-Mi stupisci- sorride beffardo, aprendo maggiormente la porta di vetro per farmi passare -Ero sicuro che te ne saresti andata dritta a casa-
-Lo stavo per fare- alzo gli occhi al cielo e gli rivolgo un sorriso colpevole-
-Ma sei qui-
-Sei solo? -
-Sì, ho detto a Nash che avrei chiuso io-
La porta si chiude alle sue spalle ed io mi guardo intorno: è un posto ordinato e pulito, proprio come diceva Nash. Il pavimento è di legno scuro laminato mentre le pareti sono rosso bordeaux, tranne quella che sta dietro ad un bancone, che è pitturata di un bellissimo verdone. Ci sono schizzi di tatuaggi appesi ovunque e tenuti in cornici, sul bancone rosso sono impilati tre grossi raccoglitori e vicino alla vetrata invece sono posizionati dei divanetti in pelle marrone.
Se si attraversa un arco a sinistra ci si ritrova in uno spazio più piccolo con tre lettini, altrettanti sgabelli e due divisori, oltre a cassettiere in metallo contenenti oggetti per tatuaggi e piercing.
-Ammetto che ti credevo una persona fortemente disordinata-
-Se fossi una persona “fortemente disordinata” non sarei uno dei migliori tatuatori della città-
Guardo il suo sorrisetto arrogante per poi posare lo sguardo su uno dei lettini in pelle nera lucida: passo una mano sul tessuto sentendolo freddo e liscio al tatto.
-Ti piacciono i tatuaggi? - si avvicina un po’ di più a me.
Mi limito ad annuire silenziosamente.
-Ne hai? -
Alzo gli occhi al cielo irritata dalle sue domande.
-Sì, pochi-
-Me li fai vedere? -
-No- corrugo la fronte e stacco i miei polpastrelli dal cuoio sintetico -dovrei levarmi il maglione ma non ho il reggiseno, non vorrei essere denunciata per sventolamento di tette-
Rido ironica e lui con me, per poi piegare la testa di lato e trafiggermi con il suo sguardo bicolore.
Odio quando fa così.
-Ok, ok- alzo le mani in segno di resa -ma non chiedermi i significati se non voglio dirteli io- gli punto il dito contro sfiorandoli il petto.
-Sia mai, non vorrei subirmi una cazziata in italiano con tanto di “fanculo” o come si dice-
Mi abbasso leggermente la scollatura del maglione e gli mostro il primo, posto all’altezza della clavicola sinistra: si tratta di una piccola zebra stilizzata che si abbevera ad una macchiolina di vernice rossa sotto un acero, anch’esso semi stilizzato e con le foglie rosse.
Lo tocca leggermente e la mia pelle freme visibilmente, portando tutti i muscoli ad una contrazione momentanea.
-Posso chiederti cosa significa? -
-È la simbologia del mio nome: la zebra è il mio animale, nella simbologia rappresenta la dualità, l’equilibrio fra luce ed ombra che se raggiunto ti porta al successo. Il rosso è il colore sempre legato al mio nome: stimola la creatività e l’autoconservazione. L’acero è l’albero totem ed in Giappone ha il significato di rinnovamento, cambiamento e distacco dal passato-
La mia voce è flebile e proprio mentre parlo mi rendo contro di non averli mai spiegati ad alta voce: neppure a Davide.
-Ti vorrei chiedere di andare più a fondo ma ho paura di farti incazzare-
Trattengo una risata mentre il suo sguardo brucia sui miei capelli.
Mi tolgo una scarpa ed il calzino, mostrandoli la piccola piuma stilizzata intrappolata da un sasso che le grava sul rachide.
-La piuma di Ra- esordisce lui sorridendo ma poi il suo sorrido scompare e forse capisco che ha intuito il significato di questo tatuaggio.
Lo guardo dritto negli occhi e decido di evitare di espormi più di quanto io non stia facendo già.
Mi slaccio la cintura dai jeans e abbasso leggermente l’orlo del pantalone, per mostrargli il tatuaggio disegnato vicino all’osso del bacino: la molecola che stimola la paura unita alla molecola dell’adrenalina.
-Che molecole sono? - mi chiede percorrendo con il dito le sottili tracce di inchiostro nero.
