La sveglia delle sette suona ma io ovviamente neanche stanotte ho dormito; mentre quell’odiosa canzoncina fa vibrare il mio apparato uditivo i miei occhi sono fissi sulla tela che giace appoggiata al muro. Sono completamente avvolta nel nuovo piumone, sdraiata in posizione fetale e penso di aver passato la notte così, fissando il dipinto frutto della mia rabbia e della mia frustrazione. Quando Elias se n’era andato da casa mia, quel sabato sera, ero caduta nel solito uragano di paure ed emozioni con cui sono condannata a vivere. Mi ero alzata dal pavimento freddo e mi ero fiondata sulla scatola contenente gli acrilici: mi ero infilata i guanti di lattice e con le mani ho iniziato a sporcare una delle tele appena comprate, senza pensare a cosa raffigurare. È un turbinio di pittura giallo ambra, punte di rosso e beige, squarci di grigio costellati da sfumature nere ed argentee. Sembra un tramonto astratto, ma non lo è: sono solo colori sparsi direttamente con le mani, accatastati uno sull’altro e stesi con le dita fino a farli unire.
È lunedì mattina e dopo la pacata giornata di domenica, passata a casa a bere tè leggere e fare schizzi su fogli, la voglia di alzarmi e andare a lavorare è pressoché nulla. Ogni mattina è un’agonia: non riesco ad alzarmi, il solo pensiero mi fa venire voglia di piangere ma non perché sono una ragazza pigra, perché non ho voglia di fare nulla, ma perché sono stremata ed il pensiero di uscire dalla porta di casa mi terrorizza, ogni giorno. Sono stanca perché prendo pillole che attivano il cervello ed in teoria dovrebbero farti sentire sveglia ed efficiente per quarantotto ore, ed è così solo che non è il mio corpo ad essere esausto ma la mia mente.
Mi giro sdraiandomi sulla schiena e boccheggio guardando il soffitto: il mio corpo vuole alzarsi ma il mio cervello è già entrato in stato di allerta e ritiene più sicuro che me ne stia nascosta sotto il piumone, immobile su questo materasso matrimoniale buttato direttamente a terra.
Non posso permettermelo, non posso permettere di venire sopraffatta dal vuoto che mi porto dentro.
Mi alzo lentamente e mi dirigo nel piccolo bagno per farmi una doccia gelata e sistemare l’orrore delle occhiaie che spiccano non ostante il mio incarnato mulatto.
Cinque anni di artistico, tre anni di accademia con aggiunta una laurea da cento su cento e lode anticipata e per cosa? Per finire a sistemare scatole di acquarelli e matite in un grande colorificio-cartoleria del cazzo.
Con ancora l’asciugamano intorno al corpo infreddolito scorro le e-mail, con la speranza che magari qualcuno dei vari posti in cui avevo presentato domanda mi avesse risposto.
Nulla.
Il mio sogno era restaurare, ridar vita ad opere d’arte, toccare con mano quei dipinti degli dèi della pittura e perdermi all’interno dei loro colori, della loro storia e del loro significato tutto il giorno. Ma si sa che non tutto va come si pensa; anzi, dovrei solamente essere grata di essere finalmente scappata e di avere finalmente l’opportunità di cambiare vita, dato che nel mio paese era impossibile, poiché posti di lavoro per neo laureati non ce ne sono e gli affitti costano talmente tanto anche in periferia che mi hanno impedito di andarmene da quell’appartamento allo scoccare dei miei diciotto anni, nonostante lavorassi già da due anni.
Infilo dei semplici jeans ed un maglione nero.
Mi accendo una canna e vado in cucina per preparare una tazza di tè e il solito porridge caldo: butto fuori il fumo dal naso mentre peso venti grammi di avena a cui aggiungo un po’ di acqua e del latte di avena. Mentre cuoce sul fuoco mi preparo velocemente un sandwich con insalata e bresaola da portarmi come pranzo al lavoro.
