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1854 Parole
2Torino. Ospedale Maria Vittoria. Pronto soccorso. Sono seduto su di una barella con indosso solo una specie di camicia da notte a quadretti legata sulla schiena. Mi osservo le ginocchia, sono legnose. Ho freddo ma mi hanno detto di stare qui. Mio figlio e sua moglie sono nello studio attiguo e stanno parlando con un medico. La porta è socchiusa. Ne scorgo i movimenti ma non riesco a percepire le loro parole. L’odore è pungente, un misto tra disinfettante e detersivo, non mi piace un granché. Ci farei meno caso se potessi vestirmi un pochino. Ora ho i brividi. Torno a guardarmi le ginocchia e poi le gambe. Sono magre come rami secchi. Un tempo, ricordo, erano potenti, muscolose, capaci di grandi cose. Che schifo diventare vecchi. Sento voci nel corridoio, un certo viavai. Rumori di barelle che scorrono su rotelle cigolanti e claudicanti. Mi tocco il capo. Mi duole. Sul lato destro sento una garza. Con i polpastrelli la sfioro in tutta la sua grandezza. Una maschera interrogativa mi altera i lineamenti del viso. Sarò caduto? Mi avranno dato una botta in testa, forse? Una rapina? Il mio sguardo torna a posarsi desolato sulle mie ginocchia, non ricordo assolutamente nulla. Cerco di intravedere il più possibile attraverso lo spazio che separa la porta aperta dallo stipite. Si sono seduti tutti quanti ora, vedo il medico che gli parla e lui di spalle. Ora scuote la testa lentamente. Mia nuora si è spostata ed è sparita alla mia vista. Mentre stringo le braccia al corpo per il freddo che provo, mi accorgo di avere l’ago di una flebo infilato nell’avambraccio sinistro, un cerotto e un livido scuro. Sospiro profondamente: sono perplesso. Ma come si diventa da vecchi? Fragili e delicati come cristalli. Appena una bottarella ed eccolo lì, impertinente quanto insolente, comparire come d’incanto, un nuovo ematoma, a ricordarti, qualora non te ne fossi accorto, che il tempo passa inesorabile, come un fiume che scorre lento e che sembra non finire mai. Sono i capillari che esplodono, mi hanno detto, invecchiano anche loro, figli del loro tempo, non ce la fanno più. Le mie mani gelide come quelle di un cadavere si poggiano sulle ginocchia. Un brivido corre lungo la mia schiena. Sento rumori di sedie che si spostano, mio figlio apre la porta e mi guarda. Si sforza di sorridermi ma so che non è sincero e lo scruto con sospetto. Io so quando mio figlio finge, me ne accorgo. Come potrei non leggergli negli occhi una sorta di preoccupazione? Guardo lei, Ivana, mia nuora. Ha la solita espressione arcigna e non ci prova nemmeno a far finta di sorridermi. Si avvicina e semplicemente mi riprende con lo sguardo, come se fossi un bimbo disubbidiente appena caduto dalla bicicletta. Il medico mi saluta appoggiandomi la mano sulla spalla. Dice che non devo preoccuparmi e che tutto si risolverà. Io mi guardo intorno con occhi spauriti, come quelli di un uccellino che cerca la madre, non sto capendo nulla. Cosa è successo? Perché sono in un ospedale? Chi mi ha dato una botta in testa? Vorrei chiedere tutto questo, ma dalla bocca mi escono solo due parole striminzite: «Ho freddo.» Vedo mio figlio chiamare un’infermiera. Escono tutti nel corridoio e mi lasciano nuovamente solo, come se a me fosse precluso qualsiasi diritto a essere informato, alla verità. Le braccia conserte sono l’unica difesa che mi viene concessa e non è molto a mio modesto avviso. Passano minuti interminabili e ora devo pure fare pipì. Sarà il freddo, la prostata, non so. Provo a chiamare mio figlio e dopo qualche istante lo vedo entrare insieme a un’infermiera piuttosto giovane. «Piero, devo andare in bagno. E poi ho