-Una è l’adrenalina, l’altra non te lo dico così, dato che sei molto curioso ti farai una bella ricerca su internet-
Forse il mio tono esce puntiglioso ma lui sorride lo stesso e, senza avvisarmi, scatta una foto al tatuaggio.
-Che stai facendo?! -
-L’hai detto tu che sono una persona curiosa! -
Desisto dal ribattere, per quanto conosco questo ragazzo ho capito che è una testa di legno.
Mi levo il maglione, senza sfilarlo dalle maniche ma solamente scoprendo l’intera schiena.
Sento il suo dito sulla scapola destra, il punto in cui sono scritte, in piccolo ed in carattere macchina da scrivere, “I, NL, BR”.
-Italia, Olanda, Brasile: le tue origini giusto? -
Annuisco silenziosamente con un cenno della testa.
Gli indico il tatuaggio disegnato sul lato del costato, poco sotto il seno, raffigurante una lucertola stilizzata con la coda staccata.
-Questo non riesco a capirlo: perché senza coda? -
Mando giù un pesante groppo di saliva.
-Mi è stata rubata una cosa che faceva parte di me-
-La coda delle lucertole poi si rigenera, ciò che dici che ti hanno rubato ti può essere ridata? –
-Non lo so- la voce esce rauca e bassa, me la schiarisco.
Il suo dito scorre fino al collo, soffermandosi sul punto in cui è presente un piccolo occhio.
-Protezione da parte di chi? -
Il mix di silenzio e domande rende l’atmosfera intorno a noi pesante; il mio cuore ormai batte talmente forte che non lo sento nemmeno più, i miei muscoli sono rigidi e contratti pronti a scattare al minimo segnale di pericolo. Elias pronuncia brevi domande, quasi come fosse un automa, non cerca come al solito di approfondire e si accontenta di qualsiasi risposta che gli fornisco, forse perché per la prima volta gli sto raccontando cose vere e questo lui lo percepisce.
-Una persona che mi era cara- mi limito a dire, non voglio che sappia del mio passato.
La sua mano continua con leggerezza il suo viaggio, scendendo lungo la spina dorsale.
-L’albero della vita: per i celti gli alberi erano gli antenati degli uomini, capaci di curare l’animo e di collegare vivi con morti, terra con il cielo-
Scende ancora lungo le vertebre e tiro un sospiro di sollievo, grata del suo silenzio.
-La Triquetra è sempre celtica ed è simbolo di triplicità: nascita, vita, morte o passato, presente, futuro…-
Scende ancora incastrando il suo dito sull’ultimo simbolo.
-Per i celti la triscele significava dinamicità: una spirale rappresenta la determinazione, una invece la determinazione nel migliorarsi e la terza rappresenta la volontà di superare le avversità-
Sono seduta su questo lettino, con le gambe a penzoloni, da pochi minuti ma sembra che siano passate anche ore: mi sento come catapultata in un’altra dimensione, come se la porta del negozio avesse chiuso all’esterno tutto il mondo, lasciando noi due, nel buio del pomeriggio, galleggiare in questo silenzio attutendo ogni singolo suono esterno, come se fossimo sott’acqua.
Il suo polpastrello si stacca dalla mia spina dorsale e soffoco un lieve gemito, come se il mio corpo involontariamente non volesse che quel contatto così leggero, quasi impercettibile, finisse. Indosso completamente il maglione, andando a coprire la schiena nuda ed infreddolita e mi raddrizzo con la schiena.
Sento le sue mani appoggiarsi sul lettino, ai lati delle mie gambe, ed il suo corpo si spinge in avanti, incurvandosi ed andando a sovrastare la mia figura, avvicinando poi le labbra al mio orecchio sinistro.
Sento che sta superando il limite, proprio come l’altra sera, ma stringo i pugni conficcando le unghie nel tessuto liscio obbligandomi a mantenere il controllo, a non chiudermi in me stessa e a non perdere il contatto con la realtà, permettendo alla mente di aprire quella porta del mio recente passato. Mi obbligo a tutto ciò perché devo fare capire a questo ragazzo di essere fuori strada con me e anche se temo che abbia un intuito empatico piuttosto forte, voglio dimostrargli che io non ho paura delle persone. Dentro di me, in verità, l’ansia e la paura mi stanno completamente consumando.