Quando l’orologio da muro segna le otto e cinque mi affretto ad uscire di casa: nonostante l’ora tarda il palazzo è vuoto e silenzioso, mi chiedo se Inge ed Elias stiano ancora dormendo o se siano già usciti dal palazzo. L’ultima ipotesi viene scartata appena noto le loro bici ancora appese ai ganci dell’atrio.
Pedalo lungo le piste ciclabili già brulicanti di biciclette che sfrecciano a tutta velocità: i lampioni sono ancora accesi e sopra i canali aleggia una rilassante nebbia mattutina, non bella come quella lombarda ma lo stesso apprezzabile artisticamente.
Piazza Dam brulica di gente che cammina svelta, infagottata nei loro cappotti e con la falcata ampia per non arrivare tardi al lavoro o dovunque siano diretti.
Sorpasso l’entrata principale e svolto nel vicolo subito dopo, come mi era stato indicato; scendo dalla bici ancora in movimento e la lego al parcheggio apposito.
“Riservato allo staff” recita un cartello rettangolare proprio attaccato al muro davanti a me.
L’orologio segna le otto e ventiquattro: ammetto di essere stupita perché arrivare in orario non è nel mio DNA, figuriamoci arrivare in anticipo. Mi guardo intorno squadrando la piccola strada secondaria in cui mi trovo: ci sono portoni di case e altri negozi. Uno di questi attira la mia attenzione.
-Trip- leggo a bassa voce.
Sembrerebbe essere un negozio di tatuaggi e piercing, ma le serrande sono ancora abbassate, impedendomi di sbirciare attraverso le ampie vetrate della sua facciata
Sposto la tracolla sulla spalla destra e decido di fumare una sigaretta prima di entrare; ho le mani talmente gelate che non riesco nemmeno a far scattare la pietruzza dell’accendino
-Cristo! - impreco fra i denti frustrata e getto all’indietro la testa, guardando per qualche frazione di secondo il mio fiato uscire dalle narici sotto forma di nuvola bianca, per via della temperatura troppo bassa.
-Te l’accendo io-
Una voce sconosciuta mi fa raddrizzare la testa e corrugare la fronte notando una mano pallida che fa scattare una fiammella, accendendo così la sigaretta che stringo fra le labbra.
-Scusa ti ho spaventata? - sorride mostrando denti estremamente bianchi e ben allineati.
Avrà sicuramente portato l’apparecchio.
-No, no- balbetto -tranquillo-.
-Sei la ragazza nuova? -
-Così pare- incastro la sigaretta fra le labbra e gli tendo la mano -sono Maya Sturm, piacere-
-Maarten Drost-
È un ragazzo di venticinque anni con il volto spolverato di lentiggini e riccioli color carota gli corniciano il volto magro dai tratti ben definiti. È piuttosto alto e piazzato, ma ciò non mi sorprende e penso che dovrò farci l’abitudine di sentirmi molto bassa di questo paese.
Chiacchieriamo un po’, giusto per conoscerci per poi buttare i mozziconi nel posacenere inchiodato al muro ed entrare nel locale, spingendo la pesante porta di servizio con maniglia antipanico. Ci troviamo direttamente all’interno di quello che dovrebbe essere lo spogliatoio a giudicare dai vari armadietti in legno senza anta.
-Ragazzi, lei è Maya la nuova ragazza- mi presenta a tutti i presenti, quelli che dovrebbero essere i mei colleghi.
Sorrido imbarazzata e mi dirigo allo spazio che mi indica il ragazzo; appesa ad una gruccia c’è una maglietta a maniche corte color bordeaux con il logo del negozio ed un taschino, a cui è appesa una targhetta con il mio nome, nella parte frontale mentre dietro c’è scritto “magazzino del colore” a lettere cubitali. Mi ritengo molto intelligente ad aver prevenuto portandomi dietro anche una semplice maglietta nera, attillata e a maniche lunghe, da poter indossare sotto quella della divisa, giusto per non morire completamente assiderata.
