braccio di Darius. Tommas era più alto, ma Darius si muove­va come un serpente pronto a colpire. Presto cominciarono a tagliare l’aria così velocemente che riuscivo a seguire la loro lotta solo attraverso gli impatti delle lame che si scontravano con forza brutale. Quando mandarono in frantumi le loro quarte doghe, Ilyas dichiarò chiuso il duello. Mi sentivo stanca e sudata come i combattenti, cosa che lo fece ridere. «Mi ero quasi dimenticato come fosse all’inizio», disse. Quindi il suo volto si indurì. «Ma devi imparare a separarti, Nazafareen. A mantenerti concentrata. In una battaglia vera, permettere al legame di prendere il controllo potrebbe ucci­derti. Pensare che ciò che stai sperimentando sia reale. È reale, ma è laggiù.» Fece un gesto con la mano come a spingere qualco­sa. «Devi usare la tua volontà per tenerlo in una parte della tua mente. Come una scatola. Sei consapevole di ciò che avviene all’interno della scatola, ma non è roba tua. Lo capi­sci?» «Credo di sì.» Chiusi gli occhi e provai a trovare il luogo in cui finivo io e cominciava Darius. Riuscivo quasi a sentirlo, come i bordi di una bolla. Qualcosa di tangibile, almeno. Immaginai quella bolla restringersi, diventare più piccola fino a entrare nel pal­mo della mia mano. Lui si ritirò e, per la prima volta dalla ce­rimonia del legame, sentii una qualche forma di controllo sui conte­nuti della mia mente. Quindi la bolla scoppiò e lui tornò a dilagare. Ma era un inizio. «Ora combattiamo a coppie», mi disse Ilyas. «Prendi una spada.» Ne raccolsi una e raggiunsi Darius. «Alla sua sinistra», sbottò Ilyas. Arrossii e feci come mi era stato detto. Naturalmente il mio ruolo era di compensare l’infermità del mio daeva. Quello era il mio scopo. Tenere Ilyas lontano, mentre Darius combat­teva contro Tommas. Ci affrontammo, Ilyas sul lato della gamba storpia di Tommas. Un attimo dopo, Ilyas si lanciò e fu come il mio pri­mo giorno nel cortile. Prima che potessi battere le palpebre, la mia spada stava volando in aria. Rimasi ferma per un momento, sbalordita. Avevo com­battuto contro Ilyas innumerevoli volte, ma non lo avevo mai visto muoversi così. Aveva giocato con me per tutto il tempo? Imba­razzo e rabbia dilagarono in me mentre Darius abbassava la punta della spada, aspettando che io riprendessi la doga. Come aveva potuto il mio capitano lasciarmi tanto imprepara­ta? Faceva parte dell’addestramento farmi sembrare una scioc­ca davanti al mio daeva? Digrignai i denti e raccolsi la spada dall’abbeveratoio dei ca­valli. «Su la lama!» ordinò Ilyas. «Andiamo, Nazafareen. Puoi fare meglio di così.» Aggiustai la presa sull’elsa e riuscii a mantenerla per die­ci secondi prima che Ilyas mi disarmasse di nuovo. Il processo si ripeté diverse volte fino a quando lui non annunciò una pausa. Mi trascinai fino al pozzo per bere dell’acqua e Darius mi rag­giunse da dietro. Mi aspettavo pietà o scherno, ma non era ciò che sentii provenire da lui. Era qualcosa di più vicino alla fru­strazione. «Ascolta», mi disse. «Hai un po’ della mia forza e della mia velocità, se soltanto vuoi usarle.» Aprii la bocca e lui mi offrì la mano buona. «Non ti sto chiedendo di lasciarmi entrare. Capisco che tu non voglia farlo e francamente non lo voglio neanch’io. Ma se allenti solo un po’ la presa sul potere, avrai ciò che si chia­ma flusso di ritorno. Ti aiuterà. Ilyas lo sta utilizzando.» Incli­nò la testa da un lato e non avevo bisogno del legame per ve­dere il suo divertimento. «A meno che non ti diverta a racco­gliere spade.» Lo fissai. Un vantaggio del legame era