CAPITOLO QUATTRO

3310 Parole
CAPITOLO QUATTRO Divenne presto chiaro che quasi tutti nella struttura del satra­po mi considerassero una selvaggia. Non ero abituata a man­giare a tavola e le mie goffe maniere erano una grossa fonte di intrattenimento per le serve. Facevano finta di annu­sare l’aria quando entravo nelle cucine, quindi alzavano i nasi per il di­sgusto. Non avevo mai capito la repulsione che la maggior parte della gente avesse per i nomadi. Gli unici che mi trattavano da essere umano erano Ilyas e Tommas, e il magus. Gli altri Water Dog trascorrevano gran parte del tempo in pattuglia e all’inizio ne incontrai pochi. Al­la fine, riuscivo a tenere la spada tra le mani mentre Ilyas si acca­niva su di me, ma le prime settimane furono una pura e sempli­ce sofferenza. Ogni notte sognavo Ashraf. A volte era il mio coltello a trovarsi nel suo collo. Quei sogni erano i peg­giori e mi svegliavo tremante nell’oscurità degli alloggi deser­ti. Mia sorella aveva un conto in sospeso con me, era evi­dente. Così io accendevo un mozzicone di candela e aspettavo l’alba (provare a riaddormentarmi era inutile) e le giuravo che avrei fatto di tutto per guadagnare un posto tra i Water Dog. Per cominciare a uccidere i Druj. Ma Ashraf non era mai stata paziente – aveva solo sette anni, dopotutto – e sapevo che mi avrebbe tormentato fino a quando non avessi mantenuto la pro­messa. Non ci volle molto perché imparassi a conoscere il lus­suoso complesso del satrapo. C’erano due gruppi di dormitori per i Water Dog: uno per i daeva e uno per gli esseri umani. I servi­tori avevano i loro alloggi, come l’harem. Il tempio del fuoco, dove pregavo con Ilyas al mattino, era una semplice struttura di pietra nella parte orientale dei giardini. Secondo la nostra fede il fuoco era l’elemento più sacro, seguito dall’acqua, dall’aria e infine dalla terra. Le fiamme simboleg­giavano la luce della saggezza che bandiva l’oscurità dell’igno­ranza. Ilyas si inginocchiava al mio fianco, con gli occhi serrati e le labbra che si muovevano in silenzio. C’era una strana in­tensità nella sua preghiera, come se cercasse perdono per qualche pec­cato, nonostante il suo comportamento fosse ap­propriato sotto tutti gli aspetti, se non proprio rigido. «Il mondo è in una battaglia eterna tra il bene e il male», mi diceva. «Ma la guerra più importante si combatte qui.» Ilyas si toccava il petto. «Non sono i barbari e neanche i Druj che dob­biamo temere di più, Nazafareen. È il nemico che ab­biamo dentro.» Annuivo e facevo finta di capire di cosa stesse parlando. In­tendeva i daeva? L’essere legati? O si riferiva alle tentazioni in generale? O a tutte quelle cose insieme? Molte volte ero an­data vicina a chiederglielo, ma qualcosa nei suoi occhi grigi mi trat­teneva. Come se Ilyas sarebbe stato terribilmente delu­so da me se non fossi riuscita a comprendere. Speravo che i pomeriggi passati con il magus potessero chia­rire la mia confusione. Non sapevo quasi nulla. La mia gente conduceva un’esistenza isolata e i grandi meccanismi dell’impero significavano poco per noi. Così sedevo rigida sul­la mia sedia mentre il magus mi istruiva sulla politica, sulla storia e su altri argomenti troppo noiosi da nominare. L’unica volta in cui mi rianimai fu quando parlammo dei daeva. Mi af­fascinavano in un modo tenebroso, come pantere viste attra­verso le sbarre di una fragile gabbia. «Solo gli Immortali – la divisione dell’esercito personale del Re – usano i daeva come una grossa forza di combattimen­to», spiegò il magus. «I satrapi ne hanno un piccolo contin­gente per i loro Water Dog, ma non troppi. Ai mercanti più ricchi e po­tenti ne sono concessi uno o due. I daeva significa­no potere, Nazafareen. Se i satrapi avessero i loro eserciti, po­trebbero considerare l’idea di ribellarsi. Il Re non può rischia­re