9Arrivò trafelato al Palazzo di Giustizia: l’udienza era già iniziata, però poté ascoltare fin da principio il discorso del nuovo avvocato della difesa, anzi, dell’avvocatessa, visto che si trattava di una donna.
– Come ricorderete, il maresciallo Gelmini ci ha parlato della sigaretta marca Winston trovata sulla scena del crimine e successivamente ci è stata presentata la perizia del RIS circa le tracce del DNA dell’imputato rilevate sulla stessa. Ebbene, è mia intenzione dimostrare che il rinvenimento della sigaretta non prova assolutamente la colpevolezza del mio assistito.
Il clamore che le parole suscitarono tra il pubblico fu tale che il giudice dovette mettercela tutta per riportare l’ordine in aula. Si vedeva bene che gli sarebbe piaciuto avere ancora il martelletto su cui battere con foga.
– E vi dirò di più: intendo contestare la conduzione dell’indagine preliminare e metterne in giudicato le conclusioni. è mia ferma convinzione che questo caso sia nato male, proprio male. L’accusa di omicidio è stata costruita a partire da questo unico elemento, la sigaretta marca Winston: chi ci dice che non fosse nella camera della Bondi già prima della notte in cui è avvenuto il decesso? Intendo fare chiarezza su questo punto nel corso della deposizione del mio cliente.
L’avvocato rivolse lo sguardo verso Pericle Amoretti, che le rispose con una specie di smorfia, girando poi la testa all’indietro, come se la cosa non lo riguardasse affatto. Rosanna Geminiani continuò imperterrita.
– Intanto voglio dimostrare come non siano stati rispettati i diritti del mio assistito, al quale è stato prelevato il DNA da confrontare con quello trovato sulla sigaretta, unica prova a carico, UNICA, ribadisco, senza che fosse stata formulata un’accusa vera e propria. Infatti l’imputato era stato chiamato dal Pubblico Ministero solo in qualità di persona informata sui fatti, insieme con altri. Voglio ricordare che, durante il colloquio in questione, è stata fumata la sigaretta che è servita come elemento di confronto con quella ritrovata dal maresciallo sul luogo del delitto. Le chiedo, signor giudice, se era legittimo procedere all’estrazione del DNA ed al confronto con quello della sigaretta rinvenuta sul luogo del delitto senza che l’imputato ne fosse informato. E senza che fosse informato di essere iscritto nel registro degli indagati. Mi pare evidente che sono stati violati i diritti del mio assistito.
Mentre parlava, la donna si batteva il pugno sul palmo dell’altra mano aperta, quasi a ribadire con forza il senso delle parole.
Un uomo seduto vicino al commissario si girò verso di lui e disse: – è brava, è proprio brava: è la migliore penalista della piazza.
– Come dice, scusi?
– Parlo della Geminiani: è giovane, ma si è già fatta un nome, non solo in città.
Il commissario dovette ammettere che quella moretta dalla voce chiara e dall’atteggiamento deciso doveva sapere il fatto suo: i gesti che accompagnavano le parole, perfino l’abbigliamento, un completo scuro gessato, le scarpe dalla lunga punta, i lunghi capelli scuri che ondeggiavano sulle spalle mentre lei si muoveva, tutto confermava un’idea di giusta e corretta aggressività. Quello che ci voleva per togliere le eventuali castagne dal fuoco per l’uomo che sedeva sul banco degli imputati. Il commissario focalizzò per la prima volta lo sguardo su Pericle Amoretti e rimase stupito: era quello l’uomo definito dalla stampa, e dagli inquirenti, “un violento, una persona portata agli eccessi”? Lo colpì subito l’espressione smarrita, gli occhi persi nel vuoto, l’atteggiamento da vittima designata. è vero che l’apparenza inganna, si disse il commissario, però non poté fare a meno di provare per lui un moto spontaneo di compassione. Questo giudizio cominciò a vacillare quando venne il momento in cui l’imputato chiese di fare spontanee dichiarazioni. Da come i suoi occhi si incrociavano di continuo con quelli della sua avvocatessa fu chiaro al commissario che la mossa era stata concordata in precedenza. Alla domanda su cosa avesse da dire l’imputato circa la sigaretta recante le tracce del suo DNA trovata sotto il letto della vittima, Pericle se ne uscì con: – è stata Serena che l’ha messa lì, perché mi voleva male.