-Visto? Non è così terribile se violo la tua sfera personale, No? -
Si allontana da me ed io boccheggio come se fossi appena riemersa, in cerca di ossigeno; sbatto più volte le palpebre e sospiro silenziosamente.
-Andiamo, devo chiudere-
Il suo cambio di tono, più alto e deciso, mi risveglia completamente dal mio stato di trans facendomi raddrizzare la schiena e saltare giù da dove ero seduta.
Lo guardo mentre chiude abbassa la serranda del negozio, tenendo girata la chiave in una serratura: faccio scorrere lo sguardo sul profilo silenzioso del suo volto, accorgendomi di quanto siano dolci e giovanili i suoi tratti non ostante i suoi venticinque anni d’età. Mi pareva il banale ragazzo sbruffone, dalla lingua biforcuta, reso ancora più dura dai piercing e dai tatuaggi che sbucano dai suoi indumenti; lui però non è temibile. È tranquillo, silenzioso, è un artista e non sembra voler ricoprire il ruolo da cattivo ragazzo che gli attribuisce la società per via del suo aspetto.
-Che c’è? -
La sua fronte si contrae andando a formare piccole rughe d’espressione.
-Nulla- dico di sfuggita scappando con lo sguardo dal suo volto.
Ci incamminiamo verso casa con una sigaretta in una mano e trascinando appresso la bici con l’altra.
Il cielo è totalmente buio e le temperature si sono abbassate rispetto al giorno. Attraversiamo in silenzio la piazza illuminata, camminando lentamente come se ad entrambi va di passeggiare e di prendersela con calma.
-Simboli- pronuncia molto lievemente, come se stesse parlando più a sé stesso che a me.
-In che senso? - balbetto timidamente.
Lui si volta verso di me come se si fosse quasi dimenticato della mia presenza.
-Tu dai al tatuaggio il valore di simbolo: ne hai un po’, tutti disegnati dalla stessa mano, penso dalla tua e fatti dallo stesso tatuatore. Sono sparsi e sembrano quasi essere stati tatuati in punti ben precisi e non a caso; inoltre sono tutti piccoli e semplici e prediligi il colore nero, a parte il primo che mi hai fatto vedere che ha anche del rosso- ha lo sguardo fisso davanti ha se e si porta lentamente la sigaretta alle labbra -ognuno attribuisce una funzione diversa al tatuaggio: per me sono lavoro, gli do un significato artistico perché vedo la mia pelle e quella degli altri come delle tele su cui posso esprimere la mia arte. La semplicità dei tuoi non esprime sicuramente la tua artisticità ma sono complessi a livello significativo, raccontano in modo ermetico di te, esprimono di nascosto il tuo essere: per te i tatuaggi sono simboli-
Mi volto verso di lui confusa da quel suo monologo che sembra ancora rivolto a sé stesso anziché a me; non ho mai riflettuto sulla visione di questo tipo di arte, mi sono andata a tatuare sempre in momenti in cui dovevo sfogarmi, come se il dolore dell’ago potesse in qualche modo contribuire ad anestetizzare il dolore psicologico e fisico. Se devo essere sincera non ho nemmeno mai approfondito questa pratica: non l’ho mai sentita mia così come lui.
Mi limito a guardarlo senza controbattere per il semplice motivo che non ho parole a riguardo e non voglio toccare il suo ragionamento così interiore e profondo. Riesco solamente a convincermi maggiormente che questo ragazzo al il dono dell’empatia, anche se questo è pericoloso.
Continuiamo a camminare silenziosamente e dopo una ventina di minuti imbocchiamo Phoenixstraat.
-Mi piacerebbe vedere i tuoi disegni, un giorno- penso ad alta voce mentre appendo la bici al gancio.
Maledico mentalmente la mia stupida bocca che in ventitré anni non ha ancora imparato a collegarsi con il cervello.
-Vieni su da me ora- si slaccia la giacca e il rumore della zip rimbomba leggermente.
-Oh, io non int…-
-Dai su, prima non ti ho mangiata e non lo farò neppure ora-
-Io non ho paura che tu mi possa mang…-
-Sì, sì, muoviti-
Mi interrompe per la seconda volta ed inizia a salire le scale.