tanto freddo…», dico. Intanto, lei mi sorride gentile e controlla la flebo. «Qualche istante e la lascio andare» esclama. «Qui abbiamo praticamente finito. Poi si potrà vestire e tornare a casa. Contento?» La guardo serio, smarrito, muovendo appena il capo. Perché a noi anziani ci trattano tutti come bimbi? Con quelle vocine strane, alcune in falsetto, quei sorrisi da cartolina, quelle espressioni da idioti? Mi toglie l’ago, mi prende un dito della mano destra e me lo spinge su di un pezzo di cotone che ha appena appoggiato proprio lì. «Tenga premuto per qualche minuto. Mi ha capito? Tenga premuto!» La guardo con occhi pietosi, non sono né sordo né rimbambito. Almeno credo, ma va bene così. Purché mi ridiano i vestiti e mi lascino svuotare la vescica. Per Dio! Vedo mia nuora Ivana allungare gli indumenti a Piero, mio figlio. Lui si avvicina e mi aiuta a vestirmi. Perché non lo fa lei? Le faccio schifo? Piero mi abbottona la camicia con attenzione. Il suo viso è vicino al mio tanto da percepirne il respiro, ma i suoi occhi sembrano evitarmi. «Cos’è successo, Piero?», bisbiglio, quasi fosse un segreto. «Nulla papà, stai tranquillo. Poi a casa ti spiego.» Non replico. Poi a casa mi spiega. Va bene. «Posso fare pipì? Mi scappa…» Mi dà una mano a scendere dalla barella e a infilarmi i pantaloni, poi indica una porta in fondo alla stanza. Quello è il bagno. Mi allontano con passi lenti, sono debole. Entro e, dopo aver urinato, mi lavo le mani. Poi mi osservo allo specchio. Il viso smunto, più magro del solito, due grosse occhiaie scure e una benda sulla testa. Scrollo nuovamente le spalle ed esco. Mi sento come intontito e poso il mio sguardo su Piero che mi aspetta appoggiato allo stipite della porta. Non gli chiedo nulla. Tanto a casa mi spiega, ha detto. Nel tragitto, con me non parlano, non mi rivolgono la parola, come se non esistessi. Resto muto a guardare il mondo fuori dal finestrino. Proprio come un bimbo sul seggiolino, con la differenza che ho in testa tanti pensieri che si rincorrono confusi. Tento invano di ricordare qualcosa ma, nulla, un buco nero sembra aver inghiottito quella porzione di tempo. Mi ritrovo improvvisamente in una condizione di assoluta fragilità, quasi vergognandomene, come se fosse colpa mia. Osservo di nuovo Ivana. È rigida come uno stoccafisso. Il busto fermo come incollato al sedile mentre il capo si muove continuamente sul collo, come quei cagnolini che un tempo si piazzavano sui pianali delle auto. Mi scappa un sorriso. Chiudo gli occhi. Non siamo mai andati d’amore e d’accordo io e lei, senza un particolare motivo in verità. Una questione di pelle: Ivana non mi ha mai concesso più di tanta confidenza e io l’ho ripagata con la medesima moneta. Punto e basta. E così sono passati gli anni, tra sguardi, silenzi, ipocriti sorrisi e frasi di circostanza. Anche con Piero la situazione non è mai stata così chiara, con quel suo carattere ombroso, trattiene tutto dentro di sé. Introspettivo e talvolta rancoroso, non mi ha mai perdonato la separazione da sua madre. E io, non ho mai forzato più di tanto, sperando che le cose si mettessero a posto da sole, con il tempo. Ma così non è stato. Piero è un uomo intelligente, lavora duro. Ha seguito la sua passione per i dolci studiando all’Alberghiero, ha fatto l’apprendista e successivamente il dipendente per molti anni in una pasticceria storica della città. Ora ha una attività tutta sua e ne va giustamente orgoglioso. Resta il fatto però che, oltre al lavoro, non ha altre particolari passioni. La moglie, anche lei con un negozio di parrucchiera, non ha tempo da dedicargli, mentre i figli, si sono entrambi sistemati all’estero, e questa loro fretta di