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472 Parole
7 «Pure tu vivi sotto le Due Torri, vero?». Francesco aveva uno spiccato accento bolognese, ma anche un’incomprensibile, fuggevole, inflessione. «Sì, per uno strano motivo però mio padre è finito a lavorare per la Fiat, così ci siamo trasferiti a Torino quando avevo nove anni. Sono rientrato a Bologna per frequentare l’università». «A giocare a scacchi hai imparato a Torino, allora» adesso gli era finalmente chiaro. «Non capivo come mai non ci fossimo incontrati prima». Il dottor Zamboni se l’era domandato per tutto il torneo. «Sono diventato Maestro a quattordici anni. Mi manca solo la terza norma per diventare Maestro Internazionale. Ma forse non la prenderò mai». «Sarebbe un peccato». «Ho dovuto scegliere. Una volta che ho cominciato l’università ho smesso, almeno con le gare. Altrimenti non mi sarei più laureato. E il lavoro è tutto ciò cui ambisco». Francesco si prese una pausa prima di continuare. «Però gli scacchi mi fanno comodo. Per un certo periodo ho fatto il portiere notturno. Ora mi sono creato il mio giro e do lezioni; i miei non hanno grandi possibilità, non voglio gravare su di loro». Era un atteggiamento lodevole. C’era qualcosa però, nel ragionamento, che s’impigliava in accessori troppo costosi: lo sguardo del dottor Zamboni caracollò dal maglioncino firmato, di cachemire, che Francesco indossava. Al Longines Dolcevita che portava al polso. «Te la devi cavare egregiamente con le lezioni» ammiccò, facendogli intendere una volta di più che lui non era uno stupido. Francesco capì e sorrise. Aveva un sorriso triste, come se fosse qualcosa che non faceva parte di lui, ma che era costretto ad adoperare. «Sono regali della mia ragazza. Ci tiene che io sia presentabile». «Dev’essere molto innamorata, e anche molto gelosa». Il dottor Zamboni lo squadrò. Era davvero un gran bel giovane. Lui continuava ad associare Francesco a quella parola: giovane. Anche se Francesco era un uomo fatto. «Tu le donne le mandi in visibilio, eh?» si aspettava un minimo di compiacimento, invece Francesco rimase impassibile. Il dottor Zamboni interpretò quell’improvviso mutismo come imbarazzo. Non voleva passare per ficcanaso. Decise di cambiare discorso: «Hai detto che studi. Quale facoltà?». «Mi sto laureando in odontoiatria». Il dottor Zamboni spalancò la bocca, la forchetta gli s’inchiodò tra le labbra. «Sto terminando la tesi» aggiunse Francesco. «Dopo il liceo ho abbandonato gli studi per quasi quattro anni, prima di riprendere». Silenzio. Poi: «Lo sai chi sono io...» balbettò il dottor Zamboni che subito agitò una mano, capendo la fesseria che aveva detto. Aveva bevuto un po’ troppo e quelle parole pompose gli erano sfuggite senza controllo. «No, no mi sono espresso male. Intendevo dire, lo sai cosa faccio nella vita?». Francesco inclinò la testa con sguardo indagatore: «è dottore... non saprei, in legge?». «Acqua». «Commercialista?». «Per l’amor del Cielo, non so nemmeno accendere una calcolatrice». «Medicina?». «Fuochino». Francesco disse di avere capito, ed era così. Il dottor Zamboni era socio di uno dei più importanti studi dentistici bolognesi. «Accetterò consigli, allora» disse Francesco. La conversazione slittò all’odontoiatria, com’era naturale che fosse. Ma poi tornò all’amore per gli scacchi e infine alla musica. Francesco era un interlocutore attento e arguto. Nel frattempo, anche la seconda bottiglia di vino fu riconsegnata al cameriere.
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