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605 Parole
9 Disposero i pezzi sulla scacchiera. Il dottor Zamboni fregò le mani e il suo sguardo tornò a essere quello feroce che aveva durante la gara: «Qualche partita lampo. Vanno bene cinque minuti a testa?» avviò l’orologio senza aspettare risposta, pregustando sfracelli. Nella cadenza brevissima, il suo istinto di spietato cacciatore dava il meglio di sé. Si sentiva un vero squalo. Mossero fulmineamente i pezzi. Mezz’ora dopo, pallido e spettinato, il dottor Zamboni fissava attonito la scacchiera, travolto dall’ultimo scacco matto. Con quello aveva perso sei a zero. E nemmeno una patta. Non gli era stato concesso un barlume di dignità. Francesco l’aveva distrutto con il suo gioco moderato ma perfetto. Non una sbavatura su cui far germogliare un attacco. Lo schieramento di Francesco era stato una lastra di piombo. Il dottor Zamboni si grattò la fronte. Francesco l’aveva frustrato e fatto sentire un inetto: un buzzurro che a una fiera di campagna incrocia i guantoni con un pugile professionista, ricoprendosi di ridicolo. «Sono spossato... e... ho bevuto troppo» si giustificò amareggiato. In vita sua non ricordava di avere mai preso una simile batosta. Neppure quando aveva giocato con i professionisti slavi. Gli girava sul serio la testa. Il vino, la stanchezza e le due pillole di melatonina che Francesco gli aveva sciolto nel bicchiere dell’acqua, bevuto prima d’iniziare a giocare, incominciavano a farsi sentire. «Sicuramente è così» convenne Francesco che non lasciava trapelare alcuna gioia. Come se non gli importasse di avere vinto. «Ora siamo stanchi, ma le prometto che le concederò la rivincita. Sono sicuro che la prossima volta sarò io a mordere la polvere. Stasera sono stato solo fortunato». «Fortuna, certo...» il dottor Zamboni annuì meccanicamente. Negli scacchi però la fortuna non esisteva, lo sapevano tutti. Non per sei volte di seguito, almeno. Ancora scosso, condusse Francesco al piano di sopra. Fu una fatica immensa salire i gradini. Le gambe erano zavorre e gli pareva di avere vent’anni di più. Si resse al corrimano. Mostrò camera e bagno all’ospite: «Buonanotte. Spero che il letto sia di tuo gradimento» sospirò pensieroso. Dividere casa sua con il giovane, adesso lo inquietava. Non sapeva chi fosse Francesco: in cosa si era trasformato durante il gioco. Ma tentò di scacciare quel pensiero. Si sentiva stanco e la sua vita non era esattamente in una fase splendente. Era normale che vedesse il mondo peggiore di com’era in realtà. Gli cedettero le ginocchia, si sorresse poggiandosi al termosifone. Francesco lo afferrò prontamente e con premura: «Si sente bene?». «Sì, sì, sto bene» rispose troppo in fretta. «Sono stanco. Forse è stato il vino... mio figlio ti somigliava, sai, un po’...» non riusciva a costruire le frasi. Andava alla deriva. «Va tutto bene dottore. Una bella dormita la rimetterà a nuovo» lo rassicurò Francesco. «Vedrà, al risveglio le sembrerà tutto diverso». «Diverso? In che senso?». «Dorma ora. Ne ha bisogno. Dorma». Il dottor Zamboni mormorò un ringraziamento, senza neppure sapere il perché. Forse si era sentito rincuorato dal tono del giovane. Gli avevano fatto un immenso piacere le premure. Dovette ammettere a se stesso che il senso di solitudine lo stava avvinghiando. Era l’edera che abbatte la quercia. Un figlio scomparso, una moglie che non lo desiderava più – e che, seppur in silenzio, gli addossava tutta la colpa – e una figlia ribelle e in carriera. La sua bambina era una giovane e incredibilmente promettente cantante lirica. Un talento prodigioso. Sempre in giro per il mondo. Eppure il dottor Zamboni non era mai stato attratto sul serio da lei. Aveva sempre sospettato che non fosse sua figlia. Che i tradimenti di sua moglie fossero incominciati già da molto tempo. Fiumi muti, di rancore. Per fortuna era distrutto dalla fatica, altrimenti avrebbe rimuginato fino al mattino sopra a quei pensieri. Si augurarono di nuovo la buonanotte quindi si chiusero nelle rispettive stanze. Nella villetta piombò l’oscurità e il silenzio.
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