Il commissario immediatamente pensò “che cavolo sta dicendo?”. La Geminiani alzò gli occhi al cielo e fu evidente a tutti che faceva un grande sforzo per trattenersi, mentre saettava con gli occhi il suo assistito. Anche se chiaramente interdetto, il giudice rimase sul piano della pura professionalità:
– Vorrei che spiegasse meglio questa affermazione: secondo lei è stata la vittima a prendere la sigaretta dal suo pacchetto e a gettarla a terra?
Il Pubblico Ministero trovò il modo di portare l’acqua al suo mulino:
– Allora lei confessa di essere stato nella stanza con Serena, la sera del delitto.
La Geminiani pose la sua obiezione, che il giudice accolse, rassicurando l’imputato che poteva andare avanti.
– No, io non c’ero nella stanza di Serena, ero in treno. è stata lei che l’ha fatta arrivare nella sua stanza, perché voleva che io fossi presente.
Come era prevedibile, le parole di Amoretti scatenarono l’intervento dell’accusa.
– La sigaretta sarebbe arrivata... per telecinesi? Ma si rende conto di cosa sta farneticando?
Anticipando l’intervento della difesa, il giudice fermò con un gesto deciso i bollenti spiriti del pubblico ministero e indicò all’imputato che poteva andare avanti.
– L’avevo tolta dal pacchetto per fumarla, ma lei me l’ha presa di bocca e ha detto che se la sarebbe fumata dopo e l’ha posata sulla mensola vicino al letto.
Questa volta il giudice non aspettò che avvenisse il prevedibile balletto tra accusa e difesa e chiese direttamente, ed in modo perentorio.
– Ma lei c’era o non c’era nella stanza della Bondi, la sera del 4 maggio?
– Non c’ero, ero in treno per Livorno, l’ho già detto. Con Serena c’eravamo lasciati. Ho saputo che era morta solo il 20 maggio, quando ho chiamato a casa sua.
Nell’intento di portare la discussione sul tema cruciale, il giudice formulò una domanda che avrebbe dovuto far superare l’impasse.
– Come si spiega allora che sulla sigaretta che porta impresso il suo DNA ci fosse una macchia di sangue della vittima? La dottoressa Foglia ha stabilito che il sangue era di Serena Bondi senza ombra di dubbio.
Come prevedibile, ecco l’intervento dell’accusa.
– Signor giudice, è chiaro che l’imputato prima ha picchiato la vittima, che ha avuto un’emottisi, secondo quanto sostenuto dalla dottoressa Foglia, e poi l’ha strangolata. Il sangue ha macchiato sia la federa sia la sigaretta, che era caduta sotto il letto. Mi sembra che non ci siano dubbi, in questa ricostruzione dei fatti!
L’avvocatessa invece aveva qualcosa da ribattere.
– Signor giudice, non intendo mettere in discussione il fatto che il sangue sulla sigaretta fosse della Bondi, ma contesto quanto affermato dal collega, cioè che il mio assistito fosse nella stanza: ha già sostenuto che lui non c’era, nella stanza. Era in treno.
E il pubblico ministero: – Non abbiamo alcuna prova, al di là della sua dichiarazione, che Pericle Amoretti fosse dove dice. Senza prove, la sua dichiarazione è lettera morta.
Il giudice volle andare più a fondo circa la tesi della difesa..
– Avvocato Geminiani, vorrei che chiarisse meglio il punto che riguarda la presenza della sigaretta che porta il DNA del suo cliente nella camera della Bondi. Se lei potesse fornirci una versione meno... – e qui fece una pausa e guardò l’imputato – ...fantasiosa di quella che abbiamo ascoltato.
Rosanna Geminiani sembrò rimboccarsi le maniche per togliere dalla mente del giudice e del pubblico l’infelice prestazione del suo assistito.