una cosa del genere.» «E i magi? Hai detto di aver avuto un legame anche tu.» «Lo avevo.» Guardò fuori dalla finestra. «Alcuni di noi scel­gono di legarsi, ma non tutti. Sempre meno, adesso. Gran parte dei magi teme troppo la corruzione.» Avrei voluto chiedergli perché non fosse più legato, ma sem­brava una domanda impertinente e, per una volta, riuscii a tenere la bocca chiusa. «Perché non provano a liberarsi?» chiesi invece. «È impossibile. Se un daeva si azzarda anche solo a toc­care il bracciale dell’umano a cui è legato soffre di un dolore fortis­simo. Si può anche infliggere una punizione direttamente tra­mite il legame, se chi lo indossa vuole così. Ma tutti i nostri soldati daeva sono stati cresciuti nella luce. Li abbiamo adde­strati per vincere la loro natura malvagia.» «Eppure non vi fidate di loro», dissi. «Per questo sono inca­tenati.» Il magus sorrise, anche se il sorriso non raggiunse i suoi occhi. «Sì. Sono pur sempre Druj. Il legame non cambia nul­la.» «Sono non-morti? Come gli spettri?» «No. Ma non sono neanche esseri umani. Sono qualcosa di diverso.» Pensai a Tommas. Sembrava così bello. «Come fate a sa­pere che sono Druj, allora?» «Combattevano dalla parte dei Druj», rispose il magus con fermezza. «Temono il fuoco. Hanno poteri sacrileghi. Che altro vuoi?» Considerai ciò che sapevo dei non-morti. Alcuni diceva­no che i lich fossero le anime di assassini o di progenie tra uo­mini e daeva abbandonata a morire per assideramento. Qua­lunque cosa fossero, un singolo tocco poteva uccidere. I reve­nant erano un qualche tipo di soldati. Erano stati i più temuti nella guerra, dopo i negromanti, per via della loro forza e delle loro dimensioni. Erano la potenza principale dell’esercito di Neblis. E gli spettri… be’ li conoscevo. In apparenza erano come i lich, ma sapevano come strisciare dentro una persona. Non uc­cidevano con il tocco. Quello che facevano era peggio. Pri­ma che la gente ne vedesse i segni – quei neri occhi a mandor­la, per esempio – un singolo spettro avrebbe potuto trasfor­mare un’intera famiglia in pochi minuti, ogni membro che uc­cideva e infettava il prossimo. Interi villaggi erano caduti così. Ma i daeva erano vivi. Parlavano e mangiavano e rideva­no come tutti noi. «Non lo so. Da dove vengono? Che facevano prima della guerra? I daeva sono sempre esistiti?» Il magus batté un dito, impazientemente. «Stiamo diva­gando rispetto all’obiettivo di questa lezione. Non c’è dubbio che pro­vengano dallo stesso luogo da cui proviene il resto dei Druj.» «Cioè da dove?» «Bactria, naturalmente.» Il magus si chinò in avanti. «Se di­venterai una Water Dog, dovrai avere ben chiaro cosa stai af­frontando. Capisco che i daeva che tu vedi ora sono quelli che abbiamo cresciuto nella Via della Fiamma. Ma la loro na­tura sostanziale è ingannevole, impura. Questo è ciò che signi­fica la parola Druj, Nazafareen. Non è qualche tipo di…» Fece sven­tolare le mani. «… classificazione scientifica. Stiamo par­lando dell’anima. L’elemento principale da ricordare, sopra ogni altra cosa, è che dovrai tenere sempre stretto il laccio, a meno che tu non sia in pericolo. Sempre.» Ci pensai su per un momento. «Ma possono uccidere i Druj? Voglio dire, del tipo non-morto.» «Oh, sì.» Mi sorrise, contento di essere tornato su un ter­reno familiare. «I Druj Maggiori, come i revenant, devono es­sere decapitati. In teoria, un uomo potrebbe farlo, ma è molto diffi­cile. Lo stesso vale per i Druj Minori come gli spettri. Ma i lich? La loro sostanza è di ombra. Devono essere dissolti nell’aria. Solo un daeva può fare qualcosa del genere.» «Quando sarò legata avrò anch’io quel tipo di potere?» «No. Ma terrai il potere del tuo daeva nel palmo della mano. Non può toccarlo senza il tuo consenso.» Il magus strinse il pugno. «Quando hai bisogno che lui lo usi, tu devi