Capitolo 2
Venerdì 16 settembre 2005, ore due del mattino
Pavia, casa di Enrico
“Luc, svegliati”.
Mi riscuoto di soprassalto dal torpore del primo sonno. Mi metto a sedere di slancio sul letto con la stessa decisione con cui correvo i 400: pronto, in attesa dello sparo, a schizzare via come un proiettile.
“Che è successo?”. rivolto all’aria della stanza, intercetto Enrico con gli occhi sbarrati e il fiato sospeso.
Mio collaboratore da tanti anni, non ricordo nemmeno più quanti, Enrico Massimi è oggi ispettore di polizia alla sezione omicidi della questura di Milano, di cui io sono il vice commissario.
“Ha appena chiamato Silvia”. Sovrintendente di polizia, i suoi riccioli nerissimi galleggiano sopra una quindicina di chili in eccesso per un metro e sessantacinque di altezza: è lei l’altra mia collaboratrice.
“Parla piano per carità, c’ho messo due ore ad addormentarlo. Era quasi l’una quando sono stramazzato sul cuscino”.
Una notte a testa.
Lorenzo, da cinque mesi mio nipote, ha deciso per l’annientamento fisico. Il suo passatempo preferito? Dispensare nottatacce in bianco... e nero a piene manine, al suo papà Enrico, appunto, di trentasette anni e alla sua mamma, Andrea, di diciassette. Nonchè mia figlia, nonchè alta, bionda, capelli lunghi e lisci, campionessa di tennis in aspettativa per maternità, se così si può dire, e sorella gemella di Fabrizia. Ho due figlie identiche.
E meravigliose.
Mia moglie Gloria ed io siamo diventati nonni, rispettivamente, a quarantadue e quarantaquattro anni, e non ce la siamo sentita di tirarci indietro quando un giorno di un mese fa i neogenitori, e pure neosposi – e questa del resto è l’esatta concatenazione temporale dei fatti – hanno portato le loro quattro occhiaie nella nostra cascina situata a poco più di 500 metri dalla loro casa, dove già Enrico viveva prima di sposarsi.
Mamma, papà, non dormiamo da quattro mesi! mi piangeva sotto gli occhi Andrea, quella volta.
E così, prima uno poi l’altro, ci facciamo mettere ko da quel farabutto di un batuffolo rosa; e quando credi di aver recuperato quelle ore di sonno, invece perdute per sempre, ecco che è di nuovo il tuo turno. E così vanno avanti le cose da circa un mese.
I genitori di Enrico sono di Milano, dove il padre svolge ancora la sua professione di notaio. Ormai anziani, dotano il loro unico nipote di ogni ben di dio, sia pur non necessario.
“Andiamo di là” mi fa Enrico.
Mi trascino in quel della cucina; al posto delle gambe mi sembra di trainare due blocchi di cemento. Chiudo la porta. “A meno di una congiura contro un povero innocente, voglio sperare che tu abbia un buon motivo per avermi svegliato”.
“Ha chiamato Silvia” sospira Enrico.
“Sì, questo me l’hai già detto” commento seccato.
“Non vuoi sapere perché?”.
Ci penso su un momento: “No”. Mi massaggio il viso. “Dai, dimmi”.
“Testuali parole?”.
“Assolutamente no”. Silvia viaggia da quarant’anni su toni sbrigativi e assai decisi, ma alzare gli occhi al cielo e spiegarle che così non va è una forma automatica di rimprovero verso la quale lei oramai reagisce in modo del tutto impermeabile.
“Uno va bene, due abbastanza, ma tre... Per fregare me, ci vuole un ci-a-zetazeta-o grosso così”. Il braccio destro di Enrico allungato e la mano sinistra sbattuta contro il bicipite.
Brontolo qualcosa mentre mi preparo un caffè.
“Non so dove tenete le tazzine” valuto mentre accendo il gas.
