Pow-Sows – Ducato di Cornovaglia. Keryer, Villaggio di Bodmin – Sul 19 maggio a.D. 1493 - “Abitazione di Gwynek Penton”
In quell’anno era ottavo Duca di Cornovaglia, il settenne Arturo Tudor, figlio del Re Enrico VII e di Elisabetta di York. Come usava in quel tempo, i matrimoni venivano decisi dalle famiglie già in tenera età degli sposi. Enrico VII fu molto fiero e onorato di dar in sposa al figlio, Caterina d’Aragona, ultima figlia - di otto anni - di Isabella I di Castiglia e di Ferdinando II d’Aragona. Egli infatti guardava con ammirazione e adorazione i re cattolici, considerandoli di rango superiore al suo ed a quello dei suoi figli. Questa alta forma di rispetto gli proveniva dal riconoscimento di essere un re salito per via indiretta al trono di un paese di secondaria importanza. Durante i negoziati per il matrimonio, Ferdinando non nascose il proprio pessimismo circa la successione di Arturo al padre: la dinastia Tudor era sul trono da pochi decenni e non era del tutto consolidata. Inoltre, fatto ben più grave, vi era un Plantageneto come pretendente al trono: Edoardo, conte di Warwick, figlio di Giorgio, fratello di Edoardo IV. Enrico VII non poteva permettere che il figlio avesse rivali, pertanto fece giustiziare il conte. Di questo omicidio Caterina si sentirà in colpa e in futuro avrebbe attribuito come causa delle sue sventure il sangue innocente fatto versare dai dubbi di suo padre. A causa della giovane età dei fanciulli, il matrimonio - secondo Caterina - non venne mai consumato.
In quella domenica della primavera del 1493, la casa dei Penton era pervasa dalla luce di un tepido sole nordico. Era una di quelle costruzioni tipiche della penisola sudoccidentale della Cornovaglia. Sul frontale dell’ingresso spiccava il motto ducale “Onen hag oll” che in cornico, la lingua locale, vuol dire “Uno e tutti”. A turbare gli animi giunse una notizia.
La notizia era stata portata da un marinaio, di ritorno dal Mediterraneo: “…un nuovo mondo era stato scoperto da un ispano-ge-novese, tale Cristóbal Colón, che ne aveva rivendicato il possesso per conto delle Loro Maestà Cattolicissime, Ferdinando II de Aragón e di Isabel de Castilla”. La voce aveva fatto il giro della penisola ed, in breve, più di una famiglia era saltata su adontata a causa di quella enorme menzogna. Anche in casa dei Penton l’argomento del giorno riguardava quel fatto e la reazione non fu differente.
«Se non fossimo certi che uno dei nostri è stato laggiù più di dieci secoli fa, ci sarebbe da crederci» disse Gwynek rivolgendosi alla giovane sposa.
«Ti riferisci alla leggenda di Galadon, il Re dei Celti d’Oltremare?» chiese Kayna, la giovane sposa.
«Non è una leggenda! Galadon è esistito veramente: era il Re di Tirn Aill ed ha fondato la “Città dalle Porte Rilucenti”!» replicò l’uomo che conosceva tutta la storia di quel lontano passato, in parte appartenuto alla propria famiglia. Gwynek ricordava, ancora, le storie che riguardavano i Celti d’Oltremare: le aveva sentite narrare, un’infinità di volte, dal vecchio nonno che gli raccontava delle gesta del Re Galadon, in guisa di una favola fantastica. Rammentava come il vecchio gli avesse detto, gonfiando il petto con orgoglio: «… ed uno di quei prodi era Elék, il nostro antenato, che tornò indietro per riferite tutto. È grazie alla mappa, da lui tracciata, che altri Celti sono potuti andare laggiù e, poi, tornare.» In effetti era cosa nota a tutto il Popolo Celta di Pow-Sows, che si fossero impiantate delle colonie in quella terra lontana, all’altro capo del mondo. Ogni tanto, alcuni drakars giungevano carichi d’argento per ripartire con altrettanto carico di stagno. In quell’epoca lontana, i Celti erano diventati i fornitori di quel minerale, in tutte le provincie dell’Impero Romano, navigando nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico fino al Nuovo Mondo. La “presunta nuova” scoperta aveva suscitato l’ilarità di molti ma tutti erano, intimamente, imbufaliti di quel fatto. Anche Gwynek lo era, forse, anche più degli altri visto che la cosa intaccava l’onore di un suo antenato. Decise, così, di recarsi a casa di Ryol, il navigante che aveva portato la notizia.
