Capitolo 3
Ore tre del mattino
Milano, via Adamello 5
La mansarda è ordinata, carina, è pulita, con la sua moquette bordeaux distesa in terra. Calda e romantica, sul soffitto in legno risalta una trave centrale che attraversa per lungo l’intera stanza.
È dal punto centrale di quella possente trave che pende il moncone di corda che ha tolto la vita a Marco Reinaldi e su cui poggia ancora la parte superiore della scala. Tranne il corpo che è stato portato via e la corda recisa a tal fine, ciò che si presenta ai miei occhi è rimasto nella stessa posizione di prima.
Silvia ed io siamo fermi sulla porta.
Lei lo ha capito prima di tutti gli altri. È stata brava, e per me è sempre una conferma importante vedere come sia cresciuta bene nel suo lavoro. E forse è anche un po’ merito mio.
“Luc, il corpo l’hanno portato via perché si pensava a un suicidio. Ma questa volta, vacca miseria, quel bastardo ha commesso un errore!” sbotta Silvia.
“Aspetta, ma se pensavano a un suicidio come mai hanno chiamato te della omicidi? Avevano già dei sospetti?” cerco di capire.
“Ma va, figurati: uno febbricitante, l’altro si era dimenticato di dare la reperibilità. Io ho lavorato fino a tardi, stasera: prima di tornare a casa ero andata a fotocopiarmi alla faccia della SIAE due nuovi testi di medicina legale che mi sono fatta prestare da Ildo. E così... dai, Silvia, vai tu? E la scema è andata”.
Ildo. Ildo Stefanino è il medico legale con il quale lavoriamo da tempo. È scrupoloso e preparato, e come uomo è un piacere averlo accanto.
“Di quale errore parlavi?” le domando interdetto.
“Guarda là”. Silvia mi indica un punto in mezzo alla stanza.
Mi avvio con le soprascarpe ai piedi, e quando sono accanto alla scala comincio a scrutare ogni centimetro di alluminio. Niente.
“Qualcosa su in alto? Non voglio salirci, adesso”.
“No. Eddai, non dirmi che non te ne sei ancora accorto! Proprio tu, il fagocitatore dei luoghi del crimine”.
“Prendi per il culo, mi raccomando”.
“E quando mai!”.
“Ma piantala. Comunque no, niente. Mi spiace. Una scala di quelle estensibili in alluminio, alta diciamo circa quattro metri, poi... mi sembra basta. Ah, beh, che in alto è appoggiata a una trave in legno, in basso sulla moquette”. mi blocco: adesso ho capito.
Scosto leggermente la scala e la sistemo una dozzina di centimetri più a destra. La moquette, nel punto in cui poggiavano i montanti, presenta due avvallamenti. Strano... “Quanto pesava il ragazzo?”.
“Non superava i 75 chili per circa uno e 85 di altezza. Dimmi, cos’altro vedi?”.
“Oltre a questo, te l’ho detto, niente”.
“Risposta esatta: niente”. Silvia si tira su i capelli a formare una coda e poi li lascia cadere giù stirandosi le braccia. È stanca e ha sonno.
“Legati quei capelli. Te lo senti tu, dopo, Battaglia”.
“Leonardo me lo rigiro come un calzino”.
“Ma figurati. quello è un osso duro. oltre a essere il capo della scientifica. Fattore da non trascurare, tu che dici?”.
“Per terra, intorno alla scala e sul pavimento, vedi nulla?” mi fa sbuffando e legandosi finalmente i capelli. “Non vorrei dire, ma...”.
“Beh, allora non dirlo”.
“Non dovresti legarteli anche tu? Ormai sono lunghetti pure i tuoi” mi pungola Silvia.
Per tutta risposta, non raccolgo la sua provocazione né i miei capelli.
Ispeziono alla buona, senza torcia, crimescope e robe simili. La prima esperienza visiva va effettuata così, come mamma t’ha fatto: lo sguardo nudo. “La moquette mi sembra a posto, pulita”.
