-È stata una settimana orribile- posa due tazze di tè allungato con il whiskey sul piccolo tavolino di legno grezzo -E’ come se la mia mente avesse detto “Inge, me ne vado in vacanza, arrivederci”-
Trattengo una risata alla sua imitazione vocale.
Ormai sono già due settimane e qualche giorno che ho abbandonato la mia vecchia vita e che vivo qui: il tempo è volato anche se una parte di me è ancora legata alla mia città natale.
-È per un nuovo testo? -
Entrambe le mie mani avvolgono la calda tazza in ceramica beige, fremendo per la sensazione di sollievo e di piacere.
-Entro la fine del mese devo consegnare una nuova sceneggiatura e non ho la più pallida idea di cosa buttare giù: la mia mano è bloccata e la mia fantasia vorrei tanto capire che diamine di fine abbia fatto- sbuffa sonoramente.
-Potresti chiedere ad Axel è pure lui uno scrittore, magari ha qualche idea-
-Non lo so, non mi va di chiedergli aiuto: è il mio lavoro da due anni e non voglio far vedere che faccio schifo. Avrei dovuto ascoltare mia madre, cavolo! Mi aveva avvisata che lavorare per il teatro era da pazzi e che non avrei ottenuto nulla-
Guardo i suoi occhi verdi afflitti, fissi sulla superficie del tavolo mentre con una mano mischia incessantemente la bevanda calda.
-Sai, secondo Mallarmé, l’opera poetica è miracolosa come la creazione. Questo perché durante il suo percorso, l’autore può andare incontro a quello che ha definito “la pagina bianca”: non riuscirà a scrivere e a rappresentare il bello, sarà come bloccato, ma quando poi questo stallo viene superato, la sua opera sarà frutto di un profondo ragionamento e di una profonda analisi interiore che la avvicinerà alla creazione di Dio-
Bevo un sorso e il mio petto si riscalda non appena il tè scorre giù dalla mia gola.
-Mi sembra una cosa molto religiosa- corruccia il viso.
-Quello è ciò che diceva lui. Lascia perdere Dio e non Dio, ma vedi questo blocco come qualcosa di positivo che poi potrai sfruttare al meglio e stendere un testo teatrale magnifico-
I suoi occhi si illuminano e raddrizza la schiena sorridendo.
-Te sei un’amica fantastica! - finisce velocemente la sua tazza e si alza, facendo stridere la sedia sul pavimento -Devo cercare l’ispirazione giusta e… ti dispiace se vado? -
-Assolutamente no, anzi in bocca al lupo! -
-In bocca al lupo? -
-In Italia “buona fortuna” porta sfortuna e quindi usiamo questa espressione- ogni tanto mi scordo di non vivere più in quel paese.
-E come si risponde? -
-Viva il lupo-.
-Oh, allora viva il lupo! - urla con una pronuncia italiana sbilenca e mi abbraccia.
Scuoto la testa e sorrido guardandola correre verso l’uscita.
Dalla tracolla afferro il mio blocco da disegno ed una matita graffite.
-Che le hai detto? -
Jasper si avvicina e si siede al posto di Inge, buttandosi uno straccio sulla spalla.
-Qualcosa che forse le ha fatto ritornare la voglia di scrivere-
Non alzo gli occhi dalla graffite che sporca il foglio ruvido, producendo quel suono così confortevole e rilassante.
-Stasera c’è una festa a casa di Nash, ci sarai vero? -
Alzo per qualche secondo gli occhi su di lui e gli sorrido: caro Jasper, odio le feste, odio trovarmi in spazi piccoli con tanta gente, gente che non conosco, con il rischio di poter esplodere ed avere un attacco di panico al minimo tocco involontario.
-Sarò dei vostri- sorrido tirata, cercando di farlo diventare il più vero possibile.
-Ci avrei contato- si alza e sistema la sedia sotto il tavolo -allora ci vediamo là. Ora vado a fare un po’ di spesa che ho il frigo vuoto-
Lo saluto con un silenzioso sorriso e ritorno al mio disegno. Nel locale aleggia un rilassante pezzo di musica classica, accompagnato dal rumore di tazze e della macchina del caffè; mi guardo intorno, con la tazza all’altezza delle labbra ed osservo per qualche minuto fuori dalla grande vetrata che incornicia un pezzo di strada e il canale. Spalanco gli occhi appena vedo la figura goffa di Elias piegata, intenta a legare la bici ad un palo.