«Deuet mat oc’h!» gli diede il benvenuto Ryol, aprendogli la porta di casa.
«Ur banne zo ganit?» chiese Gwynek, nella stessa lingua, porgendogli la fiasca della birra che aveva portato con se. Quella di chiedere a qualcuno se avesse da bere, era una scusa, tipicamente bretone, come quella di offrire, subito dopo, di che dissetarsi. Anche lo scambiare convenevoli in bretone, faceva parte dell’usanza del luogo.
«Entra, entra nella mia casa, Gwynek… accomodati!» gli rispose il navigante, accettando il dono della fiasca che aprì subito ingollando un sorso del contenuto.
«Ho sentito la notizia che hai portato! Che cosa sai di quell’ispano-genovese?» chiese, senza preamboli Gwynek.
«Anch’io mi sono meravigliato, sapendo come le cose stanno veramente… ed ho voluto informarmi!»
«Racconta! Che cos’hai saputo?»
«Beh… innanzitutto quel Cristóbal Colón, come si fa chiamare in Spagna, non è né spagnolo né genovese. Pare che sia un cartografo “marrano”.»
«Vuoi dire che è un Giudeo che ha abiurato?»
«Questo è quello che si dice nei porti del Mar Mediterraneo.»
«E cos’altro si dice?» Gwynek accompagnò la domanda lasciando cadere due pezzi d’argento sul tavolo.
«Si dice che è imparentato con un’alta personalità della Chiesa e che grazie alle pressioni di questo è riuscito ad ottenere i legni con i quali ha compiuto la scoperta di ciò che noi, già, sapevamo. »
«Un marrano… imparentato con Sisto IV, il Capo della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana?» chiese, allibito.
«No! Non con il Papa ma con un alto prelato di Genova.»
«Che tipo di legame c’è tra i due?»
«Sono ambedue di origine ebraica e sembra…così si dice, ehm il popolo vocifera, che siano padre e figlio: Cristóbal è un figlio naturale illegittimo.»
«Illegittimo, marrano, avventuriero e… bugiardo!» rincarò Gwynek, ma poi chiese ancora: «…come ha fatto a farsi scucire il denaro per sovvenzionare la sua spedizione?»
«Ferdinando II di Aragona non ha pagato un bel niente… è stata la moglie Isabella di Castiglia!»
«La regina ha pagato con del suo? »
«Come sei ingenuo, mio giovane amico! Nessun regnante ha mai pagato di tasca propria. Diciamo che Donna Isabella ha fatto pressione sulla famiglia Pinzon e questa ha “affittato gratuitamente” i tre legni.» La faccia di Ryol aveva un’espressione eloquente e pareva dicesse: “…elementare, Gwynek”.
«Fammi capire meglio. Perché la regina avrebbe fatto questo e perché i Pinzon avrebbero accettato?»
«È ovvio… per questioni di alcova e di potere! Non lo sai che le due cose vanno di pari passo?»
«Come, come? Donna Isabella e Cristóbal sono…»
«Non è provato! Pare, è di dominio pubblico, che il marrano si sia infilato, invece, nel letto di alcune nobildonne influenti a corte.»
«Ma no-o-o!»
«Così si dice!»
«I Pinzon cosa c’entrano in questa tresca?»
«Ruffiani… sono dei semplici ruffiani, opportunisti, in cerca di riconoscimenti della Corona e guadagni sulle terre, che dicono, essere state scoperte adesso.»
«Porca puttana! È proprio vero che… tira di più un pelo di donna che un carro di buoi» concluse Gwynek, versandosi un boccale di birra: improvvisamente, gli era venuta un gran sete.