Capitolo 3
Loïc, dieci anni
«Nelle storie, le sbarre tenevano imprigionato il cattivo, ma sto pregando affinché mi proteggano, che tengano lontano il più cattivo di tutti.»
Loïc Berkeley
New Hope, Mississippi
Vedo, vedo... parquet scrostato, batuffoli di polvere e una crepa che corre lungo la credenza: tre cose banali che calmano il mio cuore martellante. Non mi trovo in una bella situazione. In realtà, non so come potrebbe andare peggio, ma so di dover continuare a combattere finché loro non arriveranno.
Arriveranno.
Me lo ripeto da 1.029 giorni. Sono in questo posto terrificante da quasi tre anni. Cerco con tutte le mie forze di essere paziente, di aspettare... ma è difficile e ogni giorno mi fa paura.
Arriveranno presto.
Fino a quel momento, continuerò a giocare. Non so perché, ma mi aiuta, mi ricorda mio padre e mi dà forza. Ma non è solo per questo; credo che mi costringa a concentrarmi su qualcosa che non mi farà del male. Molte cose della mia vita non dipendono da me, e non sapere cosa succederà mi fa stare male.
Non posso fare nulla per la crepa che corre lungo lo sportello della credenza in truciolato, ma fissarla mi distrae dall’altra cosa nella stanza che mi farà del male.
I batuffoli di polvere sono innocui, anche se credo che respirandoli potrebbero darmi problemi. Ma l’uomo in piedi, accanto ai cumuli di polvere e capelli, con i suoi stivali da lavoro, sporchi, non lo è affatto.
Il mio nascondiglio è in cucina, sotto il tavolino pieghevole. Chiudo gli occhi e mi immagino me stesso mentre scuoto la testa. Non la scelta migliore. Però, non mi azzardo a muovermi; ho troppa paura.
È talmente accecato dalla rabbia che non mi ha ancora visto, e, se sarò molto fortunato, potrebbe non notarmi affatto.
Per favore, fa’ che non mi veda. Lo ripeto all’infinito nella mia testa, prego... ma non so chi.
Con cautela apro le palpebre e vedo i suoi stivali di pelle rovinati. Prima erano marroni, ora sono talmente incrostati di fango e sporcizia che sembrano grigio scuro. Dà le spalle al tavolo. Sento il rumore familiare degli sportelli della credenza che vengono aperti e richiusi con violenza. Sento il rumore di un liquido che cade nel bicchiere. Se lo scola tutto d’un fiato, espira e se ne versa un altro. Bestemmia, inveisce, farnetica per qualcosa che non capisco. Stasera è molto arrabbiato.
Mi stringo nelle spalle e avvicino ancora di più le gambe contro il corpo. Più piccolo mi faccio, più probabilità ci sono che non mi veda. Sparirei se potessi. Vorrei fosse possibile.
Come sempre, continuo a fare l’inventario di ciò che mi circonda. Le sedie pieghevoli di metallo arrugginito che sono intorno al tavolo mi bloccano la visuale; mi ricordano le sbarre delle storie che mio padre mi leggeva tanto tempo fa, su cowboy, indiani, pirati ed esploratori. Adoravo le voci che faceva quando me le raccontava. In particolare, mi piaceva la voce che usava per il cattivo. Dava il meglio di sé in quei momenti. Spessissimo il cattivo finiva dietro le sbarre, che erano simili alle gambe di queste sedie arrugginite. Nelle storie, le sbarre tenevano l’uomo imprigionato, ma io sto pregando affinché mi proteggano e tengano lontano il più cattivo di tutti.
Ci sono anche tracce di verde rimaste sulle gambe della sedia. Credo siano state verdi, tempo fa. È difficile immaginare cose nuove in questa casa; tutto quello che c’è tra queste mura sembra così vecchio, così triste.
Comincio a contare tutti tasselli che vedo sul pavimento. Penso che ogni quadrato avesse un disegno floreale, ma ormai sono tutti rovinati. Il pavimento è come un unico pezzo di carta, modellato e disteso su tutta la cucina. È scrostato e si curva quando incontra le pareti. Forse si tratta della mia immaginazione, ma ho l’impressione che ogni giorno sia sempre più curvo. Forse, un giorno, sarà al centro della stanza, tutto arrotolato, come una grande mappa del tesoro, ma non c’è nessun tesoro qui, non c’è assolutamente nulla di buono.
Nell’angolo della stanza c’è uno degli elastici di Stacey. Non l’ho mai vista con i capelli sciolti, li tiene sempre in uno chignon. In realtà, la vedo poco: è triste, non so bene perché, so solo che lo è. Forse a causa della casa? Probabilmente è colpa di Dwight. Non è gentile neanche con lei che è sua moglie. Lei sta sempre nella sua stanza, come se si nascondesse.
Vorrei potermi nascondere in camera mia, ma lì mi trova sempre, specialmente quando è arrabbiato. Ho più probabilità di evitarlo, se sono fuori dalla sua visuale. È troppo pigro per mettersi davvero a cercarmi. Sono sicuro sappia che sono qui da qualche parte, ma se non sono nella mia stanza, e non mi trova durante la sua sfuriata, di solito se ne va direttamente nella camera da letto. Spero che non faccia male a Stacey. Le urla contro molto spesso, ma penso che picchi solo me.
Dwight sta guardando nel frigorifero e grida perché manca il cibo. Grida sempre per qualche motivo. Vedo il lato del frigo e prendo nota di tutti i batuffoli di capelli incastrati tra il pavimento e l’elettrodomestico bianco.
Memorizzo ogni singolo dettaglio di ciò che mi circonda e, in questo posto in cui è difficile essere grati per qualcosa, sono grato che sia un tale disastro. C’è talmente tanto da osservare che riesco a distrarmi da quello che potrebbe succedere, e questi sono i pensieri che mi fanno più paura. Nel tempo in cui sono stato con Dwight e Stacey, questo deprimente gioco del “vedo-vedo” che faccio con me stesso mi ha quasi sempre calmato.
Di solito penso anche a mamma e papà, ma soffermarmi su di loro mi rende triste. Il petto mi fa dal giorno in cui sono morti e quando penso a loro sembra farmi più male. Però ci sono giorni in cui il loro ricordo è l’unica cosa che mi fa andare avanti. Anche se fa male, non mi fa dimenticare che c’è del buono a questo mondo, che c’è amore. Questo mi dà la speranza che, se sarò forte abbastanza, allora nonno e nonna verranno e mi porteranno a Londra, dove sarò felice.
Devo aspettare solo un altro po’, devo essere coraggioso.