che non avevo bi­sogno di uscirmene con una risposta tagliente. Poteva sempli­cemente lasciare che la mia opinione o il mio atteggiamento gli arrivassero dritti nel cervello. «Grazie», dissi, secca, dandogli le spalle. Riuscivo a sentirlo lambire i confini della mia mente. Non il potere oscuro dei Druj di cui ero terrorizzata. Qualcosa pie­no di vita, che scoppiava di vita. Presi un profondo respiro e la­sciai andare la catena. Mi sentii goffa la prima volta, avver­tendo il potere risalire e quindi raggrumarsi di nuovo nella paura, fino a quando non ne sentii solo un rigagnolo proveni­re dal legame. Ma quel rigagnolo era sufficiente. I miei riflessi si ve­locizzarono, così come la mia consapevolezza della posi­zione di Darius, proprio dietro di me, alla mia destra. Il cortile si fece tutto più distinto. Anche a qualche metro di distanza, riuscivo a vedere la piccolissima parte di barba rosso-dorata sulla mascel­la di Ilyas che quella mattina aveva mancato du­rante la rasatu­ra, il sudore che brillava tra le sue dita. Avvertii la soddisfazione di Darius mentre tenevo a bada Ilyas per cinque minuti buoni prima che mi disarmasse. La volta successiva furono dieci. A suo favore, bisognava ammet­tere che aveva capito cosa stessi facendo e che non mi rimpro­verò. A volte poteva essere strano. Credo volesse che capissi da sola. Ma sapevo che non ci sarei riuscita se Darius non mi avesse aiutata. * * * Ci volle parecchio tempo perché imparassi a controllar­mi. A controllare lui. Non era neanche lontanamente ubbi­diente come avevano dichiarato. Mi svegliavo ogni mattina con la sensazio­ne dell’acqua fredda che mi scendeva lungo la schiena. Le mie lamentele con il magus furono ignorate. A quanto pareva, il bi­sogno di Darius di purificare la sua natura al fiume, a dispetto della stagione, aveva la precedenza. Ma ne venne fuori qualcosa che mi sorprese. Dal giorno del legame i miei incubi si erano interrotti. Sognavo ancora Ashraf, ma erano bei sogni. Di lei che giaceva nell’erba alta o che nuo­tava nel fiume. Mia sorella era tornata da me come era in vita, non nella morte. E cominciai a rendermi conto che in determinati momen­ti della giornata – di solito la sera presto – Darius sembrava an­darsene via. Sapevo dov’era fisicamente, ma la sua mente era così tranquilla che mi accorgevo di lui a malapena. Oppure mi accorgevo di lui in un modo diverso. È difficile essere com­pletamente non influenzati dall’umore di qualcun altro quan­do questo qualcuno vive nella tua testa. Se Darius era arrab­biato o depresso i miei pensieri si facevano cupi. Mi preoccu­pavo di Neblis e dei suoi Druj e di ciò che avrei fatto la prima volta che ne avessi fronteggiato uno. Mi preoccupavo di mori­re in battaglia e mi preoccupavo di non morire. Di cosa signifi­casse vivere per centinaia di anni, senza essere davvero sola nella mia mente. Bloccata con un demone per l’eternità. Ma poi… c’erano quei momenti di serenità. Duravano da quindici minuti a un’ora e mi lasciavano con una sensazione di pulito e di rinnovamento. Come se fossi di nuovo una ra­gazzina, senza una preoccupazione al mondo. Cominciai a domandarmi cosa facesse. Così un giorno, quando le foglie delle betulle cominciavano a farsi dorate, lo andai a cercare. Be’, non proprio a cercare. Sapevo dov’era. Presso un boschetto vicino al fiume. Era un bellissimo pomeriggio autunnale, il cielo più az­zurro dell’azzurro e l’aria abbastanza fresca da far capire che l’inver­no sarebbe arrivato, ma non prima di qualche settima­na. Se fossi stata a casa, il clan sarebbe stato