Alzo gli occhi al cielo e lo seguo, rimettendomi le chiavi nella tasca della giacca.
Il suo appartamento è praticamente uguale al mio, leggermente più grande, meglio arredato ed ordinato: mi aspettavo birre buttate a terra, posa ceneri pieni, puzza di testosterone e non so neanch’io cos’altro. Invece nulla, è un semplice appartamento che profuma di marjuana e muschio, lo stesso odore che porta sui vestiti e che percepisco quando mi è vicino.
Poggio la borsa a terra, vicino alla porta ed appendo la giacca ad un porta abiti in legno da muro.
-Ti va una birra? - chiede sbucando da dietro l’anta del frigo aperto con due bottiglie.
-Sì certo, grazie- balbetto a sottovoce tirandomi le maniche del maglione fino a far scomparire al loro interno le mie mani congelate.
Ci sediamo sul divano, estremamente comodo, e mentre lui recupera i suoi faldoni io rollo velocemente una canna.
-Ecco qua- sorride porgendomi un raccoglitore nero gonfio e tenuto chiuso da un elastico.
Lo apro e ne rimango meravigliata: si tratta di disegni principalmente a graffite e a penna china, sono perfettamente accurati e senza cancellature o sbavature. Il suo tratto è molto più duro e deciso rispetto al mio, più sfaldato e grossolano. I miei disegni, a matita o pastello o pittura, tendono all’astratto e sono imprecisi poiché dettati dalla volontà di sfogo. I suoi sono così attenti al dettaglio e sento che mi risucchiano al loro interno, che tentano di farmi disconnettere dal reale per farmi perdere all’interno di uno di loro.
Percorro le loro linee posando le dita sulla liscia superficie trasparente delle cartellette che proteggono i singoli fogli.
-Sono davvero…- mi rendo conto di non riuscire a trovare una parola adatta -wow- sussurro lievemente non distaccando gli occhi dal disegno che ho davanti.
-Ti piacciono? -
Sollevo lo sguardo su di lui e poso gli occhi sul suo timido sorriso che porta l’angolo sinistro delle sue labbra a sollevarsi, andando a creare una deliziosa fossetta.
Sbatto velocemente le palpebre e gli porgo una canna, per poi bere un sorso di birra.
-Penso che non ci possano essere persone che non apprezzino questi disegni, sono così… così accurati. Dove hai imparato a disegnare? -
Gli restituisco il raccoglitore che posa sul davanzale interno della finestra che si trova proprio dietro il divano.
-Penso di non aver mai imparato veramente, penso di aver acquisito un mio stile man mano che sono cresciuto. Devo dire che, però, il corso di tatuatore mi abbia estremamente aiutato a migliorare la mia tecnica-
Porto le gambe sul divano, piegandole lateralmente al mio corpo e appoggio la testa al braccio che è saldamente appoggiato sulla testiera.
Parliamo e devo dire che parliamo tanto, non mi accorgo neppure di quanto il suo corpo si sia avvicinato al mio, del suo sguardo fisso sul mio volto e sono talmente coinvolta nel dialogo e nell’esprimere le mie preferenze che il mio cervello non si spegne neanche una volta, rimango sempre connessa e percepisco ogni singola sua parola.
-Ci vuole qualche disegno per far rilassare il tuo corpo? - inclina la testa di lato.
Beve un sorso dalla bottiglia mezza vuota e le sue labbra diventano lucide, bagnate lievemente dalla birra che provvede ad eliminare leccandosi il labbro inferiore.
Deglutisco.
-Sì, penso di sì- è l’unica cosa che esce dalla mia bocca, debole e forse quasi inudibile.
Mi passa nuovamente la canna ed io provvedo a inspirare profondamente un lungo tiro, agitata ed entrando improvvisamente in stato di allerta.
-Ed ora ritorni tesa come una corda di violino- scuote la testa sorridendo.
-Che cosa? - percepisco dopo la traduzione di quelle parole -non sono tesa-
Incrocio le braccia al petto ed in effetti i miei muscoli sono tutti contratti ma perché sto iniziando ad arrabbiarmi.
Allunga un braccio verso di me e mi tasta improvvisamente un braccio, facendomi sussultare.