-Questo è il tuo cartellino identificativo mentre questo è il tuo badge: quest’ultimo lo devi usare per entrare dalla porta da cui siamo entrati prima, poiché solitamente è chiusa, è anche la chiave d’accesso al magazzino ma, ancora più importante, devi ricordarti sempre di passarlo a quel totem- indica una specie di scatoletta tecnologica bianca inchiodata al muro e vicino alla porta che conduce al negozio -e lo stesso lo devi fare quando finisci il turno: diciamo che è come timbrare il cartellino. Dai cambiati che tra poco apre il negozio-
Afferro il porta chiavi da collo, con appesi tessera e badge, che mi sta porgendo Marteen e lo fisso, tramite il moschettone di cui è provvisto, ad un passante della cintura dei jeans.
Appoggio la borsa nel mio spazio e mi levo giaccone e sciarpa.
-Te sei Maya, giusto? - mi giro e alla mia sinistra trovo una ragazza dai grandi occhi verdi e con dei bellissimi riccioli biondi, ordinatamente raccolti in una classica treccia -Io sono Althea, ti ho portata dal capo qualche giorno fa-
Ora ricordo: lei è la ragazza che mi ha accolto con quell’enorme ed esagerato sorriso. Sembra una ragazza carina tutto sommato.
-Oh, sì certo ho in mente- le sorrido -molto piacere-.
Proprio mentre mi levo il maglione mi ricordo che io non tocco un reggiseno da quando ho sedici anni e che forse avrei dovuto metterlo per cambiarmi… o forse no. Tanto sono di schiena e non penso che un paio di tette possano al limite uccidere qualcuno.
Il tempo in cui rimango con il busto completamente è minimo: indosso subito la maglietta a maniche lunghe e poi la polo della divisa.
Fa lo stesso un freddo cane.
-Al tuo paese si usa fare così? -
Mi giro, presa alla sprovvista da quella voce.
Mi trovo davanti una ragazza di venticinque anni alta e formosa, con la pelle così chiara e liscia che sembra porcellana, che va a contrasto con i suoi capelli neri e liscissimi, strettamente strozzati da un elastico in una coda alta: una bellissima ragazza.
Volgo un fugace sguardo ad Althea che ruota gli occhi come se fosse infastidita.
-Scusami? -
-Se non capisci la mia lingua perché lavori qui? -
-La capisco benissimo la “tua” lingua- corrugo la fronte e continuo a piegare il maglione.
-Giusto perché tu lo sappia qui abbiamo “pudore”, evita di metterti già in mostra al primo giorno-
Davvero?
Davvero si sta lamentando di questo?
Diamine è pure una ragazza con tanto di tette e moto più abbondanti delle mie, come può scandalizzarsi per una schiena nuda ed un fugace accenno di seno mostrato.
-Allora vai a dire ai colleghi maschi in questo momento di indossare un reggiseno, se ti scandalizzi tanto-
Althea soffoca un risolino mordendosi le labbra.
-Forse prima di sbarcare qua dovevano insegnarti come bisogna comportarsi con altre persone-
-Abigaille- la richiama severo Maarten.
Questa ragazza è riuscita a passare da un caso di sessismo ad uno di razzismo in sole due frasi che ha scambiato con me: guardandomi intorno sono anche l’unica persona di colore, sono finita in un covo di neo nazisti per caso?
-Sai il pudore è avere rispetto verso le altre persone più che umiliare una persona perché si sente libera di non indossare uno stupido stringi tette- apro con rabbia la tracolla da cui afferro il cellulare che vado a mettere in tasca -e per tua informazione non sono sbarcata con nessun barcone ed il fatto che tu abbia dedotto dal mio incarnato che sono una clandestina ti rende un’ignorante razzista e questo mi dispiace molto perché molto probabilmente stai rubando il lavoro ad una persona che ha studiato il minimo da sapere le basi dell’umanità-
-Maya su dai, non perdere tempo, andiamo- il rosso mi fa cenno di seguirlo.
