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Francesco si avvicinò alla stanza del dottor Zamboni e poggiò l’orecchio alla porta. Dall’interno veniva un leggero ronfare. Vino e melatonina l’avevano abbattuto.
Scese le scale, attraversò il salone ed entrò in cucina.
Aprì cassetti. Si disinteressò a tutto finché non scoprì i coltelli. C’era perfino una mannaia, affilatissima.
Francesco amava in maniera delirante le lame, mentre le armi da fuoco lo inorridivano. Erano impersonali e procuravano ferite prive di estetica.
Senza considerare che impedivano il contatto con il sangue. Non lo sentiva scorrere e solleticargli l’incavo tra le dita.
Respirò profondamente, chiuse il cassetto e spense la luce.
Percorse la sala ed entrò nello studio, rimasto off-limits fino a quel momento. Per tutta la sera si era dovuto accontentare di sbirciarlo.
Accese la luce e sentì subito una forte attrazione per quel luogo. Non si era sbagliato. Era nella stanza dei bottoni. Nella villetta trapelava il denaro, lì invece si respirava lo smisurato ego del dottor Zamboni. Era come stare dentro la sua testa.
Pareti rivestite di legno, un’antica scrivania e una libreria zeppa di volumi. Su un ripiano, un impianto stereo con l’amplificatore a valvole e centinaia di cd, esclusivamente di musica operistica e sinfonica; Mahler troneggiava in tutte le migliori edizioni.
Francesco curiosò nella libreria: era eterogenea, anche se predominavano i classici. Molte le rilegature di pelle. E pure lì Mahler, monografie in italiano, tedesco e inglese.
Sedette alla scrivania. Aprì i cassetti, tranne uno che era chiuso a chiave. Il primo impulso fu di forzarlo con il coltello che aveva preso in cucina, il coltello, non la mannaia, alla fine aveva deciso per quello. Ma avrebbe lasciato segni. Fu costretto ad abbandonare quel pensiero.
Poggiata a terra, dietro la scrivania, c’era la borsa a tracolla del dottor Zamboni. Pregiatissimo cuoio. La aprì, estrasse l’agenda e ne sfogliò le pagine.
Lesse la rubrica telefonica appuntando su un foglietto alcuni numeri che avrebbero potuto essergli utili in futuro. La borsa conteneva anche altri fogli, un quaderno e varie cianfrusaglie, ma Francesco si disinteressò di tutto perché aveva scorto un tablet. Non sapeva che il dottor Zamboni ne possedesse uno. Era molto più di quanto avrebbe potuto chiedere alla fortuna. La sua miniera d’oro a cielo aperto.