intento nei prepa­rativi del lungo viaggio attraverso le montagne. Seguii il sentiero che si snodava dentro e fuori dalla ve­getazione, attraverso rovi di more e oscuri pini. Quando rag­giunsi il fiume, un cormorano planò sopra di me, il collo ser­pentino di­steso nel volo. Mi fermai a guardarlo per un mo­mento. Proprio dopo la curva, c’era un frutteto racchiuso da un basso muro di pietra. Darius era seduto sotto un pero, lo stes­so da cui Tijah e io raccoglievamo di nascosto la frutta d’esta­te. Aveva gli occhi aperti. Indossava la tunica azzurra e i pan­taloni larghi infilati nei bassi stivali. Quello di sinistra era an­cora troppo stretto. Pensai di poter chiedere a Ilyas di darglie­ne un altro paio. Darius doveva sapere che ero lì, ma non si mosse. Mi ero ripromessa di… non cercare lo scontro. Solo di chie­dergli cosa stesse facendo. Ma vedendolo lì a quel modo, con il volto e le mani rilassate, cambiai idea. Se riusciva a tro­vare un momento di pace, chi ero io per portarglielo via? Lo osservai per qualche altro secondo, poi mi voltai e tornai len­tamente verso i dormitori. * * * Con la pratica, diventò più facile creare una scatola nella mia mente e infilarci Darius all’interno. Non se andava – il mio daeva non se ne andava mai davvero – ma era la stessa diffe­renza che c’è tra qualcuno che ti sussurra nell’orecchio e il mormorio di voci in una camera lontana. Era qualcosa con cui potevo convivere. Non avevo scelta. Cominciai a riconoscere quelle sensazioni di seconda ma­no, a distinguerle dalle mie esperienze dirette. Non appena in­contravo una sensazione che sapevo non era mia, la spingevo in un angolo del mio cervello e la ignoravo. Se non avessi im­parato a fare così, probabilmente sarei impazzita molto velo­cemente. Ci allenavamo ogni giorno, prima con Tijah e Myrri e, quando si stancavano, con Ilyas e Tommas. Nonostante il loro rapporto teso, quando il capitano e il suo daeva combattevano insieme erano come una sola mente in due corpi. Immaginai che fosse così perché erano legati da parecchio tempo. Era bel­lissimo starli a guardare, come abiti di seta che ondeggiava­no al vento o come acqua che fluiva sulle pietre. Come una danza in cui i partner erano perfettamente in sintonia. In contrasto, Darius e io eravamo orrendamente goffi. Io continuavo a finirgli sui piedi e lui a mettersi in mezzo al mio braccio che reggeva la spada. Lentamente imparammo le forze e le debolezze dell’altro. Imparammo ad anticiparci. A lasciar cadere le barriere che avevamo costruito, anche solo per le ore nel cortile, e a permettere all’altro di essere presente del tutto. Utilizzare il suo potere era diverso. Ancora andavo a ten­toni con esso, pur essendomi abituata alla sua presenza co­stante. Una cosa debole e pulsante, come la luce delle stelle vi­sta con la coda dell’occhio. Non lo aveva ancora utilizzato in mia pre­senza. Il potere doveva essere liberato solo per uccide­re i Druj, per nient’altro, e i confini erano stati tranquilli. Quando chiesi al magus quale fosse, mi diede una rispo­sta prolissa che mi lasciò più confusa di prima. Tommas mi spiegò che potere era la parola sbagliata. Non era qualcosa che afferra­vi, come una forza, ma qualcosa che diventavi, il che aveva ancora meno senso. Tutto ciò che sapevo era che non mi apparteneva, nonostante potessi sentirlo aleggiare appena fuori dalla mia portata. E se mi fossi fidata abbastanza di Da­rius, glielo avrei lasciato toccare nel momento del bisogno. E quella si rivelò la parte più difficile.
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