-Ah, e per tua informazione sono mezza brasiliana, un quarto italiana ed un quarto olandese, ho vissuto in Italia tutta la mia vita quindi ho tutti i tuoi stessi diritti, anche se ce li avrei a prescindere. Ah, e mi sono anche laureata, te invece? -
La fulmino con gli occhi per poi scuotere la testa e andare verso il ragazzo che mi sta aspettando, tenendo semi aperta la porta con il tallone.
Avvicino il badge al sensore del totem ed esco dallo spogliatoio.
-Ok, come avrai capito con quella ragazza è meglio non averci a che fare- camminiamo lungo gli scaffali ricchi di blocchi da disegno, sembra quasi di stare in paradiso - ti ha preso di mira e ti starà addosso finché non sarai licenziata o finché non cambierai lavoro-
-Grazie mille, ora sì che sono carica- dico entusiasta sorridendo sarcastica.
-Ma non lasciarti intimorire-
-Ma ovvio che no- lo spingo leggermente con la mano -cosa vuoi che sia lavorare con una razzista e pudica assatanata che è alta solamente venti centimetri più di me-
-Ah, e per il fatto del reggiseno ti appoggio: più tette libere-
Mi blocco un attimo: in teoria il fatto di non portare il reggiseno, se non lo si vuole, dovrebbe essere vista come una presa di posizione sul proprio corpo, come un fatto di uguaglianza con il sesso maschile poiché i nostri capezzoli sono in verità uguali ai loro, più che una scusa per vedere tette ovunque.
Ma va beh, almeno un passo in avanti è tato fatto.
Trotto dietro al ragazzo chiedendomi il perché debba per forza camminare così velocemente, capisco che ha le gambe lunghe, ma esiste anche una via di mezzo.
-Ok, questo è il reparto pittura, a cui sei assegnata con Althea che hai già conosciuto, non lavorerai solo qua ma ne sarai responsabile- camminiamo lungo la corsia e mi indica come sono disposti le confezioni e come funziona il distributore dei tubetti sfusi.
-C’è tutto: acrilico, tempera, pittura ad olio, acquarelli… ogni tipologia ha un proprio scaffale che è contrassegnata da questi cartelli gialli: il materiale va disposto sempre seguendo i listini del prezzo, se non si fa confusione e confusione è uguale a clienti incazzati che a sua volta equivale a capo incazzato-
-Ok- sposto il peso sui talloni -tutto chiaro-
-Perfetto allora dovete sistemare le confezioni che sono in queste scatole e poi segui un po’ quello che fa Althea ma soprattutto drizza le orecchie perché gli ordini che vengono impartiti dal microfono vincono su qualsiasi cosa, ovviamente tranne sul cliente
La mattina scorre tranquilla: se devo paragonare questo lavoro rispetto a quello di Milano beh, è una passeggiata. I clienti arrivano pochi per volta e molto spesso sono autosufficienti o ti chiedono qualche banale consiglio. Il tempo lo passo a parlare con la bionda, a fare avanti indietro dal magazzino, che è davvero il paradiso terrestre, a salire e scendere dagli scaffali, a spolverare e correre se vengo chiamata. Tutto questo però avviene con molta calma.
All’una e mezza timbriamo il cartellino per la pausa pranzo ed usciamo dalla porta di servizio.
Il freddo mi fa pentire di non aver indossato la giacca, tutta fiduciosa ho visto Maarten e Althea uscire in mezze maniche ma mi sono scordata che hanno un livello di sopportazione del freddo diverso dal mio.
Mangiamo appoggiati al muro, in piedi dal momento che a quanto pare non esistono dei tavoli a cui sedersi, a parte le panche dello spogliatoio.
Mi porto una sigaretta alla bocca ed il ragazzo anticipa la mia mano, facendo scattare la fiammella del suo accendino accendendomela.
