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296 Parole
10 Le tre e venti. Francesco fissò il buio. Riusciva ad ascoltarsi il cuore battere placidamente, circondato dalle costole e come illuminato da una fievole luce rossa. Gli ricordava mastro Geppetto dentro la pancia della balena. Era un’immagine familiare e rassicurante, che portava con sé dall’infanzia. Pinocchio (aveva avuto anche un suo pupazzo di stoffa colorata) gli aveva fatto compagnia durante la disperazione. Reminiscenze sbiadite dalla nausea e dal dolore. Sepolte ma non morte, uscivano dalla terra sconsacrata dell’inconscio con le orbite vuote e i denti scoperti, sputando i frammenti marci della bara. Ecco cos’erano i ricordi. L’ospedale, la grande sala asettica. Le macchine lo avevano avvolto e protetto. E impaurito. Sopra la sua testa, la cupola di plexiglas che distorceva il soffitto. Non l’avrebbe mai dimenticata. I suoi genitori arrivavano agli orari prestabiliti, non quando lui aveva bisogno di loro. Orari di visita, permessi, indumenti sterili e pericoli di contaminazioni esterne. Aveva solo quattro anni, non poteva capire. Per sopravvivere non aveva avuto altre armi che l’immaginazione e l’ostinata forza del suo corpicino travagliato, inciso e ricucito, e poi chimicamente inquinato, che nonostante tutto non aveva voluto piegarsi all’enormità del maligno, in lui. Era giunto il momento che tanto aveva atteso. Era libero: la villetta silenziosa e buia era sua. Accese la piccola lampada sul comodino. Gli apparve la stanza colorata di un caldo arancione, quasi come l’immagine di Geppetto nella pancia della balena. Scese dal letto e camminò scalzo sul parquet. Per non far rumore e anche perché amava sentire il legno tiepido sotto i piedi. Infilò i calzoni, ma rimase a torso nudo. Spense la luce. Il cuore sempre placido. Aprì la porta che dava sul pianerottolo. Era quasi completamente buio. Rischiarò il cammino usando l’illuminazione del display del cellulare. Fece qualche passo e si fermò, ascoltando il silenzio. Era tutto tranquillo. Poteva procedere.
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