Nord-Pas-de-Calais. In navigazione – Sadorn 18 Giamon a.D. 446 - Il ritorno di Elék Penton”
Erano passati due anni da quando avevano lasciato l’isola bretone che stava inabissandosi nelle acque dell’Oceano. Elék lo ricordava bene quel giorno maledetto, come rammentava la nebbia e poi la tempesta che avevano distaccato sette drakars dal convoglio che si allontanava verso la costa in cerca di una nuova terra che il suo popolo voleva occupare. Il popolo celta era diretto in Breizh, se non vi avessero trovato ospitalità, avrebbero fatto rotta per Kernow la punta sud della grande isola di Alb-Ien. Fu il Gran Padre Oceano a segnare il destino degli equipaggi dei sette drakars al comando di Galadon, l’uomo che Elék, ammirava più di tutti. Le correnti ed i venti li avevano spinti sulle coste di un nuovo continente, dal lato opposto del mondo conosciuto, fino allora. Laggiù Galadon divenne il “Re Celta di Tirn Aill” - il fondatore della “Città dalle Porte Rilucenti” e di una nuova stirpe di “Celti d’Oltre Mare”. Se Elék stava passando, ora, davanti alle bianche scogliere poste di fronte all’attracco che - con gli occhi brucianti per il salino - stava cercando, lo doveva ad un giuramento: l’ultimo che il suo re gli aveva imposto prima che lo stesso andasse incontro ad un’eroica morte da prode quale era. Elék ricordava bene le parole scambiate con Galadon e, rammentandole, rivide la scena, con gli occhi della memoria.
«Mio fido… ti do un ordine ma prima giura, sul tuo onore di guerriero, che lo porterai a compimento!» gli aveva intimato il re.
«Lo giuro, mio Duce e Re» aveva risposto, battendo i talloni e portandosi la mano destra sul cuore, il trentaquattrenne Capo della Guardia Reale.
«Non devi, assolutamente, tornare indietro. Dopo aver scortato Esáeté con le donne dei Celti ed i nostri indios, che vorranno seguirti nei boschi, portali, successivamente, verso Sud. Quando saranno al sicuro nel luogo che il tuo nuovo cacique ti avrà indicato, predi un gruppo di volontari Celti e scendete a Sud-Est verso il litorale. Laggiù costruirete un drakar grande sufficientemente per trasportarvi in Breizh. Voglio che il nostro popolo d’origine sappia di noi e di quel che abbiamo fatto qui, in questo nuovo continente. Traccia la rotta affinché altri vi possano giungere.» Così fu fatto come ordinato dal re ma Elék, tormentato dal rimorso, non aveva smesso di ripetersi i versi da lui composti in quei lunghi mesi di navigazione:
Con quest’occhi miei l’ho veduto
nella di lui determinazione
a piè fermo d’armatura corazzato
ché della cintura dell’onor già cinto
… il signor mio egli era.
Con quest’occhi miei l’ho veduto
come indomita fiera tra le schiere
inimiche gettarsi, in quelle terror e
morte portando, molti sterminando
… il signor mio egli era.
Con quest’occhi miei l’ho veduto
sopraffatto da troppi innanzi
ed in fin dal retro trafitto dal vile dardo
di un codardo del sangue suo assetato
… il signor mio egli era.
Con quest’occhi miei l’ho veduto,
colmi di lacrime d’inane scudiero
cadere, con in pugno l’arma sua,
gloriosa brandendo
… il signor mio egli era.
Con il lamento di dolor straziato
io canto la grandezza di lui che più non è.
Triste è il cor mio per non aver,
fino alla fine, di lui le orme calcato
… il signor mio egli era.
Erano trascorsi tredici mesi da allora e molte cose erano accadute. Probabilmente Re Galadon era già entrato nel Walhalla com’era giusto che fosse. Elék rammentava come, su richiesta di lui, aveva avvolto, con una spessa striscia di morbido cuoio ingrassato, il pungo di Galadon serrato sull’elsa della spada. Lo aveva annodato strettamente imprigionando la mano del proprio re sull’impugnatura. Mano e spada erano un tutt’uno: pareva che l’arma fosse il prolungamento del braccio destro. Aveva preso, poi, lo scudo di cuoio, laminato, collocandolo sul braccio sinistro di Galadon. Elék aveva capito che il Re Celta aveva deciso di morire, in battaglia, con la spada in pugno e non voleva che alcuno potesse strappargliela di mano. Se fosse accaduto, le porte del Walhalla non si sarebbero schiuse al suo giungere colà. Elék rammentò, anche le parole dette ad Esáeté, il saggio indio da poco nominato successore al comando.
«Oltre che sciamano e curandeiro, ora, sei il nuovo cacique. Porta in salvo il nostro popolo e forma, con esso, una nuova tribù. Venerando Padre… fa’ in modo che non mi dimentichino.» Non avevano fatto a tempo a proferir parola, né lui né Esáeté, ché Re Galadon era già uscito, risucchiato dalla battaglia e dal proprio destino.
Elék ed Esáeté avevano eseguito gli ordini di Galadon, ognuno per la parte che gli competeva. Con i volontari Celti era ridisceso verso la costa e costruito il drakar che li aveva riportati in quel braccio di mare che stavano solcando nel lato sud sulla Manica, il canale naturale che unisce il Mare del Nord all’Oceano Atlantico. Le bianche scogliere erano sfilate, imponenti, con i loro cento e più metri d’altezza ed Elék aveva identificato il punto d’approdo più adatto. La sua voce diede l’ordine ed i remi furono messi sugli scalmi e, poi, immersi nell’acqua.
«Voga…voga e voga, voga!» il capo ciurma diede il tempo, con la voce, ed il drakar si avvicinò alla riva fino a quando l’equipaggio non ricevette l’ordine d’arrestare il movimento dei pesanti remi.
«Scia-a-a!» ordinò, il nocchiere non appena ricevette il segnale di Elék. I remi furono innalzati sulle teste e la grossa imbarcazione proseguì sull’abbrivio dell’ultima forza impressa a forza di braccia.
«Ferma-a-a!» i remi vennero messi nuovamente in acqua e frenarono l’imbarcazione. Il drakar si fermò cullato dalle brevi onde dello stretto, dove le ancore furono gettate e le cime d’ormeggio assicurate ai pali d’un pontile di legno, sulla riva. Dopo settantanove giorni di navigazione i Celti speravano d’essere tornati a casa.