“Lascia, te le prendo io”. Enrico apre l’anta laccata di rosso del pensile che sta sopra i fornelli. “Ecco, tieni”.
“Tu non lo vuoi?”.
“Ma sì, ti faccio compagnia”.
“Ti avevo gentilmente chiesto di evitarmi le sue esatte parole” sbuffo.
“E l’ho fatto, Luc, credimi: ho cercato di indorarti la pillola. È stato quanto di meglio sono riuscito a fare”.
“Ma che diavolo voleva dire?”.
La porta della cucina si apre. Ci giriamo entrambi.
“Papà, è ancora Silvia” mi fa mia figlia con il telefono in mano e la voce impastata dal sonno. Andrea sbadiglia, e mentre si porta una mano davanti alla bocca, allunga l’altra per tendermi il ricevitore.
“Mi spiace, ti ha svegliata”.
“Fa niente, papà. Lorenzo è di là da solo?”.
“Non preoccuparti, ho il chicchetto con me”. Sfilo dalla tasca del pigiama uno di quei cosi che fanno sentire anche il respiro del bambino. “Torna a dormire, tesoro”.
“Dammelo, papà, dal tono di Silvia mi sa che avete una bella nottata davanti a voi”.
Dopo aver baciato il marito, prende il chicchetto dalla mia mano e io il telefono dalla sua.
“Spero che ti faccia dormire almeno per qualche ora” mormoro. “Penso io a chiamare la mamma, così domani ti viene a dare una mano”. Le dò un bacio, e tutta assonnata Andrea fa per dirigersi verso l’ennesima nottataccia che dopo cinque mesi stroncherebbe anche Alain Delon in Flic Story.
Sonno a singhiozzo, è così che si chiama, tipico dei bambini iperattivi, diagnosticò il pediatra come niente fosse, trascorsi tre mesi dalla nascita del terremoto vivente.
“Pronto? Prooontooo?” la voce di Silvia tuona nella mia mano e mi sorprende a guardare mia figlia con l’inevitabile desiderio di un padre di voler evitare alla cosa più cara che ha tutte le difficoltà della vita.
“Sì” dico secco. “Ci sono”.
“Allora! Non è che ti chiamo alle due di notte per farmi quattro chiacchiere, anche se sei il sosia sputato di Luc Merenda!”. Non c’è niente da fare, non c’è davvero ormai più nulla che io possa fare.
“Enrico mi ha detto che il terzo non l’hai digerito”. Ora ci penso io a te. “Terzo che?”.
“Il terzo ragazzo che si è suicidato questa sera intorno alle undici e mezzo. Penzolava dal soffitto della sua mansarda. Impiccato”.
“Come gli altri due?”.
“Certo! Che cavolo credi, che sia il mio sport preferito star sveglia di notte?”.
“Vuoi dormire un po’ con il mio caro nipotino?”.
“La piccola peste? No, grazie”. Silvia è senza figli e senza marito, dato che si è separata da poco più di dieci anni. Credo, quindi, che dati i livelli di aggressività raggiunti soprattutto negli ultimi tempi, sia giunto il momento di presentarle qualcuno. Pensavo giusto a Ruggero, il mio più caro amico dai tempi del liceo. Bassetto, rossiccio, dentista, ricco, single e non così bruttino da non far capitolare la mia Silviona. Vediamo se lei riuscirà a mettere in moto la – a me ormai ben nota – attitudine di Ruggero alla conquista di degne o meno degne rappresentanti dell’altro sesso.
“Spiegati” le dico.
“Il primo per impiccarsi ha adoperato un tavolino, il secondo una sedia, il terzo una scala. Tre ragazzi che sembrano usciti da tre pianeti lontani anni luce: un meccanico, un bigliettaio del Medusa Cinema, un neolaureato. Nessun collegamento. Per cui potrei scommetterci le tette, caro Luc, che sono stati uccisi dalla stessa persona”.