X.La fortuna cominciava a giocare col capo di lui il suo gioco ridevole e tremendo. Come i taciti anni vissuti a cercar tra le ruine le testimonianze della gran Madre, così ci sembrano profondi quei mesi d’esilio sul Rodano vorace che, secondo il lagno petrarchesco, «tutti per sé gli onori del Tevere rodeva e ingoiava». Egli patì la miseria e l’infermità. Per giorni e giorni udì il gran vento di Provenza rintronargli nel cranio vacuo o agitargli pazzamente fra tempia e tempia i sogni d’infermo. Mal coperto di vesti logore, si trascinava sotto le muraglie impenetrabili del palagio babilonico; ove, stando egli «al sole come biscia», gli passava dinanzi agli occhi riarsi d’odio e di febbre alcun prelato corpulento «Cupidinis veteranus, Baccho sacer et Veneri, non armatus sed togatus et pilea