-Per quanti muscoli tu possa contrarre, ovviamente-
-Ehi! - gli tiro in faccia il primo cuscino che mi capita a portata di mano -Devi criticarmi anche i muscoli? -
La sua risata si attenua gradualmente e si posiziona dietro alla schiena il cuscino che ha preso al volo.
-Non ti ho mai criticato nulla, Maya-
-Ah no? - trattengo una risata.
-No- dice lui diventando più serio.
Si piega con il busto verso di me avvicinandosi pericolosamente.
Alzo gli occhi al cielo.
-Ecco l’unica critica che ti faccio è che alzi gli occhi al cielo troppo spesso per i miei gusti-
-Ah sì? Per i tuoi gusti? - incrocio le braccia al petto ed inarco le sopracciglia.
È un attimo: le sue mani sui miei fianchi ed io che finisco sulle sue gambe, con le ginocchia che si infossano sul divano.
Troppo veloce e troppo contatto.
Chiudo d’istinto gli occhi sentendo la mia mente iniziare ad evadere perché quando lui faceva così la mia anima capiva che era il momento di abbandonare il corpo per evitare di sentire il suo tocco, la sua penetrazione ed il dolore che tutto ciò ne derivava.
-Maya- la sua voce flebile ma decisa mi obbliga a rimanere incatenata a me stessa.
Il tocco sui miei fianchi diminuisce diventando leggero ed impercettibile.
Apro gli occhi e mi trovo catapultata nel suo giallo e nel suo grigio, trattengo un gemito dettato dalla paura.
-Non so che ti sia successo ma vedi? Siamo molto vicini e non ti è successo nulla- sussurra continuando a guardarmi intensamente.
Non mi sta succedendo nulla da fuori ma se lui potesse vedere cosa stia accadendo qui dentro… diamine, io non ho bisogno di questo, non ho bisogno di contatto ed occhi puntati sui miei, fissi come se si stessero nutrendo della paura che rispecchio.
Boccheggio lievemente cercando di capire le mie emozioni, le mie sensazioni perché non c’è solo paura e voglia di scappare: c’è qualcosa di nuovo che sento, che è quasi piacevole ma il non poterne dare una descrizione contribuisce ad aumentare il mio terrore.
Preme la sua fronte contro la mia ed inspira chiudendo gli occhi.
Che cosa prova lui? Perché lo sta facendo? Perché non sento dolore? Ma soprattutto perché sono ancora connessa al mio corpo, teso e sul punto di esplodere.
Il suo respiro si fonde con il mio ed una sensazione strana mi pervade: è come se il mio respiro si stia collegando con il suo, stesso ritmo e stessa profondità. Sembra di fare un esercizio di respirazione, il che è abbastanza buffo ma più mi rendo conto di ciò più il panico sale, poiché la mia mente non ammette cambiamenti improvvisi.
A salvarmi è un cellulare: non è il mio ma il suo.
Lui si stacca ed apre gli occhi, scrutando il mio volto per vedere la mia reazione e la mia espressione.
-Io devo andare- sussurro senza fiato.
-Resta-
-No, io…- cerco di rimanere controllata e mi alzo dal suo corpo, cercando di non cadere e rimanere in equilibrio in piedi -devo andare-
Non ho il coraggio di guardarlo in volto ed indietreggio velocemente. Lui si alza e sorride lievemente mandandomi ancora più in confusione.
-Smettila- dico agitata afferrando la giacca e poi la borsa.
-Maya- cerca di avvicinarsi ed io stupidamente glielo permetto.
-Non pronunciare il mio nome-
Il telefono continua a squillare ma lui sembra ignorare completamente la cosa.
-Ti ci è voluto così poco ad aprirti. L’unico freno a te stessa sei tu-
-Cos’è è colpa mia pure questo? - alzo la voce innervosita.
-No- corruga la fronte spaesato -niente del tuo comportamento è una tua colpa, ma ti imponi dei blocchi che non ti fanno bene-
-Ma chi sei per parlare di me in questo modo, di presupporre cose su nessuna base solida poiché mi conosci da soli quattro fottuti giorni- abbasso la maniglia -e rispondi a quel cazzo di cellulare-
Esco sbattendomi la porta alle spalle e corro di sopra con la speranza di non incontrare Inge.