Non ho visto quel ragazzo per tutta la settimana, ho cercato di evitarlo in qualsiasi modo: dopo quel lunedì ho sentito di avergli mostrato troppo di me stessa, i miei tatuaggi, il mio corpo e gli ho permesso di avvicinarsi invadendo il mio confine personale. Per quelle poche volte che mi sono trovata da sola con quel ragazzo mi sono trovata bene, stranamente bene ad essere sinceri, ma il problema avviene dopo quando torno ad essere da sola e mi sento così in colpa e sporca di avergli fatto intravedere che sono una persona debole.
-Maya-
Salto sulla sedia, imprecando in italiano vedendo gocce di tè sporcarmi i pantaloni e finire su un angolo del foglio.
-Sei un coglione- lo insulto posando bruscamente la tazza sul tavolo.
-Ciao anche a te-
Sorride beffardo e tira fuori la sedia da sotto il tavolo.
-Che cosa vuoi? -
-Incazzata come sempre? -
Alzo gli occhi al cielo ed afferro nuovamente la matita: non so perché sono arrabbiata con lui, non so neppure se lo sono.
-Ok- poso nuovamente la matita sul tavolo, non appena lo sento sedersi davanti a me -Hai intenzione di rimanere qui? -
-Non va bene? -
-No, mi irriti- mi accendo una sigaretta nervosamente e sbatto sul tavolo l’accendino.
-E perché ti irrito? -
Lo guardo in volto, corrucciato in una smorfia divertita, scompostamente seduto sulla sedia tenendo le gambe, fasciate da un paio di cargo neri, divaricate, con il piede che va a sfiorare il mio.
È dannatamente bello ma è anche dannatamente irritante.
-Perché ti sei seduto e te ne stai in silenzio a fissarmi e a gettarmi addosso il tuo fumo-
-Pure te stai fumando- futile dettaglio -e poi ti lamenti sempre che parlo e faccio domande…-
Sbuffo e scuoto la testa ma non riesco a trattenere un sorriso.
-Che c’è? - chiede ridendo.
-Smettila- il mio sorriso si allarga e i miei occhi si immergono nei suoi, rimanendo rapiti come ogni volta che puntano su quelle iridi bicromie, fredde e calde.
-Non ho fatto e detto nulla questa volta-
Si passa la lingua sul piercing ad anello posto all’angolo destro del labbro: lo fa in modo lento e quasi sensuale, facendolo passare come un gesto spontaneo anche se il suo sguardo sembra quasi intendere che invece è voluto. Non so perché ne rimango ammaliata, se ci pensiamo è solo una lingua che lucida un piercing.
-Sei… sei…- non mi viene in mente la parola giusta per descriverlo -dannatamente tu-
-Oh grazie- posa un gomito sullo schienale della sedia di legno -temevo di non saperlo-
Come risposta gli tiro in faccia il fazzolettino appallottola che ho usato per ripulire dal mio blocco le gocce di tè.
Scoppia a ridere: una bellissima risata, silenziosa e che porta gli occhi a socchiudersi, formando delle tenui rughette d’espressione.
E’ davvero strano che io faccia pensieri del genere.
Davvero strano.
-Mi devi un’uscita-
-Scordatelo-
-Dai, me lo devi-
-Non ti devo un bel nulla io- corruccio il viso spaesata.
-Sì, ti ho fatto ridere- si alza dalla sedia -ci vediamo stasera, Bijtje-
Che cosa? Bijtje?
-Ehi, ma che vuol dire? -
Mi saluta alzando una mano e continuando a camminare verso l’uscita, senza voltarsi e senza rispondere.
Dio, quel ragazzo mi farà impazzire: impazzire nel senso che mi farà uscire di testa per il nervoso e per la sua cazzo di sensualità in ogni stupido gesto che compie, con quel dannato sogghigno spavaldo e divertito.
Resto tutta la mattinata a buttare giù schizzi sul blocco da disegno, completamente assorta nei miei pensieri che stranamente sono tranquilli.
Di pomeriggio faccio un giro a Vondelpark, tanto consigliato da una guida turistica della città, che ho comprato ieri dopo il lavoro.
Insomma, passo un tranquillo sabato ad osservare le meraviglie che questa città mi offre e che troppe persone purtroppo ignorano.
