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Ma c’era ben di più nel giovane che aveva di fronte. Il dottor Zamboni percepiva istintivamente anche i più minuscoli dettagli umani. Chi lo conosceva sapeva quanto fosse difficile mentirgli e farla franca.
Francesco pareva un attore. Il naso dritto, le guance scavate, il mento solido e una bocca perfetta. Riccioli morbidi come di cotone, nerissimi, contrastavano con l’azzurro degli occhi.
I suoi gesti erano affascinanti e la sua voce quieta dimostrava grande dignità. Ispirava simpatia, la sua magrezza e la capigliatura selvaggia impedivano quasi di dargli un’età, senz’altro sotto la trentina comunque, e lo facevano apparire indifeso.
Eppure da lui trapelava anche qualcosa di misterioso, che sicuramente sapeva di avere e che faceva di tutto per tenere nascosto. Strati neri d’inconscio, ricoperti di apparenze arcobaleno. I suoi occhi chiari ricordavano più le profondità marine che non la leggerezza del cielo. Come se portasse con sé memorie tremende, non adatte alla sua età.
Forse, proprio per questo il suo modo di interpretare gli scacchi era tanto meticoloso e senza svolazzi. Aveva bisogno di geometrie per tenere a bada il caos.
E che dire di quello che era successo durante la gara? «Quei due svenimenti che ha avuto in torneo...» domandò il dottor Zamboni sfiorandosi il pizzetto con le dita tozze. «Le capita spesso?».
Francesco si strinse nelle spalle. Andò col polpastrello al taglio sulla fronte. Se l’era procurato cadendo dalla sedia nel momento di buio.
Svenimenti? Sì, qualche volta capitava. Ultimamente con più frequenza. «Nulla di grave. Forse cali di zucchero o lo stress. Studio molto» fino a diciotto ore al giorno senza staccare gli occhi dai libri. Si stava laureando rispettando le scadenze e con solo trenta sul libretto. Tuttavia non lo disse.
Il dottor Zamboni annuì senza convinzione. Anche lui all’università ci aveva dato la pelle, ma non per questo era mai svenuto. Quali potevano essere i motivi per cui Francesco soffriva di quel disturbo? E perché era combattuto fino a quel punto?
Il dottor Zamboni non poté evitare il paragone. Luca, il suo primogenito scomparso da ventitré mesi e tredici giorni (teneva il conto) aveva (avrebbe avuto?) circa la sua età.
Francesco glielo ricordava.
Suo figlio – stravedeva per lui – che bel ragazzo che era. Ma che ribelle indisciplinato!
Luca, solo per fargli rabbia, aveva scelto la facoltà di filosofia senza alcuno stimolo nel portarla a termine. Poi era sparito. Sotto il naso dei migliori investigatori privati d’Europa.
Lasciando la famiglia a pezzi. L’ulcera, i dissapori, le rispettive accuse e i sensi di colpa…
No, quello era un giorno di festa, non doveva pensarci. Era diventato bravissimo ad arginare il dolore.
Si fecero le ventuno. Il bar si affollò dei clienti del dopocena. Gente che urlava e l’odore dei caffè corretti alla sambuca.
I due però non si accorgevano d’altro che non fossero i pezzi e le loro stesse voci. Avevano riempito pagine di analisi.
Senza alcun preavviso, il giovane si alzò e raccolse gli scacchi: se ne stava andando. Incurante dello sguardo attonito del dottor Zamboni.