Faccio un tiro e butto fuori vedendo il fumo aggiungersi alla nuvola che crea il mio respiro caldo a contatto con l’aria fredda.
-Lo conosci? - Althea mi fa cenno con il mento di girarmi e così faccio.
Vedo Nash sbracciarsi con entrambe le braccia e al suo fianco c’è Elias, appoggiato alla vetrata del negozio di tatuaggi che avevo notato stamattina.
La vista di quel ragazzo mi fa venire ancora più freddo di quanto non ne abbia già, dopo sabato sera non l’avevo più visto e devo ammettere di aver fatto di tutto per non incrociarlo sulle scale.
-Vi raggiungo subito-
Mi allontano dai due che continuano a parlare e con la sigaretta in bocca attraverso la strada per raggiungere i due.
-Che ci fate qua? -
-Ci lavoriamo- borbotta cupo Elias guardandomi fisso.
-Sì, il negozio è suo ed io sono il suo zerbino- ridacchia Nash.
Elias è un tatuatore?
Questo vuol dire che pure lui è un artista grazie al disegno, è un punto che ci può accumunare.
-Non lo sapevo, sembra un bel posto-
-Pulito, sterilizzato, aghi sempre nuovi: abbiamo pure vinto il primo posto come miglior studio di tatuaggi e piercing di Amsterdam- si vanta il messicano con molto orgoglio.
-Beh, lo sponsorizzi bene- gli sorrido.
Già, se dovesse farlo lui penso che non vedremmo un cliente manco a pagarlo- indica con gli occhi il suo amico vi lascio, vado a comprare qualcosa da mangiare che siamo in pausa. Magari ci vediamo dopo-
Appena se ne va il silenzio crolla fra noi due ed io faccio per andarmene.
-Non mi saluti neanche? -
-Ti ho salutato- mi riavvicino.
-No, hai chiesto che ci facessimo qua, non è un saluto-
-Beh, allora era sottointeso-
Di nuovo silenzio.
Lo guardo aspirare l’ultimo tiro di fumo per poi gettare il mozzicone nel posa cenere.
-Non sapevo che fossi un tatuatore-
-Non siamo così diversi, poi- alza un angolo della bocca in un sorriso incerto -Com’è sta andando? Il tuo capo ti ha già approcciata? -
Sembra quasi che mi stia sbeffeggiando.
-Tutto sommato bene a parte che ho una collega pudica e razzista, per il resto è ok -
-Hai già dettato scandalo il tuo primo giorno? - mi guarda divertito incrociando le braccia al petto.
I piercing al labbro luccicano.
-A quanto pare le tette sono scandalose anche per le donne stesse- roteo gli occhi e butto fuori il fumo dalle narici.
Vedo il suo sguardo saettare per un attimo sul mio seno, evidenziato da un lieve turgore dei capezzoli che spunta da sotto le magliette.
Sorride beffardo e torna a guardarmi in volto.
-A me non scandalizzano le tue tette-
-Ah, ma sei un bastardo- gli do una spinta sul braccio facendolo scoppiare a ridere.
-Stai bene in divisa-
-Perché ogni parola che dici mi sembra una presa in giro? -
Non mi risponde e questo mi irrita da morire.
-A che ora finisci il turno? -
-Potrei fare come te, non rispondere alla domanda e chiederti qualcosa di totalmente fuori argomento-
Solleva in sopracciglio e mi guarda dall’alto in basso.
Sospiro rumorosamente portando gli occhi al cielo.
-Alle cinque e mezza-
-Allora dopo vieni da me in studio-
-E perché? -
-Ti voglio fare vedere delle cose-
Sto per ribattere ma sento la voce di Maarten urlare il mio nome.
-Devo andare a lavorare- mi volto nuovamente verso Elias.