“Perfetto, bravissimo: è proprio quello che volevo sentirti dire” e fa per andare via, incamminandosi alla tenente Colombo: testa bassa, mano su un fianco e l’altra sulla fronte a strizzare i pensieri che si addensano sotto i capelli.
“Ma dove diavolo vai?”.
“Vieni un momento fuori con me” mi fa lei.
La seguo come fossi il suo allievo. Quale rassicurante sensazione, che sgravio di responsabilità. E almeno per una volta da chissà quanto tempo decido di assaporare questo momento di melliflua spensieratezza. “Dove vuoi portarmi?”. Che gradito abbandono...
“Lo so io dove ti porterei!”. Frantumato all’istante. “Solo che tua moglie ne avrebbe un po’ a male”. Scuoto rassegnato la testa mentre lei riprende: “Se sei un gran bel pezzo di gnocco, non è certo colpa mia”.
“Ma ti rendi conto?”.
“Mica tanto. E comunque sono una donna, non so se ti ricorda qualcosa. Allora, ascolta. Ho tirato giù dal letto un mio amico della polizia giudiziaria”.
“Tu sei fuori...”.
“Sì, dopo me lo dici. Dunque, mi ha detto che l’impronta dei montanti è eccessiva rispetto a quella che avrebbe dovuto lasciare il peso di una persona di circa 70-75 chili. Secondo lui, una depressione di quell’entità si genera con un peso compreso tra i 160 e i 180 chilogrammi. Ora, se il suicida non supera gli 80 chili, ciò significa che c’era un’altra persona che ne pesa almeno 90 che è salita sulla scala portandosi il poveretto sulle spalle”.
“Lo ha appeso a quella corda” dico pensieroso.
“E poi, tu non le hai ancora viste le scarpe del morto! Oggi è piovuto, erano tutte sporche di fango. Ma in mansarda, di fango, nemmeno l’ombra. Il furbo ha creduto bene di ripulire tutto, il fatto è che oltre alle sue ha cancellato anche le tracce della vittima. L’imbecille!”.
La guardo interessato: “Scusa, ma dov’è che vorresti portarmi?”. Silvia apre la bocca per precipitarsi a dare una rispostaccia delle sue, ma altrettanto prontamente la blocco: “Brava, molto brava. Quel povero ragazzo ti deve molto. E anche gli altri due”. Mi piazzo davanti a lei con i miei venti centimetri in più di dislivello: “Ora sparisci. Lo sai”.
“D’accordo, da questo momento è tutta tua” afferma indicandomi la mansarda, e mentre si avvia la sento farfugliare qualcosa del tipo: “Beata lei...”.
Bene, caro Marco, eccoci qua.
Chiudo per un momento gli occhi e mi lascio andare ad un lungo respiro per raccogliere tutta la concentrazione di cui ho bisogno. Li riapro: questa specie di trance mi permette di assorbire ogni elemento, sensazione, proteina o carboidrato consumati o espulsi nell’intorno complesso verso cui tutto di me ora è proteso.
“Chi ha trovato il corpo?”. Non mi volto a guardare da chi mi arriverà la risposta.
“L’inquilino del piano di sotto”. La voce è ancora quella di Silvia. “Dice di aver udito all’improvviso della musica che andava a un volume insolitamente alto e poi un forte rumore, come di qualcosa di molto pesante finito sul pavimento”.
“Che voleva dire con insolitamente?” chiedo.
La vedo quasi, mentre legge dal suo inseparabile bloc-notes. “Il suo amico non metteva mai la musica così alta” prosegue lei, “per non dare disturbo, mi ha detto”.
“Mmmh”.
“Dice di avere subito telefonato a Marco Reinaldi, ma non ha risposto nessuno. Dopo qualche minuto è salito, ha suonato varie volte il campanello e poi è entrato, la porta era accostata. È stato allora che l’ha visto, il corpo tremava ancora per le contrazioni tonico-cloniche” mi informa Silvia.
“Quindi” rifletto, “deve essere entrato subito dopo l’ipossia cerebrale”.