svignarsela, da lei in particolare, penso di averla compresa anche troppo bene. Giovannino, che ora ha trent’anni, è sous chef in un noto ristorante di Londra, nella zona di Piccadilly, mentre Sara, fuggita dalle grinfie della madre che intendeva imprigionarla nel negozio di famiglia, è invece riuscita a laurearsi in Economia, vive e lavora in Francia, a Lione. Ha trovato impiego in un istituto bancario e si occupa di analisi del mercato azionario. Probabilmente in questo ha preso da me, anche se io in banca ero solo un semplice ragioniere. Chissà. Siamo arrivati in corso Toscana 220, zona Lucento, a Torino, il mio indirizzo. Piero mi apre la portiera dell’auto, inusuale gesto di cortesia, e poi mi accompagna a casa, nel mio appartamento al sesto piano. Saliamo sull’ascensore, l’atrio è invaso da odore di soffritto, Ivana per fortuna è rimasta ad attendere in auto, parlava al cellulare e per un attimo ha smesso di interpretare la parte della tuttologa salutandomi con la manina. Lungo il tragitto osservo Piero che, al contrario, evita di guardarmi. A volte ha momenti di estrema timidezza, come quando era un bimbo. Sorrido pensando a quanto in questo mi somigli. Entriamo in casa, lui poggia la borsa su di una sedia, mi fa delle raccomandazioni e si sincera che il frigorifero sia pieno di roba commestibile, proprio come piace a me. Prima di uscire mi dà un bacio sulla fronte e poi bisbiglia. «Più tardi torno, dobbiamo parlare un pochino.» Lo osservo cupo. «Di cosa?» Lui sospira come spazientito. «Della tua salute, papà. Di quello che ti è successo. Ora sento Evelina e le dico di venire appena possibile, va bene?» Io annuisco e basta. Evelina è la signora del primo piano che si occupa di me saltuariamente. Odio chiamarla badante, Dio me ne scampi e liberi, per fortuna sono ancora autosufficiente, tuttavia mi lava e stira gli indumenti, tiene pulita la casa e, di tanto in tanto, mi prepara qualche manicaretto da mangiare, anche se io me la cavo ancora piuttosto egregiamente ai fornelli. Piero mi saluta ed esce. Mi accomodo sulla sedia e con la mente ritorno alle sue parole. Dobbiamo parlare… Quando era un ragazzo ed era infuriato con me iniziava sempre così le sue discussioni. Me lo diceva sempre in tono minaccioso quel dobbiamo parlare. Mi accarezzo le fasce della bendatura e rifletto sulla sua espressione. No, questa volta non era affatto minacciosa. Sorrido. Sembrava quasi un modo per prendere tempo, guadagnarne. Deve parlarmi della mia salute. Spiegare quanto accadutomi, finalmente: ma perché non lo ha fatto subito, chiedo a me stesso. Mi alzo e mi infilo nel bagno, accendo la luce dello specchio e mi guardo. Accidenti, in effetti si tratta di una bella botta. Ripasso delicatamente i polpastrelli della mano sulle bende. Mi rendo conto di essere più magro del solito. Il mio sguardo si abbassa sulle mie mani. Sono nervose e trattengono il lavandino come se questo dovesse schizzare via da un momento all’altro. Non provo dolore, solo tanta stanchezza. Forse è meglio riposarsi sulla poltrona e guardare un po’ di televisione. Mi avvicino lentamente al soggiorno e mi siedo, prendo il telecomando e premo un tasto a caso. Le immagini scorrono e i suoni riempiono la stanza, tuttavia, sento tutto in modo ovattato, come se ci fosse una eco sorda. Infilo gli occhiali e cambio canale più volte. Inutile, non riesco a concentrarmi. Spengo e chiudo gli occhi, appoggio il capo sullo schienale e mi lascio trasportare lentamente in un sonno riparatore. Sì, meglio ricaricarsi. Non ho alcuna fretta e né impegni mondani da assolvere, purtroppo. Meglio abbandonarsi e lasciarsi cullare lentamente.
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