Il microonde suona tre volte. Incastro la canna fra le labbra secche per tirare fuori il piatto di vetro trasparente: due piccoli tortini di patate e porri, con contorno di peperoni cotti.
Sì, un piatto triste ma non ho mai trovato sensato cucinare e sporcare padelle e pentole quando l’unica che si siederà al tavolo sono io. Mangio con tranquillità, alternando bocconi con sorsi di vino rosso e con qualche tiro di buona erba.
Finito il piatto mi sposto sul divano continuando a bere e fumare, senza preoccupazioni e senza nessuno che mi disturbi.
Solo io, la tv, la coperta, il vino e una canna mezza consumata.
-Sei pronta?! -
Sobbalzo ed il vino supera il bordo del bicchiere andando a sporcare i pantaloni.
Di nuovo.
-Cazzo-
Il pensiero si proietta subito a questa mattina, quando Elias ha deciso di farmi morire d’infarto e di farmi sporcare i pantaloni, ma poi inizio a maledire mentalmente la rossa che ha appena fatto irruzione in casa mia.
-Non si usa più bussare? -
-Dovresti chiudere la porta- sorride sbattendo le sue palpebre perfettamente truccate.
Indossa un cappotto marrone lungo che nasconde un tubino di lana nero, spezzato a livello della vita da una cintura in cuoio con la fibbia brillantata.
E’ particolarmente bella e soprattutto è particolarmente in tiro: come mai è qui?
-Cavolo, Maya! Sei ancora vestita così?! - mi strappa il bicchiere di mano e ruba gli ultimi due tiri dello spinello.
-Che c’è mi sto godendo il post cena-
-Post cena? Sono le nove e quarantacinque! E mezz’ora fa è iniziata la festa da Nash- spegne il mozzicone nel posacenere sul tavolo -Alza il tuo culo e vatti a cambiare-
-Da quando le feste iniziano alle nove? - corrugo la fronte e mi avvio verso il bagno con calma.
-Da quando si cena alle nove? -
Mi lavo il volto ed i denti.
-Da tipo sempre? -
Mi levo la tuta sporca di vino e la getto sul cumulo di vestiti, che prima o poi dovrò lavare, e strascico i piedi verso la vecchia cassettiera in camera mia.
-Tesoro, qui al nord ceniamo alle diciotto- si appoggia allo stipite della porta senza porta, portandosi alle labbra una sigaretta.
Alle diciotto? Ecco perché si finisce di lavorare così presto.
Penso che non riuscirò mai ad abituarmi a mangiare così presto: in Italia cenavo alle nove e quando mi incontravo la sera con i ragazzi del quartiere l’orario del ritrovo era sempre dalle dieci e mezza in poi. Non sono mai stata ad una festa che inizia alle nove.
Dal cassettone cerco di trovare qualcosa adatto ad una festa che non siano jeans larghi e maglioni enormi: indosso dei collant 20 DEN, una minigonna a tubino nera ed un maglioncino di lana color acqua marina.
Mi cambio con disinvoltura sotto gli occhi della mia vicina, che blatera cose che però entrano nelle mie orecchie ma che il cervello non riesce proprio ad elaborare.
Sopra i collant infilo un paio di calze parigine nere, alte fino a poco sopra il ginocchio, mi trucco con un po’ di matita nera nella parte inferiore interna dell’occhio e mascara, ed indosso i soliti orecchini a cerchio ed anelli.
-Uff, vorrei avere i tuoi capelli, è il tuo colore naturale? -
Attraverso lo specchio la guardo toccarmi da dietro i capelli.
-Non penso che qualcuno possa nascere con delle sfumature rosa- inarco le sopracciglia ed afferro una piccola borsa a tracolla marrone, in cui infilo telefono, portafoglio, i miei ansiolitici e un pacchetto ancora chiuso di sigarette.
-Cretina, intendevo il castano-
Sorrido divertita.
-È il risultato di avere una madre bionda e un padre probabilmente con i capelli neri-
-Beh, è un risultato piuttosto raro dato che il nero domina sul biondo, ma è fantastico! - allunga ogni vocale dell’ultima parola, accompagnandola con un movimento delle mani, che vanno a disegnare due semicerchi nell’aria.
Pedaliamo, tutte ingoffate nelle nostre sciarpe con i volti doloranti ed arrossati per il freddo. Le strade brulicano di gente che passeggia tranquillamente lungo i canali o che siede ai tavolini esterni dei vari locali.