“Per forza. A quel punto è corso di sotto e ci ha chiamati”.
“Per cui l’assassino era appena scappato”.
“Sì, ma mi ha raccontato di non aver visto né sentito nessuno per le scale. Oltretutto, l’ascensore si ferma al piano di sotto, per raggiungerlo dalla mansarda c’è solo la rampa di scale che abbiamo fatto anche noi”.
Mi guardo intorno. “Era con un paio di amici, a quanto pare”. Indico un tavolo di fronte ad una parete attrezzata della cucina che si apre sul resto della sala. Un accogliente loft mansardato in fondo al quale il tavolo ci parla di una cena tra amici che bevono birra e mangiano dentro porcellana etnica nera con disegnate foglie di bambù marroni.
“Giusto, Luc. Fino più o meno alle undici di sera”.
Continuo a far girare lo sguardo.
Mi avvicino al tavolo.
Osservo, annuso, assaggio.
“Luc, ma che schi...”.
“Shhh!”.
Chiudo gli occhi, rimetto il dito rivestito di lattice in bocca.
“Gulasch. Credo. Silvia, dì a Battaglia di darsi una mossa”.
Tre piatti, altrettanti bicchieri e tovaglioli. Sei posate, due per ciascun piatto. Uno pulisce i gradini della scala e la moquette da tutto quel fango e lascia sul tavolo ogni sorta di traccia. Un’incongruenza troppo grossa. “Battaglia, porta via tutto”.
Dopo avere imbustato ogni cosa, lui mi fa: “Ok, ci vediamo”.
“Aspetta, dammi ancora un momento”.
Chiudo di nuovo i contatti col mondo esterno.
L’impatto che la stanza ha su di me è intenso, forse dovrei dire perverso: non sono io a disporre di essa, è come se la subissi.
Sta cercando di dirmi qualcosa.
Ed io la lascio fare.
Mi guardo intorno non come procacciatore di prove, ma come destinatario di segnali non ancora chiari.
Cos’era quel rumore che ha sentito l’inquilino del piano di sotto? Dimmelo! D’istinto il mio sguardo va a terra, la stanza mi parla. Una piccola macchia.
Tutto di me è proiettato verso quei cinque millimetri di un rosso più intenso di quello della moquette su cui giace. “Per piacere, datemi un tampone”.
Me lo porta Battaglia: “Vuoi che faccia io?”.
“Grazie, no”. Non voglio perdere il trasporto, la concentrazione. “Vedi se è sangue. Mettilo in cima alla lista”. Gli porgo il tampone dopo averlo strofinato sopra quello spicchio di rosso shocking.
“Sarà fatto, Luc”.
Non ci siamo mai stati simpatici, ma dall’ultima indagine le cose tra noi vanno meglio e così l’ha piantata di chiamarmi Lorenzo. Ossia il mio vero nome, con cui non mi chiama più nessuno da oltre vent’anni. Il mio dolce nipote-flagello si chiama come me, e oltre al fatto di esserne fiero, sono rimasto piuttosto sorpreso, ma anche molto divertito, nel vedermi recapitare il certificato di vaccinazione dal postino confuso, e convinto che i mittenti avessero ciccato l’indirizzo: Consultorio Pediatrico – ore 9,00 – Richiamo antipolio, difterite, tetano.
Forse sono caduti dalla scala, rifletto. Uno dei due si è ferito e un po’ del suo sangue è gocciolato a terra. Ma ora la mia attenzione viene attirata verso qualcosa d’altro che avevo notato anche prima: “Leonardo, cosa sono?”. Dei piccolissimi frammenti di non so cosa sono rimasti intrappolati fra la moquette, in corrispondenza della piccola macchia.
Con una pinza Battaglia ne tira su uno: “A vederlo così, è difficile stabilirlo”. Ma osservando più attentamente aggiunge: “Sembrerebbe sporco di sangue”.
Lo invito a lasciarmi da solo ancora per qualche minuto, fra le cose che mi stanno attorno e sembrano dire: Guardami, possibile che tu non ti accorga?