– Secondo me è possibile che la sigaretta, rimasta nella stanza a partire da un giorno imprecisato e nelle modalità che l’imputato ha ricordato, sia caduta dalla mensola durante la colluttazione tra la vittima ed il suo assassino e, rimasta a terra, abbia assorbito una goccia di sangue dell’epistassi di cui ha parlato la dottoressa Foglia. La presenza della sigaretta non significa necessariamente la presenza dell’Amoretti.
Lo sguardo di complicità che l’avvocatessa Geminiani rivolse al suo assistito ed il sorriso che le illuminava gli occhi sottolinearono che la difesa aveva sferrato un bel colpo di fioretto alle tesi dell’accusa. Ma non era ancora finita.
Il giudice passò ad un altro elemento indiziario che, insieme con la sigaretta, aveva portato gli inquirenti a sostenere la colpevolezza dell’imputato.
Giudice: – Lasciamo per ora da parte la sigaretta, sulla quale tra l’altro ho ben presente che esiste la richiesta di non ammissibilità da parte della difesa, e veniamo ai rapporti dell’imputato con la vittima. è vero, come risulta dai dati istruttori, che la signora Bondi aveva voluto troncare la vostra relazione perché aveva paura di lei?
Imputato: – Mi attraeva e poi mi respingeva. Quando andavo a trovarla, le uscivano fiamme dalle gambe, il figlio mi guardava con occhi come palle rotanti. Mi avevano incastrato e non volevano che li lasciassi. Eppure lei diceva che non mi voleva vedere: lo sapevo che lo faceva apposta, per accontentare sua madre, ma non era vero.
Il commissario continuava a non voler credere alle sue orecchie: non aveva mai sentito testi pronunciare le fila di assurdità che uscivano dalla bocca dell’uomo. Da una parte provava pena per lui, dall’altra si stava facendo l’idea che l’imputato fosse un grande attore, che recitasse un copione che lui stesso si era scritto. E con quello stava strappando quanto meno l’infermità mentale.
Il giudice passò all’escussione delle testimonianze che dovevano documentare il carattere violento dell’accusato ed i frequenti litigi che avevano portato alla fine del rapporto con Serena. Il vicino del commissario, che doveva essere un assiduo frequentatore di tribunali, o quanto meno, aver seguito tutto quanto il processo in atto, si prese la briga di osservare che c’erano stati molti altri testimoni, nelle precedenti udienze, ma erano stati tutti “molto tecnici”, come il maresciallo che aveva fatto i rilevamenti sulla scena del delitto, l’infermiera che aveva trovato il corpo, il medico del 118, l’anatomopatologa e il tossicologo.
– Il bello comincia ora, anzi è cominciato oggi – disse il patito dei tribunali e con questo voleva dire che quel giorno aveva preso avvio la parte più emotiva, più scenografica, quasi che il processo fosse una rappresentazione teatrale che doveva toccare tutte le corde dell’animo umano. Il commissario, che qualche volta era stato sul palcoscenico nella parte del tecnico, non si era mai reso conto che in effetti le cose stavano così, e si accinse a seguire le deposizioni come uno spettatore qualunque.
La signora Picella, la madre di Serena, affermò che Pericle e la figlia avevano litigato: – e di brutto, proprio il pomeriggio del 4 maggio. Anche prima lui l’aveva picchiata, lasciandole dei lividi in faccia e sulle braccia. Era per il suo carattere violento che Serena, dopo i primi tempi, non aveva più voluto avere a che fare con lui.
Fu la volta dell’infermiera Pepoli, una collega della Bondi a Villa dei Pini.
– Serena mi ha fatto vedere i lividi sul viso e mi ha detto che glieli aveva procurati Pericle.
E poi arrivò la testimonianza di un’altra collega della Bondi, l’infermiera Quaccia.
– La sera del 4, alle 20:45, c’è stata una telefonata per Serena. E lei mi ha mandato a rispondere, dicendo che se era Pericle non dovevo passarglielo.
Il giudice intervenne per chiarire.
- La vittima ha anche specificato il motivo per cui non voleva parlargli?