Posa la bici contro il palo, fissandola ad esso, ed io appoggio la mia contro la sua, legandola a mia volta.
Nash abita in una deliziosa soluzione indipendente elevata su un solo piano, con tanto di giardinetto e piante ben curate: non è enorme ma ci vorrei vivere così tanto da quanto è carina.
Chi lo avrebbe mai pensato che un ragazzo sgangherato come lui vivesse in un posto così carino.
-Mio dio, voglio pure io una casa con il giardino- piagnucolo increspando le labbra.
-Sogna tesoro- mi da due pacche sulla spalla.
Proprio come pensavo: c’è molta gente, la musica è al massimo e il mio cuore ha già voglia di fare le bizze.
-Che fine avevate fatto? Sono le dieci e venti-
Axel solleva le braccia in aria e ci guarda con un mega sorriso stampato sul volto.
-L’italiana è ancora un bradipo che deve adattarsi- gli posa un bacio sulle labbra divertite di lui.
-Ehi! L’italiana sa cosa vuol dire “bradipo”- gesticolo in aria -E poi “tutto ciò che è squisito matura lentamente”- incrocio le braccia al petto e sorrido soddisfatta.
-Cos’è una frase che usi per giustificare la tua…particolarità? - chiede Jasper alle mie spalle, provocando una veloce contrazione dei miei muscoli, subito pronti all’attenti.
-La lentezza è un sentimento, è arte, è…-
-Sì, tesoro, andiamo a cercare qualcosa da bere-
Inge mi prende a braccetto e mi trascina verso un tavolo imbandito con numerose bottiglie di alcolici diversi, succhi di frutta e bibite con cui mischiarli, e bicchieri usa e getta biodegradabili.
-Sotto tutti quegli abiti larghi allora nascondi un bel fisichino-
Sorrido allo strano complimento di Nash e gli porgo una guancia che bacia delicatamente mentre sono intenta a riempire il bicchiere di tequila e mischiarla con del succo d’arancia “stranamente bio”.
-Siete fissati con il bio, per caso? - chiedo facendo scoppiare i ragazzi a ridere
Chiacchieriamo, balliamo un po’, fumiamo e riempiamo i nostri bicchieri svariate volte.
Sto bene: niente ansia, niente dolore al petto e niente tremore alla mano destra.
Va tutto bene e me lo ricordo continuamente, facendo profondi e silenziosi sospiri perché non voglio scordarmelo e rovinarmi la serata; mi sento così normale che mi voglio godere questa bellissima sensazione più a lungo possibile prima di ritornare avvolta dalle mie nubi nere.
Mi presentano svariate persone delle quali però non ricordo sinceramente il nome: bisogna dire che alcuni si chiamano in una maniera davvero impronunciabile, con più consonanti che vocali e “h” messe a casaccio, il che non è molto d’aiuto.
-È per questo che penso che la vostra economia sia fallimentare, insomma basta pensare al caso…-
I miei occhi sono fissi sul ragazzo davanti a me, intento a spiegarmi la storia dell’economia italiana. Parla, parla, parla… Dio, quanto parla. In una sua frase capisco tre parole su quindici ma non oso chiedergli di spiegarmi, caso mai ricomincia il suo infinito monologo da capo.
Annuisco come un robot, per fargli intendere che lo sto seguendo ma in verità la mia testa è concentrata a fissargli il brufolo che prorompe sul suo mento; lo fisso talmente tanto che ho paura che mi esploda in faccia.
-Nicholas, ti dispiace se te la rubo un secondo? -
Senza aspettare una risposta da parte del logorroico, una mano mi prende delicatamente il polso e mi trascina lontano da quel ragazzo. Mi irrigidisco, presa alla sprovvista da quella presa, ma appena noto a chi appartiene la mano la mia mente sussurra un “finalmente”.
Finalmente per cosa? Per il fatto che qualcuno mi ha liberata da quel vortice di parole o perché dopo, quasi due ore e mezza, sento finalmente il suo profumo?
-Rubami anche per giorni- dico esausta afferrando il mio giaccone e seguendolo fuori dalla porta.
-Occhio, potrei prenderti in parola-
Lo guardo con un sopracciglio alzato e gli tiro un pugno sul braccio, facendolo ridacchiare.
Attraversiamo la stradina, allontanandoci dal frastuono della festa e ci sediamo per terra, con le gambe a penzoloni sul canale.
