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Francesco scese dalla X6 del dottor Zamboni poco dopo mezzogiorno. Lo ringraziò per il passaggio fino a Bologna, aspettò che l’auto sparisse lungo via Castiglione quindi gettò la coppa nel cassonetto dell’immondizia.
Lasciò le monetine che aveva in tasca a un mendicante che stazionava fisso sul marciapiedi a pochi metri dal suo portone. Carezzò sulla testa il cane, compagno del disgraziato, che guaì quando Francesco si allontanò. Voleva altre coccole.
Francesco entrò nel palazzo. Chiamò l’ascensore e salì al terzo piano.
L’appartamento apparteneva a Giorgia. La sua compagna. O fidanzata o quello che era. Non era mai riuscito a classificarla perché non capiva cosa provasse per lei.
Era quanto di più vicino all’amore gli fosse capitato nella vita, ma non era amore. Ci aveva dovuto fare i conti con quel pensiero e si era convinto di non essere capace di amare e forse, di conseguenza, neppure di odiare.
Giorgia, con cui conviveva già da due anni, era mora, con gli occhi scuri e intelligenti, le gambe lunghissime e un viso dai lineamenti decisi che rasentava la perfezione. Quando passeggiava in centro, ballava forsennatamente in discoteca o entrava in un bar per bere un caffè, riceveva sguardi o proposte e, spesso, generava soggezione.
Era calabresissima e di buona famiglia. Suo padre commerciava nel ramo “frutta e verdura all’ingrosso”. Studentessa modello, appena uscita dalla facoltà di medicina aveva ottenuto un posto da ricercatrice scavalcando decine di agguerriti pretendenti.
Il suo professore era sensibile al fascino femminile. L’aspetto l’aveva sempre aiutata, non si faceva certo problemi ad ammetterlo.
Divideva gli impegni tra facoltà e una piccola palestra, nella quale insegnava attività aerobiche.
Francesco poggiò il borsone a terra, lei gli lanciò un’occhiataccia prima di abbracciarlo. Indossava una camicetta bianca castigata, ma si era infilata un paio di jeans che le stavano come nylon bagnato. «Mi sei mancato» disse.
«Sono stati solo tre giorni».
Il solito iceberg, tre giorni erano troppi. Giorgia notò il taglio sulla sua fronte e s’incupì: «Sei svenuto ancora?».
«No, nulla».
«Devi farti vedere, hai capito, mi stai ascoltando? Dico a te!».
Francesco finse di cedere. Non aveva nessuna intenzione di incontrare i medici.
La portò in braccio fino al divano e fecero l’amore. Rimasero l’uno accanto all’altra. Giorgia sempre abbracciata a lui. Adorava tutto di Francesco, a parte quel cespuglio anarchico che lui si ostinava a farsi crescere in testa. Il corpo, l’odore, il modo che aveva di toccarla, di parlarle. E anche le sue stranezze. Perché come lui c’era solo lui, nel bene e nel male.
Giorgia si sollevò a sedere: «Allora?» disse guardandolo con sospetto. «Com’è andata la gara?».