solo… aprire la mano.» Fece rilassare le dita. «Credo di aver capito. Quando avrò il mio daeva?» Il magus sospirò. «È presto, Nazafareen. Hai ancora mol­to da imparare. Potrei considerare l’idea tra un anno o due.» Mi fece un cenno con la mano. «Puoi andare a dedicarti ai tuoi compiti, ora.» Mi diressi verso le cucine, trascinando i piedi. Un altro anno a pulire pentole e a evitare i colpi del cuoco mentre le domesti­che mi mandavano occhiate velenose. Una di loro ave­va sputa­to nella mia colazione quella mattina, ma l’avevo vista e avevo fatto cadere la ciotola a terra prima che potesse dar­mela. Il cuoco avrebbe voluto picchiarmi. Quindi era arrivata una ra­gazza dell’harem a chiedergli dei dolciumi e lo aveva di­stratto abbastanza perché potessi sgattaiolare via. Ma sapevo che non se ne era dimenticato. Decisi che avrei rischiato di fare tardi e ricevere un pe­staggio peggiore e mi fermai agli alloggi per chiedere a Ilyas se avessi potuto svolgere il mio turno alle stalle. La sua porta era aperta. Ilyas era in piedi alla finestra, a guardare Tommas che si allenava con un altro daeva nel corti­le. Erano tutti e due ricoperti di sudore, i loro movimenti quasi troppo veloci per essere seguiti con la vista. Feci un piccolo rumore per far sapere a Ilyas che ero lì. Si girò di scatto, con un’espressione quasi colpevole sul viso. Si addolcì quando mi vide. «Nazafareen. Hai bisogno di qualcosa?» «Sì. Non voglio più lavorare nelle cucine.» «Perché no?» «Mi trattano come se fossi una barbara.» Ilyas si irrigidì. «Non volevo offendere», mi affrettai ad aggiungere. «Non sei…» «Un barbaro? No, ma mia madre lo era.» Si toccò i capelli rosso-dorati. «Ho i suoi tratti, anche se mio padre è il Satrapo Jaagos.» Lo aveva detto con leggerezza, come se non importasse. Non lo avrei mai immaginato. Le nobildonne del palazzo in­dossavano i veli, ma avevo visto la sposa del satrapo nei giar­dini. Aveva capelli lunghi e scuri. Nessuno in tutta Tel Khalu­jah aveva la colorazione di Ilyas. «Tuo padre è il satrapo?» domandai cautamente. «Mi ha portato con sé dopo una delle campagne nel Middle Sea. Contro il padre di Eskander. Ero solo un neona­to.» Di nuovo quel nome. «Chi è Eskander?» Ilyas rise. «Il magus non ti ha insegnato niente?» Provai a non offendermi come una bambina per il suo to­no sbrigativo. «Cose sui daeva. Un po’ di storia e di geografia. Sto imparando i nomi delle satrapie e le loro capitali. Che tipo di beni producono.» Trascinai l’alluce sul pavimento. «Non ne vedo davvero il motivo. Probabilmente non lascerò mai Tel Khalujah.» Ilyas mi osservò. «Credi che non importi?» Feci spallucce, intuendo che stava per arrivare una predi­ca da parte del mio capitano. «E che mi dici di Macedonia? Ne hai mai sentito parla­re?» «Uhm… una delle Città Libere?» «La loro nemica, a dire il vero. E anche nostra. Eskander di Macedonia è la nuova spina nel fianco del Re. Secondo le dice­rie ha offerto rifugio a qualunque daeva sia riuscito a scappare all’impero.» Ilyas si rimise gli stivali. «È un eretico. Se Eskander raggiunge i suoi scopi, noi saremo tutti cibo per gli avvoltoi.» Il pensiero era disturbante. «Proveranno a invaderci?» «Al momento è impegnato a catturare Atene e le altre Città Libere. Ma è solo una questione di tempo prima che i suoi occhi si rivolgano a est.» «E gli Immortali?» dissi. «Abbiamo diecimila coppie di umani e daeva nella capitale. Nessuno può opporsi a loro.» «Probabilmente no», ne convenne Ilyas. «E lui è un cuc­ciolo. Ha solo diciotto anni, da ciò che ho sentito. Senza dub­bio ci sono fortuna e i consigli dei generali di suo padre dietro le sue vittorie.» Ilyas si incamminò verso la porta. Dovetti correre per mante­nere il suo passo. «Allora mi passerai alle stalle?» Mi fissò con sguardo penetrante. «Desideri lavorare sotto Tommas?» «Non mi importa