-Dio, quello parlava più di te e perché aumentate la velocità se sapete che la persona che vi sta ascoltando non parla la vostra lingua da otto anni! -
Ho come la sensazione di stare parlando da sola.
Mi volto verso di lui e gli guardo le sottili labbra sogghignare beffarde, con una canna appena accesa incastrata fra di essa.
Sento un leggero pizzicore a livello della mia intimità.
Eccitazione? Io respingo i ragazzi, respingo le emozioni nei loro confronti… io non posso sentirmi così solo guardandogli le labbra.
Fortunatamente mi ricordo che l’alcol è un afrodisiaco e con tutto quello che ho bevuto, e che sto ancora bevendo, penso possa essere una buona spiegazione alle sensazioni che pervadono il mio basso ventre.
-Che c’è? - gli domando tornando a guardare i miei piedi sforbiciare nel vuoto.
-C’è che sei diversa stasera-
-Ed in cosa sarei diversa? -
-Sei meno rigida, più spontanea e sei vestita…-
-Quindi di solito io sarei rigida, falsa e vestita di merda? -
Mi giro nuovamente verso di lui ed i nostri sguardi si incastrano come serrature con le loro chiavi.
So che ciò che ha appena detto è vero ma mi dà fastidio il fatto che lo abbia notato che sappia di avere ragione, come al solito.
-Cazzo, no! - aspira a lungo -adoro il tuo stile e poi stasera hai una pronuncia quasi perfetta-
-Su questo dobbiamo dare il merito all’alcol-
Sento il freddo penetrarmi nelle cosce, nel punto in cui sono coperte solamente dai collant neri semi trasparenti, tra la fine delle parigine e l’inizio della gonna. Non dà fastidio, mi abituo presto a quel gelo che si irradia entrando nel sangue e provocando un brivido congelato che scuote leggermente la mia schiena; mi tiene aggrappata al reale, al fatto che sono seduta sul cemento, sul bordo del canale, impedendomi di dissociarmi dal reale.
-Allora, Maya- pronuncia il mio nome lentamente e sogghignando si porta nuovamente il filtro alle labbra, stringendolo delicatamente tra il pollice e l’indice della sua mano destra -Sei una ragazza che socializza allora-
Lo dice come se mi stesse sfottendo, come se neppure lui ci credesse davvero.
-Penso che sia la gente a voler socializzare con me- corruccio il volto.
-Attiri persone un po’ sfigate, non per infierire- si sta riferendo sicuramente a “Mr. Sparo teoria a cazzo sull’economia di altri paesi”.
Allunga il braccio verso di me, porgendomi la canna: nel breve attimo in cui l’afferro fra le dita, le nostre mani si uniscono in un contatto istantaneo ma abbastanza lungo da poter percepire il calore della sua pelle secca sulla mia, rendendomi conto di quanto le mie mani siano gelate.
-Stai dicendo che te e gli altri siete degli sfigati? - aspiro -Perché siete stati voi a farmi entrare nel gruppo e tu mi perseguiti. Non per infierire- gli sbuffo un po’ di fumo in faccia.
Scoppia a ridere ed io lo odio per questo perché quando sorride le sue guance si solcano, presentando due fossette che rendono il volto di questo ragazzo ancora più attraente ed intrigante. Scuote la testa, facendo oscillare le sue ciocche scure che poi tornano a depositarsi sulla sua fronte in modo spettinato.
Posa le mani sui ciottoli della strada e si alza.
-Vieni, andiamo-
Lo guardo dal basso con un’espressione interrogativa impressa sul volto.
-Ho fame- dice con ovvietà -andiamo a mangiare-
-E perché stai slegando la bici? -
-Perché stiamo andando. Dai, su-
Mi alzo pure io, continuando a guardarlo guardinga. Raggiungo la mia bicicletta e faccio scattare il lucchetto, liberandola così da quella di Inge.
-E dove vorresti andare? Sono quasi le due- avvolgo la catena intorno al tubo del sellino, per poi bloccarla nuovamente.
-Siamo ad Amsterdam, Maya. La città dell’erba e come ben sai l’erba provoca la fame chimica: che città dell’erba sarebbe se non avesse posti dove mangiare anche di notte? -
-Ok, ha senso- salgo alla garibaldina -ma smettila di far sembrare tutto così ovvio-
Pedaliamo lungo le piste ciclabili quasi deserte, battibeccandoci continuamente: questo ragazzo è estenuante.
