Capitolo 4: L'Illusione

769 Parole
Élianor Le due settimane che seguono sono un sogno a occhi aperti, un'illusione dorata e irreale da cui temo di svegliarmi da un momento all'altro. Raphaël non si accontenta della sua promessa. La incarna. È ovunque. Il giorno dopo il nostro incontro al parco, torno al liceo con la paura in corpo, aspettandomi un nuovo calvario. Ma al mio armadietto, un fiore di campo, un fiordaliso, è infilato nella fessura. Nessun biglietto. Solo quel tocco di colore vivo contro il metallo grigio. Il mio cuore fa un balzo. In corridoio, cammina al mio fianco. Non mi prende il braccio, non mi stringe la mano, la sua sola presenza è una dichiarazione. Parla, la sua voce calma che copre i sussurri. — Hai finito il libro di cui ti ho parlato, Élianor? Gli sguardi sono diversi. Meno disprezzo, più stupore. Curiosità. Gelosia, anche, negli occhi di certe ragazze. I giorni passano. Il fiordaliso è sostituito da una margherita, poi da un rametto di lillà. Ogni mattina, una sorpresa silenziosa mi aspetta. Sventa tutti i miei piani di mangiare da sola, sedendosi di fronte a me alla mensa con il suo vassoio. Sembra non accorgersi nemmeno degli sguardi di traverso, delle risatine soffocate che, poco a poco, si diradano. — Raccontami, dice. Raccontami cosa pensi di questa poesia. Mi ascolta. Davvero. I suoi occhi verdi sono fissi nei miei, annuisce, sorride alle mie riflessioni. Mi tratta come un'intellettuale, come una sua pari. Parla dei miei "occhi pieni di tempeste" e della "dolcezza" della mia voce. I suoi complimenti sono boe a cui mi aggrappo, mantenendomi in superficie in un oceano di dubbio. I nostri appuntamenti segreti al vecchio mulino diventano un'abitudine. Le sere in cui riesco a sgattaiolare via, ci ritroviamo lì, seduti sulla pietra fredda, a guardare il fiume scorrere. Si avvicina. Una sera, la sua spalla sfiora la mia. Un brivido mi percorre. Un'altra sera, scosta una ciocca di capelli dal mio viso, le sue dita sfiorano la mia guancia. Trattengo il respiro. — Sei così diversa da loro, Élianor. Molto più... reale. Le sue parole sono un balsamo sulle cicatrici lasciate da "balena" e "cicciona". Sotto il suo sguardo, inizio, timidamente, a esistere. Mi sorprendo a sorridere. A ridere, persino, un suono dimenticato, estraneo alle mie stesse orecchie. Mi sorprendo a dimenticare, a tratti, il peso del mio corpo. Non lo menziona mai. È come se, per lui, questo involucro non esistesse. Vede solo l'interno, l'anima che afferma di scoprire. È un corteggiamento assiduo, paziente, ammaliante. Costruisce intorno a me un palazzo di vetro fatto di attenzioni e parole dolci. Mi ci installo, mi ci sento al sicuro, protetta. Amata? La speranza, proibita e folle, germoglia nel mio cuore ferito. E se fosse vero? E se lui, Raphaël, vedesse ciò che nessun altro aveva mai visto? Una notte, sotto la luna, mentre il canto dei grilli culla i nostri silenzi, si gira verso di me. Il suo viso è così vicino che posso sentire il suo respiro sulla mia pelle. — Élianor, mormora. Non dice altro. Non ha bisogno di parole. Si china e sfiora le mie labbra con le sue. Un bacio. Leggero come una piuma, breve come un battito d'ali. Il primo. Un lampo di pura magia nella mia notte. Quando si scosta, sono pietrificata, senza fiato, le labbra brucianti. Sorride, un sorriso triste e dolce al tempo stesso. — Devo andare. A domani. Se ne va, lasciandomi sola, tremante, il cuore a mille. Porto le dita alle labbra. Il sapore di lui è ancora lì. Il sapore della menzogna, anche, ma sono troppo ubriaca per riconoscerlo. Torno a casa quella sera fluttuando. Mia sorella, Liora, mi lancia un'occhiata di traverso, sprezzante, ma anche incuriosita. — Hai un'aria strana. Hai trovato un altro pacchetto di patatine da ingurgitare? Non rispondo. Salgo in camera mia, mi guardo allo specchio. Il mio riflesso è lo stesso. La massa informe, il viso tondo. Ma per la prima volta, credo di vedere, nei miei occhi grigi, un bagliore. Un bagliore che Raphaël vi ha acceso. Mi corico, il viso sprofondato nel cuscino, rivivendo quel bacio ancora e ancora. È la notte più bella dei miei diciassette anni. La più dolce. La più crudele. Non so ancora che sto ballando su una corda tesa, sopra un abisso. Non so che ogni sguardo tenero, ogni fiore, ogni parola dolce è un colpo di forbice che indebolisce un po' di più il ghiaccio sotto i miei piedi. Raphaël non è il mio salvatore. È l'artefice della mia caduta definitiva. E tra due settimane, giorno per giorno, sarà lui stesso a spingere la botola.
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