sotto chi», dissi in tutta onestà. «È solo che preferisco stare con gli animali. Le serve e i cuochi mi de­testano e non c’è niente che io possa fare per cambiare questa cosa.» Ilyas si fermò e vidi empatia nella sua espressione. Mi venne in mente che doveva sapere cosa volesse dire essere un fore­stiero. Essere odiato per il modo in cui si appariva. «Farò in modo che sia così», rispose infine, camminando nel cortile d’addestramento e afferrando una lancia dalla ra­strelliera. «Tommas!» gridò. Il daeva di Ilyas si deterse il sudore dalla fronte e si avvi­cinò. L’estate era arrivata a Tel Khalujah e faceva molto più caldo di quanto fossi abituata nelle montagne. C’era un posto in cui eravamo soliti nuotare nel fiume, una pozza profonda con delle rocce da cui tuffarsi. Immaginai mio fratello e gli al­tri ragazzi ridere e gridare, quel momento sublime di assenza di peso prima dell’impatto con l’acqua, e provai una punta di nostalgia di casa. «Nazafareen passa alle stalle», disse Ilyas. «Mi aspetto che tu la renda utile.» Tommas annuì. «Puoi cominciare oggi, se vuoi.» «Mi sono già occupata di cavalli», risposi velocemente. «Non ti sarò d’intralcio.» «Non importa se non sai distinguere il davanti del caval­lo dal retro», sbottò Ilyas, irritato. «Lui lo farà perché glielo ho ordinato io.» Mi sentii a disagio, ma Tommas non parve offeso dal to­no. Non era la prima volta in cui vedevo Ilyas cambiare atteg­giamento per rimproverare il suo daeva. Nel migliore dei casi era freddamente educato. All’inizio, avevo pensato che tutti i Water Dog dovessero comportarsi così. I daeva erano Druj, do­potutto. Poi avevo visto gli altri nel cortile che scherzavano tranquillamente con i daeva a cui erano legati. Chiaramente Ilyas aveva qualche risentimento nei confronti di Tommas. Oppure avvertiva soltanto il bisogno di mantenere le distanze. «Ritorna tra un’ora», mi disse Tommas con un sorriso. Mentre si allontanava zoppicando, gli occhi di Ilyas lo se­guirono. Per qualche ragione, in quel momento mi tornarono alla mente le sue parole. È il nemico interiore che dobbiamo temere di più, Nazafa­reen. * * * E così Tommas diventò il primo daeva con cui entrai in con­tatto. Si rivelò tanto alla mano quanto Ilyas era severo. Sa­pevo già come sellare e strigliare un cavallo, così mi mise su­bito a lavoro. All’inizio mi sentii intimidita a stare da sola con lui, ma Tommas continuò a farmi domande sulla mia famiglia e sulla mia vita nel clan, e presto ci trovammo a parlare come vecchi amici. Questo potrebbe sembrare strano, considerando che si trattava di un Druj. Ma io sapevo che non avrebbe potu­to usare i suoi poteri senza il consenso di Ilyas e poi, anche se Tommas era inumanamente forte, vedevo dal modo in cui trattava i cavalli che c’era della gentilezza in lui, a dispetto di ciò che il magus aveva detto della sua anima. Tommas mi raccontò di essere cresciuto nelle isole del Middle Sea, richiamando il vento per le navi mercantili. Quan­do la sua nave, la Antikythera, era stata attaccata dagli spettri, Tommas aveva mostrato un’affinità per il combattimen­to, uc­cidendone una mezza dozzina alla tenera età di nove anni. Il suo proprietario aveva pensato che fosse adatto per i Water Dog e Tommas era stato comprato a un prezzo molto alto dal satrapo. Era legato a Ilyas da quando aveva dieci anni e Ilyas dodici. Fu Tommas a rivelarmi che la madre di Ilyas non solo era una barbara, ma una macedone, come Eskander. «Deve essere dura», dissi, mentre strigliavo una puledra chiazzata dalle lunghe zampe. «Quando era piccolo fu isolato a causa dei maltrattamen­ti subiti dagli altri bambini», replicò Tommas. «Ma una volta di­ventato un Water Dog, hanno imparato a non attraversare la sua strada.» «Il satrapo lo ha riconosciuto come figlio?» Tommas mi lanciò un’occhiata attraverso l’acqua con cui