-Devi far mettere dell’olio alla tua catena-
Pure sulla mia catena ha problemi?
-La smetti? - gli tiro un pugno sulla spalla, facendolo sbandare e per poco non mi casca giù -Sei irritante-
-Lo è più questo rumore-
-Oh, ma smettila. È talmente tenue che non si sente-
Improvvisamente mi pento di non aver sperato che si sfracellasse al suolo, lui e la sua bici vintage beige, con la canna alta orizzontale ed il manubrio marrone leggermente ricurvo.
-Non è ver…-
-Cazzo! - mi lamento ad alta voce portandomi una mano alla testa.
Di sbieco lo vedo rallentare ed il suo volto diventa serio, cancellando quel bellissimo sorriso.
-Che ti succede, Maya? - si avvicina di più con la bici, arrivando alla distanza minima prima che le ruote si aggroviglino l’una con l’altra.
-È che- apro le dita, premendo la mano sull’orecchio destro e su parte della nuca -questo rumore è talmente assordante-
Levo la mano dalla testa e mi raddrizzo, per poi guardarla divertita.
-Sei una cogliona- scoppiamo a ridere.
Mollo il manubrio e porto entrambe le mani nelle tasche.
-Smettila, non è divertente- ride -mi sono preoccupato-
Agita un braccio in aria, cercando di essere serio ma senza riuscirci.
-Ma che tesoro- lo sfotto.
Rallentiamo davanti ad una enorme insegna luminosa: “FEBO”.
-Non ci credo- scendo dal sellino e fermo poi la bici -allora esiste davvero-
Di fronte a noi c’è uno spazio, grande come un negozio di piccole dimensioni ma completamente aperto frontalmente, niente muri né vetrate: all’interno le pareti sono completamente coperte da distributori di svariate tipologie di cibo.
Chiudiamo le ruote posteriori delle bici solamente bloccandole con lo Smart Block di cui sono entrambe dotate: tanto ce le abbiamo sempre sott’occhio.
-Ti posso offrire un Cheesburger?- mi chiede ravanando nel portafoglio.
-Se io ti posso offrire una birra-
-Mi sembra un conveniente compromesso mi sorride dolcemente.
Comprato tutto pedaliamo verso una panchina che dà su un canale, dalla quale si può godere della vista di un bellissimo ponte tutto illuminato da luci calde.
Stappo entrambe le bottiglie facendo leva con l’accendino sul tappo. Non appena sento il profumo dei panini il mio stomaco si apre e si contorce per un improvviso attacco di fame.
-Diamine è pure stupendo- gesticolo dopo aver mandato giù il primo boccone.
Caldo, morbido ma non flaccido e terribilmente buono, come se fosse stato comprato ad un classico fast food.
-Avevi dubbi? -
-Certo che ne avevo- bevo un sorso di birra -se provassi i panini dei distributori italiani, i dubbi verrebbero pure a te-
Ridacchia ed io porto i miei occhi sul bellissimo paesaggio che abbiamo di fronte.
Una volta finito di mangiare, appallottolo la carta d’involucro e la getto nel cestino al mio fianco.
-Sai- rompo questo rilassante silenzio, senza pensarci troppo -penso di essermi innamorata di questa città-
Cerco di far scattare l’accendino ma le mie dita sono nuovamente troppo gelate e non riesco ad esercitare la giusta pressione. Ma lui fa come Maarten al mio primo giorno di lavoro, accendendomi lui la sigaretta ancora ben stretta tra le mie labbra screpolate.
-Milano l’adoro, le altre città italiane che ho visto sono stupende, ma Amsterdam… è, è così diversa. La sua architettura, i suoi profumi, la gente e i colori. Forse mi appare così fantastica perché prima d’ora non ero mai andata in un paese straniero e probabilmente tra qualche anno, se sarò ancora qui, diventerà pure per me “normale”; ora ai miei occhi è arte, pura arte-
Non so perché glielo dico, sono talmente affascinata da tutto ciò che mi circonda che non presto neppure io molta attenzione alle mie parole. Sarà forse l’effetto della tequila o della birra o, forse meglio dell’erba, ma il mio corpo è totalmente in pace così come la mia mente, sgombra e priva di pensieri che ruotano interminabili: questo mi succede solo quando guardo un quadro, una scultura, un affresco o una fotografia.
