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768 Parole
13 «Santissimo Cielo, Francesco, ma hai deciso di farmi venire un infarto?» il dottor Zamboni si appoggiò al muro. Cercò con la mano l’interruttore e accese la luce. Aveva estratto la pistola, era mancato veramente un soffio perché sparasse. Fortunatamente Francesco non aveva notato l’arma. La rimise nella tasca, ma non la abbandonò. Era come se la sua mano le si fosse appiccicata sopra. Francesco gli si era avvicinato quasi volando e gli aveva poggiato la mano sulla spalla. «Non riuscivo a dormire. Sono sceso per cercare qualcosa da leggere» teneva sotto braccio un grande volume che trattava le complicanze nell’implantologia odontoiatrica. Notò che il dottor Zamboni stava fissando con sospetto il testo. «L’ho trovato tra le riviste sotto la televisione». In realtà l’aveva sfilato dalla libreria nello studio. «Forse non dovevo prenderlo, ma non lo conosco e volevo consultarlo». «Non preoccuparti». Rassicurato, il dottor Zamboni abbandonò la pistola ed estrasse la mano dalla tasca. Sapeva benissimo dove teneva quel libro. Gli era particolarmente caro, dato che aveva partecipato alla sua realizzazione. Per lui era un grande vanto. Ma capiva anche il pudore che provava Francesco nel confessargli di aver sbirciato nel suo studio. Sicuramente, pensò il dottor Zamboni, se avesse continuato a dormire, Francesco l’avrebbe rimesso a posto e lui non si sarebbe mai accorto di niente. Comunque fosse, non c’era problema. «Hai fatto benissimo, invece. è un testo molto valido». Le centinaia di foto che conteneva erano state scattate nella saletta chirurgica del suo studio. «Non vorrei che pensasse che sono stato invadente, la verità è che m’interessano i casi clinici complicati». Il dottor Zamboni scoppiò a ridere. Prima la vittoria in un torneo così difficile, poi quel giovane che gli ricordava suo figlio, quindi la batosta a scacchi, e adesso quello spavento assurdo che l’aveva perfino convinto a tirare fuori la pistola dalla cassaforte. Troppe emozioni condensate in poco tempo. Aveva bisogno di sentirsi la tensione sparire di dosso. «Macché invadente. Aggiornati pure. Ricordati però che prima di correre devi imparare a camminare, o sarai perseguitato dalle querele». Tra i neo laureati era diffusa l’illusione che con un certo tipo di interventi si guadagnassero montagne di denaro. Non era così. Passare un giorno intero su un caso al limite dell’impossibile, sfibrava, esponeva a rischi giudiziari e non ripagava del tempo speso. Era pronto a spiegarlo a Francesco. «Non è per i soldi. Il guadagno non m’interessa, mi creda» Francesco pareva aver letto nei pensieri del dottor Zamboni. «è l’identificazione con l’aggressore» aggiunse, senza un apparente filo logico. Il dottor Zamboni aggrottò le sopracciglia. Non gli sembrava neppure di avere capito le parole. «A quattro anni sono stato operato di un carcinoma» s’indicò la parte posteriore del cranio, coperta dai ricci che teneva così lunghi proprio per sotterrare la cicatrice. «Non ricordo niente. Quasi un buco nero. Sono convinto però che in quel periodo mi sia nato il bisogno di stare dall’altra parte del tavolo operatorio. Di essere io quello che tiene in mano il bisturi». In quel periodo gli erano anche sparite quasi tutte le emozioni, questa però era una cosa che teneva per sé. Il dottor Zamboni rimase a lungo in silenzio. Fissava Francesco, sperando assurdamente che il giovane scoppiasse a ridere e gli dicesse che si era trattato di uno scherzo di cattivo gusto. Ma Francesco era impassibile come al solito. Insondabile e dall’aspetto sincero e fragile. Il carcinoma, l’operazione… era tutto vero. «Hai fatto anche la chemio?». «Prima sì e dopo i cinque anni la radio» Francesco ne parlava con un distacco innaturale. «Anche di quella ricordo poco, nonostante fossi già più grande». «E gli svenimenti di cui soffri ora hanno attinenza con...». «I medici l’hanno escluso. è solo stress». Il dottor Zamboni era impietrito. «Come mai hai studiato odontoiatria e non medicina? Avresti potuto operare sul serio» domandò infine. Francesco sorrise, e fu il primo sorriso autentico che il dottor Zamboni gli vide: «Chi lo sa. Ho sempre desiderato fare il dentista. Dopo il liceo però sono caduto in un forte esaurimento nervoso e ho abbandonato gli studi. Poi sono riuscito a ripartire». Il dottor Zamboni aveva bisogno di staccare un attimo. Andò in cucina e si versò due bicchieri d’acqua. Il secondo lo bevve esclusivamente per potersene stare ancora un po’ da solo. Tornò in sala. Francesco si era accomodato sul divano. Lui sedette alla poltrona di fronte. Si era calmato, ma il sonno gli era passato del tutto. Guardò la coppa poggiata sul treppiede all’entrata, accanto alle chiavi della Bmw X6 nuova fiammante. L’aveva ritirata la settimana prima. Se la poteva permettere perché non aveva mai smesso di combattere. Anche Francesco gli sembrava un guerriero, pacato ma inesorabile, ne era certo. E leale fino al midollo. Non si sbagliava mai nei giudizi. «Sei stanco?» gli domandò. «No, come le ho detto, dormo poco». Fuori si era sollevato il vento. Era assordante da quanto fischiava tra gli alberi. «Dài» il dottor Zamboni scacciò con un lungo sbadiglio le ultime vestigia del sonno. «Raccontami della tua tesi».
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