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879 Parole
8Villa dei Pini si trova sulla strada che da Lerici porta alla Spezia, per cui il commissario passò a salutare zia Amapola. Aveva deciso che l’avrebbe chiamata così, nominandosi d’ufficio nipote adottivo. Entrando nel grigio androne, notò che niente o quasi era cambiato dalla primavera, anzi, se possibile, l’atmosfera era ancora più cupa, visto che fuori pioveva. Chiese della signora Parodi alla persona che lo accolse e che, guarda caso, era proprio la signora con cui aveva parlato al telefono, la signora Angeli. – La troverà nella veranda: è un peccato che con questo tempaccio i nostri ospiti non possano uscire a godersi il giardino. Il giardino era squallido, d’estate come d’inverno: i decantati “pini” della Villa erano in realtà cedri del Libano, piante molto meno armoniose e verdi dei loro fratelli, le siepi di bosso delimitavano degli spazi pieni di erbacce e nei vasi, quei pochi che si potevano vedere lungo i muri dell’edificio, vivacchiavano gerani secolari. Quando c’erano. Perché il luogo dove molti, sempre di più stando alle statistiche, passano gli ultimi anni della vita deve essere così trascurato? è giusto spendere per le cure medico-assistenziali, ma, come avrebbe detto suo padre, “Anche l’occhio vuole la sua parte”. E il naso, e le orecchie, ed il tatto, perché no? Suo padre era stato fortunato, se così si può dire: il male contratto a causa del lavoro di saldatore, lo aveva portato via in poco tempo, e senza che soffrisse molto, ma prima, una volta in pensione, aveva avuto modo di passare del tempo in mezzo alla bellezza, curando i giardini di alcune ville in Riviera. Toccava la terra, creava talee, spuntava i rami secchi. Ad ogni anziano dovrebbe essere dato qualcosa di simile, per farlo sentire ancora utile, pensava il commissario. Invece, dopo aver sfruttato le loro migliori energie, la società dimenticava i vecchi, anzi, li cancellava alla vista. Quasi li rifiutasse. – Ehi, bellu zueno, non mi saluti? La voce roca di Amapola Parodi lo distolse dalle elucubrazioni che facevano il parallelo con il luogo. – Sai che sono venuti a trovarmi Mario e Clementina? Hanno portato anche Amapola. Mi fa ridere dire così, come se fossi io. La piccola è cresciuta, si sta facendo ’na bella figgia. – Ma quando li ha visti? Non mi hanno detto niente! – E no, non hanno potuto: hanno detto che hanno provato a chiamarti, ma non c’era... qualcosa. Riguarda il telefono, credo. Che altro? – Non c’era “campo”. Vuol dire che il loro cellulare non riusciva a collegarsi con il mio. Il commissario trovava che l’anziana signora stesse decisamente meglio da quando l’aveva vista la prima volta: forse il vestito a fiori, forse una ritrovata vitalità. – Mi sono fatta la messa in piega, l’hai notato? Qui, se non ci si tira un po’ su da noi... – Cosa ne direbbe se provassi a chiamarli io? – Che sarebbe proprio una bella idea! E rise, del suo ormai noto riso roco, mentre gli scuoteva il braccio per confermare la contentezza. Il commissario venne a sapere che i Parodi erano davvero in zona: si trovavano a Fosdinovo, sulle colline di fronte a Bocca di Magra, sull’altro versante della valle. Erano stati fortunati perché, nonostante l’alta stagione, avevano trovato posto nell’agriturismo di un vecchio amico. Una bella stanza, con vista nel verde, che avevano potuto avere a loro disposizione perché era stata completata e arredata da poco, quindi non era stata prenotata da nessun altro. Mario e Clementina godevano di buona compagnia e di buona cucina. – Sempre i soliti, voi: amici, cibo e magari della musica. – è vero, c’è anche quella. Però la cosa più importante è che siamo abbastanza vicini alla casa di cura dove sta la zia, così possiamo monitorare la situazione, come si suol dire. Le cose che ci hai detto erano piuttosto allarmanti e appena abbiamo potuto, siamo venuti a trovarla: vedremo cosa fare nel corso della nostra permanenza. Presero accordi per incontrarsi, poi il commissario si accomiatò da zia Amapola: prima che se ne andasse, però, la donna gli afferrò il braccio, come era ormai solita fare quando aveva qualcosa di grosso da dirgli e infatti gli disse una cosa “grossa”: – Non è stato il fidanzato, sai, non è stato lui. Dicono che l’abbia ammazzata lui, ma non è vero. – Il fidanzato di chi? – mentre diceva questo, sapeva benissimo di chi voleva parlare la signora Parodi. – Ma di Serena, chi altro? è un balordo, dicono, ma non è stato lui. – E come mai ne è così sicura? – Vedi, io a Serena volevo bene perché era l’unica che corresse anche di notte senza farlo pesare. Con tutto questo sapevo bene che non era un angelo; molto spesso era fuori di testa e poi era molto chiacchierata. – In che senso “chiacchierata”? – Dicevano che ricevesse degli uomini, quando aveva il turno di notte. Pensa che le altre OSA e anche alcune ospiti, la burlavano: “Quante tazzine, oggi, una o due?”. – Cosa volevano dire, lo sa? – La Luciana, una anziana che sa tutto di tutti, qui dentro, mi ha spiegato che “una tazzina” voleva dire che aveva dormito sola, “due tazzine”che era stata in compagnia di un uomo. – Lei crede davvero che il fidanzato non sia colpevole? – E perché non dovrei? Sempre secondo la Luciana, Serena col fidanzato aveva litigato, non lo voleva più vedere. Il commissario avrebbe voluto approfondire l’argomento, ma un’occhiata all’orologio lo fece scattare: era tardi, tardissimo. Si accorse che la conversazione, compresa quella con i Parodi, aveva portato via tempo e lui non voleva assolutamente perdersi il dibattito in tribunale.
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