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484 Parole
8 Aveva smesso di piovere e il cielo si stava rasserenando. L’aria tiepida aveva il profumo dei fiori e la densità della salsedine. Seguiti dalle loro ombre lunghe, sotto il bagliore dei lampioni, fecero a piedi il tragitto fino alla villetta. Un edificio moderno a due piani, situato a poche decine di metri da viale Ceccarini. L’interno non odorava di chiuso, ma di nuovo. Arredamento alla marinara con un tocco orientaleggiante. Evidente ambizione coloniale. La grande sala comunicava con la cucina e in fondo con una stanza da bagno. C’era anche uno studio. Il dottor Zamboni ci sparì dentro per poggiare la borsa a tracolla che conteneva l’agenda e molti documenti. Salirono al piano superiore per controllare se i letti fossero stati cambiati di fresco dalla governante, che entrava periodicamente per fare le pulizie. La zona notte della casa era costituita da quattro camere e due bagni. Sulle pareti, dipinte con colori tenui, pregiati quadri a olio si alternavano a chine giapponesi. La grande statua di un Buddha di legno nero vegliava la scala. «Da qualche anno mia moglie si professa buddista» borbottò il dottor Zamboni. Era tutto raffinato, accogliente e palesemente costoso. «è davvero una casa molto bella» Francesco ammirava i dettagli camminando ai bordi di un immenso tappeto persiano. Era troppo prezioso per calpestarlo. «Non c’è bisogno di tutta questa formalità» disse bonariamente il dottor Zamboni. «E poi gli elogi risparmiali per quando conoscerai mia moglie, è lei l’arredatrice. Mariarita non vuole saperne di architetti». Indicò un tavolino a treppiede che aveva sul ripiano una scacchiera di marmo intarsiata. «Cosa ne dici, spingiamo qualche legnetto prima di dormire?». «Volentieri, ma intanto potrei fare una doccia?» domandò Francesco. Il dottor Zamboni non si meravigliò di quella richiesta. Erano in giro dalla mattina. Lui invece non era particolarmente amante dell’acqua, e quando si trovava lontano dalla moglie o dallo studio, qualche doccia la saltava volentieri. Accompagnò Francesco in bagno e gli porse un telo soffice che odorava di guardaroba. «Fai con comodo» gli disse. Al contrario si augurava facesse in fretta, perché aveva voglia di giocare. Francesco rimase solo pochi secondi sotto il getto tiepido. Uscì dal box lasciando che l’acqua scrosciasse. Prese dalla tasca dei pantaloni i cerotti di ricambio che portava sempre con sé, e sostituì quelli al pollice e indice della mano sinistra, poiché avevano perso aderenza. Le unghie erano maciullate, andavano sempre peggio, bordate da una crosta di sangue scuro. Non gli davano pace, ogni volta che toccava qualcosa gli mancava il respiro. Frugò dentro gli armadietti e i cassetti. Biancheria, farmaci comuni, oli per il corpo e moltissimi trucchi, ma anche tranquillanti in gocce e pillole di melatonina. Una spazzola: qualche capello nero e liscio impigliato sopra. Curiosò a lungo, annusò i cosmetici e i tre accappatoi appesi alla porta. Cercò di rammentare i rispettivi odori. Rimise a posto ogni cosa. Dentro l’armadietto a specchiera, sopra il lavandino, c’erano tre spazzolini colorati infilati in un bicchiere. Lavò i denti usando quello rosa. Non c’era altro da fare, o vedere. Chiuse l’acqua della doccia e aspettò.
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