12
Dopo un tormentato dormiveglia, il dottor Zamboni si svegliò di soprassalto. Aveva la fronte imperlata dal sudore e sentiva le lenzuola e le coperte troppo pesanti, appiccicate alla pelle. Scalciò, liberandosi di quel fastidio. Godette per l’aria fresca sul corpo. Gli sembrò perfino di respirare meglio.
Era inquieto e non sapeva il perché, poi ricordò: non aveva preso il sonnifero. Col tempo si era assuefatto ai barbiturici e adesso per dormire aveva bisogno di una dose da elefante. Per prudenza però non mischiava mai alcol e farmaci, in passato gli avevano creato un problema cardiaco. E siccome la sera precedente aveva esagerato con il vino, si era astenuto dalle benzodiazepine.
Eppure era ugualmente intontito. Imputò la colpa alla stanchezza.
Stropicciò gli occhi, nel buio. Aveva la gola secca.
Che ore erano? Controllò sul telefono. Le tre e quarantaquattro. Cercò il bicchiere dell’acqua, che di solito metteva sul comodino prima di sdraiarsi. Afferrò l’aria. Quando si era coricato, per via dell’umiliazione subita, aveva dimenticato di prepararlo.
Perdere quelle sei partite l’aveva profondamente disturbato. Ci stava ancora pensando. Non sarebbe stato facile addormentarsi nuovamente. E poi doveva bere.
Infilò le pantofole e la giacca da camera (estate e inverno, riusciva a prendere sonno solo se era completamente nudo) e aprì con riguardo la porta. Non voleva svegliare il suo ospite.
Cercò l’interruttore sul muro, ma decise di rimanere al buio, che era quasi totale. Da una riga della tapparella filtrava un unico raggio di luce, proveniente da un lampione in strada.
Sentì un dolore pungente alla nuca. Gli accadeva di anchilosarsi, quando passava troppo tempo alla scacchiera. Era colpa del suo lavoro. Dieci, dodici ore al giorno curvo sui pazienti, gli avevano procurato una cervicale coi fiocchi, che teneva a bada solo grazie all’osteopata. Nelle ultime settimane tuttavia aveva disertato le sedute e quello era il risultato.
Sollevò la testa cercando di far scrocchiare le vertebre, e fu in quel momento che se ne accorse.
La porta della camera di Francesco era aperta, o almeno così gli sembrava, perché scorgeva un rettangolo nero accanto a un muro quasi altrettanto scuro.
Sbirciò al piano di sotto, pure lì era tutto buio.
Proprio come gli era accaduto al momento di coricarsi, non si sentì tranquillo. Restò immobile sui gradini, per qualche secondo che gli parve infinito. La villetta era silenziosa e di Francesco non c’era traccia.
Finalmente lo ammise senza scuse: era stato imprudente portarsi in casa il giovane. Certo Francesco gli aveva fatto una buona impressione, eppure il dottor Zamboni si sentiva a disagio, c’era qualcosa dentro di lui che si stava lamentando e gli diceva che era in pericolo.
Risalì le scale e sbirciò nella camera del suo ospite, la porta era effettivamente aperta. «Francesco» mormorò senza ottenere risposta. Controllò in bagno, pure quello vuoto.
Rimanendo al buio, quasi fosse lui quello che temeva di venire scoperto, entrò nelle altre stanze da letto.
Di Francesco non c’era traccia.
Il dottor Zamboni tornò in camera sua, fu una decisione combattuta, ma alla fine cedette alla tensione. Aprì la cassaforte ed estrasse la piccola pistola automatica. La armò facendo scorrere il carrello e tolse la sicura.
Infilò l’arma nella tasca della giacca da camera.
Grattò la testa, perché la situazione che si era creata era bizzarra. Pensava seriamente di essersi ficcato in un guaio.
Scese al piano di sotto. Le luci erano ancora spente e il buio quasi assoluto, ma i suoi occhi si erano abituati alle tenebre. Sbirciò il salone, le sagome dei mobili erano ombre minacciose: Francesco si nascondeva lì? Infine notò che la porta dello studio era chiusa. Ricordava benissimo di averla lasciata spalancata.
Mentre abbassava la maniglia, sentì il respiro farsi più veloce. Con l’altra mano strinse l’impugnatura della pistola dentro la tasca. Il dito sul grilletto.
Aprì la porta e cacciò un urlo.