Lui sorride e posa una mano dietro la mia schiena portandomi verso di lui; mi irrigidisco totalmente a quel suo gesto inaspettato ed il mio cuore inizia subito a pompare troppo sangue. Le sue labbra si avvicinano al mio orecchio sinistro ed il suo fiato caldo fa rabbrividire ogni centimetro della mia pelle.
-Impara a rilassarti quando ti tocco, io non ti faccio del male-
Spalanco gli occhi a quel sussurro che era quasi dannatamente sensuale ma le parole… diamine il loro significato mi fa allontanare di scatto ed il mio cervello inizia a pensare troppo, cercando di trovare una spiegazione all’ultimo pezzo di frase.
Lo guardo dritto negli occhi che mi fissano seri e me ne vado, incrociando le braccia a petto e accennando una lieve corsetta verso i miei due colleghi.
-Conosci davvero quei due là? - mi chiede Althea mentre ci dirigiamo verso il magazzino per depositare gli scatoloni vuoti.
-Di chi stai parlando? -
In verità lo so ma non ho voglia di parlare di loro, sinceramente.
-Dai, dei ragazzi del negozio di tatuaggi…-
-Sono solo dei conoscenti, sono arrivata solamente venerdì qui ad Amsterdam-
-Beh, sappi che la maggior parte delle ragazze che lavorano qui sognerebbe di portarseli a letto: insomma sono due fighi pazzeschi anche se sinceramente preferisco quello con gli occhi a mandorla e…-
Fa passa il badge al sensore e smetto completamente di ascoltarla appena varchiamo la porta del magazzino; sinceramente non sono molto il tipo per questi discorsi, penso che se a qualcuno piaccia qualcun altro basta che ci provi e se poi va male…beh, esistono ben altri problemi più grandi nella vita che uno stupido rifiuto da uno stupido ragazzo. Però dentro di me sento come un fastidio per quella frase di Althea, ma non nei confronti di Nash, più in quelli di Elias.
Buttiamo i cartoni piegati in un grande cestino di metallo e ripercorriamo all’indietro i loro passi.
Le cinque e mezzo arrivano senza farsi aspettare troppo e timbriamo i tesserini per la fine del turno.
-Allora, Maia, com’è andata oggi? - Maarten si leva il portachiavi dal collo e lo infila nel suo zaino grigio.
-È un lavoro molto tranquillo, direi quasi rilassante-
Afferro incrocio le braccia, afferrando i bordi della prima maglietta e la tolgo, per poi sistemarla sopra la gruccia su cui l’avevo trovata.
-In questo periodo c’è molta calma, si inizia a carburare verso Natale-
Mi giro e cerco con lo sguardo Abigaille: appena lo trovo mi levo anche la maglietta a maniche lunghe sorridendo vedendola alzare gli occhi al cielo per via dei miei seni nudi.
-Prima o poi ti farà fuori- ridacchia Althea ed io indosso il maglione con cui sono arrivata.
-Ha più tette di me e te messe insieme, non riesco a crederci che le dia davvero fastidio-
Sistemo su una spalla la tracolla ed esco insieme ai due.
-Beh, ragazze, ci vediamo domani-
Ci salutiamo con un semplice “ciao” accompagnato da un sorriso.
Rimango da sola a fissare il negozio di fronte: davvero voglio andare da lui e parlarci?
L’ultima volta che l’ho fatto mi ha fatto stare malissimo, anche se in verità la sua colpa non era diretta.
Accendo una sigaretta e me la fumo con molta calma, guardando nervosa la vetrata.
Alzo gli occhi al cielo e con un sonoro sbuffo decido di andarci; mi avvicino alla porta buttando fuori il fumo dalle labbra.
“Suonare, per favore” dice un cartello scritto a mano accompagnato da una freccia che indica un pulsante bianco.
Lo suono e butto il mozzicone nel posa cenere.
È una cazzata, meglio andarsene.
I muscoli delle mie gambe si attivano proprio nel momento in cui la porta emette un rumore meccanico seguito dalla sua apertura.