stava riempiendo un secchio. «Te ne ha parlato?» «Proprio oggi.» «Sì, Jaagos lo ha trattato dignitosamente.» «Perché è così cattivo con te?» mi lasciai sfuggire. «Ilyas, voglio dire.» «Sei molto schietta», osservò Tommas con un sorriso sarca­stico. «Maleducata, intendi», risposi. «Mi dispiace. Mia madre dice che la mia lingua è come un cane. Fa molto casino, ma poco di esso ha senso.» «No, puoi chiedere», disse Tommas. «Anche se non sono sicuro di conoscere la risposta. È un uomo complicato e la sua vita non è stata facile. Più di ogni altra cosa, credo che deside­ri dimostrare il suo valore.» Intuii che Tommas sapesse più di quanto mi stava dicen­do, ma decisi di aver messo già a dura prova la mia fortuna. «Quanti anni ha?» «Diciannove.» «Prega moltissimo», dissi, accarezzando il collo della ca­valla. «Lo vedo sempre al tempio del fuoco.» «Sì, è molto devoto.» Tommas mise una mano in tasca e ne trasse qualcosa. «Un regalo di benvenuto», aggiunse. Studiai il legno intagliato nella mia mano, sentendomi fe­lice e un po’ imbarazzata. Era un pesce, le scaglie e le pinne così dettagliate che quasi mi aspettai che cominciasse a dime­narsi. «Grazie», dissi. «Lo hai fatto tu?» Tommas annuì. «Ti piace?» «Moltissimo.» Avrei desiderato poter contraccambiare, ma i miei possedimenti erano pochi. Quindi ricordai qualcosa che avevo preso in fretta e furia il mattino che avevamo la­sciato la catena del Khusk. «Aspetta qui.» Corsi alla porta a fianco, entrai negli alloggi e frugai all’interno della borsa in pelle di capra che avevo portato da casa. Quando tornai, Tommas era seduto tranquillamente su una balla di fieno. «È tutto a posto», disse. «Non devi…» «No, voglio che lo abbia tu.» Gli offrii il regalo e i suoi occhi si illuminarono. «È la piuma della coda di un’aquila di montagna. L’ho trovata sull’orlo di un precipizio.» Le dita sottili di Tommas passarono lungo le punte bian­che come la neve, che diventavano di un marrone più scuro in cima. «L’aria è il mio elemento preferito. Questo è un tesoro. Grazie.» Condividemmo un sorriso e io pensai che se il mio daeva fosse stato come Tommas allora non sarebbe stato tanto male essere legati, dopotutto. * * * Ora che ero libera dalle cucine, la mia vita a Tel Khalujah divenne molto più serena. L’addestramento con la spada e le generose razioni di cibo misero muscoli sulle mie ossa. Man­giavamo separati dai daeva, ma imparai a conoscere gli altri Water Dog. C’erano solo altre tre coppie legate a parte Ilyas e Tommas. Erano tutti molto più anziani e affiatati tra loro per­ciò, quando mi giunse voce che era arrivata una nuova reclu­ta, mi sentii al tempo stesso emozionata e sospettosa. Ci incontrammo quando lei entrò nei dormitori e si se­dette sul mio letto. Era molto carina, con la pelle scura e una moltitu­dine di trecce tenute insieme da un cerchio d’oro. Co­me me, in­dossava una tunica grigia, ma quella ragazza la face­va sembra­re un abito adatto alla moglie del satrapo. «Sei tu la ragazza nomade?» mi domandò. «Mi chiamo Nazafareen», risposi, lanciandole un’occhia­ta che la sfidava a dire qualcosa di scortese. Non ero più la ra­gazza magrolina che ero stata ai tempi del mio arrivo. Sapevo come combattere con mani e piedi così come con un’arma. E non ero più capace di tollerare l’ignoranza delle altre persone. «Nazafareeeeen… mi piace.» Sorrise. «Stella del Nord.» «Come fai a saperlo?» Ero sorpresa. Non molti conosce­vano il nostro dialetto. «So un sacco di cose, ragazza nomade.» Aveva un accen­to cadenzato, musicale. «Vengo da Al Miraj. La conosci?» Provai a ricordare la cartina che il magus teneva nello studio. «Le sabbie ardenti al sud.» «Proprio quelle. La mia daeva si chiama Myrri.» Avvertii una punta di gelosia. «Hai un daeva?» «Siamo legate da quando eravamo bambine. Facciamo le cose in modo diverso ad Al