-In ventitré anni non hai mai l’asciato l’Italia neppure per una piccola vacanza? Hai dei genitori restrittivi?-
Come un lampo a ciel sereno, i miei ricordi si catapultano su quel giorno di marzo quando chiesi a lui il permesso di andare in Toscana, per una gita organizzata dal professore di storia dell’arte della mia classe del liceo: avevo diciassette anni e mi sembrava un’esperienza carina ed istruttiva ma per lui era una cosa impensabile che io me ne andassi per sette giorni, ma l’ho fatto: ho falsificato la firma, ho pagato con i soldi che mi ero guadagnata lavorando, ho infilato qualche vestito nello zaino che usavo per andare a scuola e sono uscita dicendo “ho una verifica, vado prima per ripassare con Arianna”. Sette giorni libera dalle sue mani, dal suo odore e dal dolore che mi obbligava a sopportare. Sette giorni di arte, musei, chiese e divertimento con i miei compagni di classe. Sette giorni destinati a finire e quando sono scesa dal pullman l’ho visto sorridere falsamente al prof, mentre gli stringeva la mano in segno di ringraziamento; appena ho chiuso la portiera della macchina ha iniziato ad urlare così forte che temevo spaccasse i finestrini, con le mani strette al volante, dal quale si staccavano solamente per tirare forti pugni su di esso o sul cruscotto davanti a me, per obbligarmi a guardarlo in faccia mentre i miei occhi volevano solamente fissare le goccioline di pioggia rigare il vetro del finestrino. Il peggio è arrivato però a casa, dove ormai, dopo la mancanza di mia madre, era diventata un inferno anche nelle ore diurne. Mi diede della ladra poiché gli avevo rubato i soldi e dell’egoista poiché io andavo a divertirmi a sue spese mentre lui si spaccava la schiena in ufficio per sfamarmi: lo sapeva benissimo che nulla di tutto ciò era vero, aveva solo bisogno di un pretesto per ricordarmi per l’ennesima volta quanto fossi un peso e di quanto mia madre fosse fortunata a non dover sopportare più la mia persona. Mi ricordo ancora il rumore della chiave che gira, chiudendo la porta, e la sua mano che subito dopo afferra i miei capelli, tirandoli così tanto da rimanere con delle ciocche in mano. Mi menò e quando la sua frustrazione raggiunse l’apice, l’apice dell’odio, della rabbia e dell’eccitazione, mi premette la faccia sulle fredde mattonelle per poi violare il mio corpo. Nonostante tutto ciò succedesse da anni, da quando io e mia madre ci trasferimmo da lui, mi faceva ancora così male, mi ha fatto così male anche fino a qualche giorno fa: un male fisico, un male mentale irremovibile, destinato a marcare in modo indelebile la mia salute mentale. Il mio corpo per lui non era altro che un’oggetto di sfogo: non provava una sorta di malsano amore incestuoso, lui mi odiava al punto tale da portare il mio corpo a toccare la paura di morire con un dito, per poi buttarlo sul materasso del mio letto, come si getta una cartaccia nella pattumiera. Lui mi ha odiata dal primo giorno in cui mi ha vista, ma non lo faceva vedere poiché mia madre se ne sarebbe accorta e poi i bambini parlano, sarebbe stato troppo rischioso: era più facile entrare la sera nella mia stanza, propormi di giocare a nascondino, vincere ed obbligarmi a tutto ciò che voleva, spacciandolo come un gioco che però bisognava tenere segreto perché la mamma era stanca e triste ed una bambina, che dopo poco sarebbe entrata nella pubertà, l’ultima cosa che vuole, è ferire ulteriormente sua madre.
Mia mamma mi voleva bene e poteva dirmi qualsiasi cosa ma lei mi amava e se solo avesse saputo avrebbe fatto qualsiasi cosa, ma io sono ancora convinta che invece avrebbe solamente accelerato la sua morte.
Un ricordo come un fulmine a ciel sereno: arriva, si mostra, ferisce e scompare. Tutto ciò dura solo qualche istante, istante che passo in silenzio con la sigaretta a mezz’aria, ma che nella mia testa è lungo quanto tutta quella giornata.
Appena il ricordo se ne va, sbatto tre volte le ciglia, soffoco un gemito e boccheggio cercando di prendere abbastanza ossigeno. Avvicino velocemente la sigaretta alla bocca e aspiro.
-Qualcosa del genere- è la mia riposta alla sua domanda, frettolosa e distaccata.