Ma accorgermi di che? Diavolo!
Sulla parete di destra, accanto al divano, c’è un vecchio impianto stereo. Vado verso il mobiletto nero che lo contiene: piatto Thorens, casse Akai, amplificatore pure Akai. Marche di una volta.
”Quanti anni aveva la vittima?”.
“Ventitré” risponde Silvia.
Un ragazzo oggi può disporre di lettori cd, di mp3 e di tutto ciò che è frutto di nuove tecnologie. Noto, incassata nella parete, una grande libreria in cui spiccano, febbrilmente allineati, centinaia di lp e 45 giri in vinile: mi appare subito chiaro di avere a che fare con un appassionato di questo genere di prodotti.
E il prodotto era lì...
Alzo la protezione del piatto. Fissata al perno centrale, ecco la fonte di musica insolitamente ad alto volume: un 45 giri, su cui è incisa la canzone di un gruppo chiamato Joy Division. Titolo del brano: Love will tear us apart.
Cerco la copertina del disco, ma la stanza non me la mostra. Dove diavolo sei finita?
Forse è a posto tra i suoi vecchi dischi, dirò alla scientifica di controllare. Salvo in memoria, quella del mio cervello: mela+s.
Mi rimetto in attesa di ricezione, e intanto continuo a guardarmi intorno.
Due telecomandi mi osservano dal divano situato sulla parete in fondo alla stanza. Accanto ad essi, una coperta morbidamente distesa sui cuscini.
La spia del videoregistratore è accesa, come pure quella del televisore che è stato spento, a quanto pare, dal divano. Poggio una mano sul videoregistratore: è ancora caldo. Sposto a intermittenza lo sguardo sui cuscini e sulla televisione. Quindi mi metto accanto al divano e osservo la coperta.
Stavano guardando una videocassetta.
Non un dvd.
Una videocassetta.
Bene, è già qualcosa: non c’è nulla di questa anacronistica mansarda che mi ricordi che siamo nel 2005. Tutto sembra essersi fermato agli anni ‘80.
Grazie, bambola... è pur sempre qualcosa.
“Luc, ti vuole il capo, è al telefono”.
Con le dita avvolte dal lattice sfioro la coperta. Mi spiace, bambola fuori dal tempo, ma devo sfilarmeli per sentire sotto le dita nude cos’hai da rivelarmi attraverso questo caldo plaid tinto d’avorio. I polpastrelli scivolano morbidi.
D’improvviso, lunghi e sottilissimi fili vengono via sotto lo scorrere fluido della mia mano, densi e abbondanti come mai mi era capitato di vederne prima.
“Luc! Hai sentito? C’è Gil al telefono!” la voce di Silvia irrompe nei miei timpani.
Mi dirigo verso l’uscita osservando quei filamenti rimasti stranamente attaccati alle mie dita. Prendo dalle mani di Silvia il cellulare senza staccare gli occhi da quell’informe ammasso.
“Ciao Gil, dimmi tutto”.
“Sono con Ildo in sala autopsie. Non ha ancora terminato col ragazzo, ma abbiamo trovato varie fibre di acrilico intorno alla barba che dovrebbe essere almeno di tre o quattro giorni. Sono lunghe, chiare e molto sottili”. Senza saperlo, Gil mi sta descrivendo ciò che ho sotto gli occhi in questo esatto momento. “Ti sto chiedendo di cercare un ago in un pagliaio, lo so, ma guardati bene in giro. Io sto arrivando”.
Stavano guardando una videocassetta.
Seduti sul divano.
Sotto la coperta.
“Dobbiamo ragionare al contrario, Gil. In questo caso, non è tanto quello che può aver lasciato l’omicida sul luogo del delitto”. Ripenso alla copertina del disco e al plaid sul divano, prima di dirlo: “Non è l’ago in un pagliaio che dobbiamo cercare. È... è ciò che ha trasferito la mia bambola addosso all’assassino. Gil... è il pagliaio in un ago che dobbiamo riuscire a stanare”.
“Bambola?”.