6Eppure non era proprio finita lì, forse doveva essere un destino che il “caso Serena”, come l’avrebbe chiamato, rubasse del tempo ai bagni di mare, all’ozio sotto la pergola, occupando gran parte delle sue vacanze estive. Vittorio, a cui aveva parlato en passant dell’omicidio a Villa dei Pini, aveva detto di ricordarlo vagamente.
– Guarda che, se ti interessa, mio padre legge sempre “La Nazione” e conserva le copie per un po’ prima di buttarle: è una vecchia abitudine che ha preso dal tempo in cui con la carta di giornale faceva le palle di cartapesta per accendere il fuoco nella stufa. Dovrebbe di certo avere i giornali arretrati. Anzi, adesso è tanto che non si occupa delle consuete pulizie: in questi tempi è strano, non sembra più lui.
– Sei preoccupato? Non sta bene?
– Non so, forse è solo un’impressione: pensi sempre che i genitori siano eterni, mi rendo conto che ormai anche lui ha la sua età. Torniamo alla tua richiesta: se non le ho in casa, posso trovare le copie in biblioteca, alla Spezia: a me non costa nulla andare all’emeroteca e fare una piccola ricerca. In un modo o nell’altro, individuo gli articoli e poi te li scannerizzo.
L’amico era stato di parola e gli aveva spedito gli articoli di un anno prima: ne aveva selezionato alcuni che, a suo parere, fornivano le informazioni generali sul caso. Aveva operato dei tagli solo sul materiale accessorio, interviste e commenti che nulla aggiungevano, sempre secondo lui, al racconto dei fatti.
E i fatti erano questi: il mattino del 5 maggio Serena Bondi, operatrice socio assistenziale (OSA), era stata trovata morta dalla collega che doveva sostituirla. Era stato chiamato il 118, che non aveva fatto altro che constatare il decesso. L’autopsia aveva stabilito che la donna era stata strangolata. Dal sopralluogo dei Carabinieri era risultato che Serena Bondi era riversa sul proprio letto, la camera era in disordine, come se ci fosse stata una colluttazione. Sulle lenzuola e su di una federa erano state rilevate tracce ematiche: il sangue, che apparteneva alla vittima, aveva macchiato anche una sigaretta non fumata, marca Winston, che era stata scoperta in un secondo momento sotto il letto della Bondi. La sigaretta era risultata appartenere a Pericle Amoretti, un amico della vittima, che era stato prima messo in stato di fermo poi accusato di omicidio: a inchiodarlo era non solo la sigaretta trovata sul luogo del delitto – come dimostrava senza alcun dubbio la prova del DNA – ma anche il fatto che l’uomo non avesse un alibi per la sera del 4 maggio. A peggiorare la sua situazione, c’era la personalità stessa dell’indagato: descritto da molti testimoni come un violento, era stato sorpreso più volte a litigare con la Bondi. L’uomo, originario di un paese della val di Vara, viveva di espedienti: prima di essere arrestato gestiva un piccolo smercio di abiti usati e di borse militari, per svolgere il quale fruiva di un piccolo magazzino dove talvolta dormiva, e di un banchetto con il quale girava i diversi mercati della zona. Risultava essere “senza fissa dimora”, e la famiglia Bondi non vedeva di buon occhio la sua relazione con Serena.
“Il colpevole è stato trovato” si disse il commissario, “aveva ragione la signora Angeli. Per me non c’è più niente da fare: un caso si è aperto e chiuso nello spazio di una lettura”. Infatti aveva esaminato gli articoli ed il riassunto di Vittorio come se fossero i documenti di una sua indagine: di alcuni punti avrebbe voluto sapere di più, gli sembrava mancasse qualcosa che forse a Vittorio e al giornalista non era sembrato importante annotare. Comunque il rinvio a giudizio di Pericle Amoretti aveva messo fine ad ogni curiosità personale e professionale. I nomi, le situazioni, i luoghi e le persone si dispersero in un mare di congetture che piano piano divennero sempre più sfumate, come se fossero sciolte in un liquido che cancella ogni traccia.