Miraj.» Si rilassò sul mio letto e sospirò. «E noi non li chiamiamo daeva laggiù. Li chiamiamo djinn.» «Ancora non me ne hanno assegnato uno», dissi, cupa. Lei mi osservò attentamente. «Dovranno farlo molto pre­sto. Hai cominciato ad avere il sangue?» Arrossii un po’ alla sua schiettezza, nonostante la mia gente non fosse timida su certe cose. «Sì, un po’ di tempo fa.» «Hmm, immagino che tu segua la Via della Fiamma.» «Non lo fanno tutti? Voglio dire, tutte le persone civili?» Lei rise. «Oh, ragazza nomade. No, abbiamo i nostri dei ad Al Miraj. Siamo stati leali nei confronti del Re dalla guerra e lui è troppo furbo per portarci via i nostri usi. Quella sareb­be la migliore ricetta per la ribellione.» «Allora perché sei qui?» «Mio padre è molto ricco», disse debolmente. «È un buon amico del satrapo di Al Miraj. Gli ho detto che avrei vo­luto uc­cidere i Druj e lui non mi rifiuta nulla. Così eccomi qui.» «Ancora non mi hai detto il tuo nome.» Lei ghignò, mostrando una dentatura candida e regolare. «Mi chiamo Tijah. Significa spada.» Poi estrasse una lama ricurva che mi disse veniva chia­mata scimitarra. Decisi proprio allora che quella ragazza mi piaceva. «Cosa si prova a essere legati?» le domandai. «Mi è stato detto che dipende da quanto è forte il tuo do­no. È diverso per tutti.» «Per te com’è?» Ci pensò su per un momento. «Avverto Myrri, come se avessi un secondo corpo, ma è… spettrale. Lieve. A volte so cosa sta provando, ma non sempre.» «Potete leggervi i pensieri a vicenda?» chiesi, temendo forte­mente la risposta. «No, niente del genere. È molto più sottile.» «Grazie al Padre.» Lei rise. «I tuoi pensieri sono così terribili?» Vidi Ashraf per un istante, insanguinata e accusatoria. «A volte. Il punto è che sono miei e non voglio che nessuno vi possa rovistare dentro. Com’è, intendo Myrri?» «Coraggiosa. Leale. È come una sorella per me», replicò Tijah. Un’ombra le attraversò il viso, ma la mascherò alzando­si in piedi e lanciando la sua borsa sul letto vicino al mio. «Così hai avuto questo posto tutto per te. Spero non ti di­spiaccia un po’ di compagnia.» «Sono contenta di averne», dissi in tutta onestà. «Da quanto sei qui?» «Dallo scorso inverno. Hai già incontrato Ilyas?» «Sì, ha detto che dovremo allenarci insieme. Cosa ne pensi di lui?» «Severo ma giusto», replicai, aiutandola a scuotere il len­zuolo e a rimetterlo a posto. «Ti spinge fino ai limiti, ma non oltre. Con me è stato buono.» Abbassai la voce fino a un sus­surro da pettegolezzo. «È il figlio bastardo del satrapo. Sua madre era macedone.» «Un barbaro!» esclamò Tijah, gioiosa. «Non proprio. Sembra uno di loro, ma è stato cresciuto qui.» E quindi la mia lingua andò da sé, raccontando alla mia nuova amica tutto riguardo agli altri Water Dog e ai loro dae­va. Le dissi di Zohra, che era anche più bassa di me ma che era capace di lasciare quattro uomini ad ansimare a terra du­rante gli allenamenti. Di Sanova, che aveva sempre un sorriso sarca­stico sul volto e che andava evitata a ogni costo. Di Beh­rouz, che era capace di lanciare un masso a venti passi, ma aveva la voce dolce come quella di un usignolo. «E poi c’è Tommas, il daeva di Ilyas. È affascinante e ca­rino, ma Ilyas è molto freddo con lui. Credo che non gli piac­cia essere legato.» «Non può semplicemente prendere un altro daeva?» «No, il magus dice che le catene dei Water Dog sono per la vita. Non è sempre stato così, ma l’ultimo satrapo è stato sor­preso a vendere i suoi daeva al mercato nero. Ora le catene sono serrate. Solo il magus ha le chiavi.» «Be’, allora spero che tu ne abbia uno buono», disse Ti­jah. «Visto che sarete legati per sempre.» Mi lasciai cadere sul letto e fissai il soffitto di legno, sen­tendomi di colpo un po’ nauseata. «Lo spero anch’io», dissi infine.
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