– Mi ha detto che la spaventava, che da quando si erano lasciati la tormentava perché ritornassero insieme. E lei non voleva assolutamente.
L’avvocato della difesa interrogò a sua volta l’infermiera Quaccia:
– Signora, lei ha detto di aver preso la telefonata del 4 maggio: chi era che voleva parlare con la Bondi?
– Non ha detto il suo nome, ma non era Pericle.
– E come mai dice che non era lui? Conosceva la sua voce?
– La conoscevo, perché ha chiamato tante volte anche in passato e poi è molto riconoscibile, perché tira la erre.
Il commissario rilevò che la difesa aveva messo un altro uccellino nel carniere: l’infermiera Quaccia non aveva riconosciuto la voce, quindi qualcun altro aveva telefonato per cercare Serena la sera che era stata uccisa. Purtroppo l’ultima testimone, Tilde Angelini, una degente della casa di riposo, sembrò far cadere il castello di congetture a favore dell’imputato; disse infatti di aver sentito la voce di Pericle Amoretti proprio la sera del 4.
– Li ho sentiti parlare nel corridoio, lui e Serena.
L’avvocatessa Geminiani le domandò dove si trovasse in quel momento e la donna rispose che era nella sua stanza.
– Quindi non li ha visti, ha solo sentito delle voci – insistette l’avvocatessa. – Quindi, voglio dire, può darsi che la voce che ha sentito non fosse quella dell’imputato.
– No, era proprio lui, l’ho visto molte volte con Serena, la voce la conosco. Era proprio lui!
L’enfasi con cui muoveva le sue accuse dava la sensazione che la teste dovesse farsi forza per sostenere le proprie affermazioni. La cosa incuriosì il commissario dal momento che il comportamento della Angelini divergeva da quello delle altre testi, che si erano rivelate intimidite dal contesto, e avevano parlato mostrando un certo timore, una certa insicurezza. Lei era l’unica che non sembrava avere dubbi.
Il commissario avvertì le sensazioni che provava quando si avvicinava a qualcosa che non andava per il verso giusto, che non quadrava. Era chiaro che le testimonianze si contraddicevano, per non parlare della famosa sigaretta. Si fece strada in lui la convinzione che il caso di Serena fosse molto, molto lontano dall’essere stato risolto con l’imputazione di colpevolezza per Pericle Amoretti. Gli vennero in mente tutti gli interrogativi da cui era partito il suo interesse per il caso, le sibilline parole di zia Amapola circa il marcio in Danimarca e la conferma della signora Angeli sul fatto che ci fossero stati dei sospettati all’interno di Villa dei Pini. Dove erano finiti? Si chiedeva come mai le indagini si fossero concentrate sull’Amoretti, se davvero fosse bastata una sua sigaretta ed il suo carattere violento a condurlo all’incriminazione. E se era vero quanto detto da zia Amapola, cioè che Serena di notte riceveva più uomini, perché non aveva sentito parlare di questo durante il processo? “Due tazzine” non significava necessariamente la tazzina di Serena più quella di Pericle, ma anche la tazzina di Serena più quella di un possibile altro uomo. L’esistenza di una persona diversa da Pericle nella vita della donna apriva il campo a nuove ipotesi: se l’inchiesta fosse stata sua, avrebbe indagato sulle frequentazioni maschili della vittima. Già, avrebbe: l’inchiesta però non era sua. Doveva convincersi che gli inquirenti avevano vagliato diverse possibilità e che dovevano aver avuto validi motivi per arrivare a formulare un’accusa. In quanto a lui, era ben consapevole che per far loro le bucce avrebbe dovuto saperne di più. Avrebbe dovuto ascoltare altre testimonianze, partecipare a nuove udienze. Ma quel giorno stesso, conclusasi l’ultima deposizione, il processo fu rinviato al 16 settembre, oltre la pausa estiva. Il commissario, rimasto con l’amaro in bocca e con la voglia pressante di avere informazioni e delucidazioni, decise che la persona che poteva dargliele era anche la persona che si era accollata la difesa di Pericle Amoretti.