Capitolo 5: La Corona dell'Umiliata

1020 Parole
Élianor Oggi compio diciotto anni. Un compleanno che, in ogni altra circostanza, sarebbe passato inosservato, annegato tra lazzi e indifferenza generale. Ma quest'anno, tutto è diverso. Quest'anno, c'è Raphaël. Le ultime due settimane sono state una fiaba perversa. Il suo corteggiamento assiduo non si è affievolito; si è intensificato. Ogni sguardo, ogni parola sussurrata, ogni sfioramento furtivo ha tessuto intorno a me un bozzolo di speranza. Il bacio al vecchio mulino ha cambiato le carte in tavola. Da allora, un'attesa palpabile vibra tra noi. Mi parla di una "sorpresa" per il mio compleanno, qualcosa di "speciale", che mostrerà a tutti quanto valgo veramente. I suoi occhi brillano di un'eccitazione misteriosa che mi fa impazzire d'impazienza. — Fidati di me, Élianor. Oggi, tutto cambierà. Per tutto il giorno, al liceo, sono sui carboni ardenti. Colgo sorrisetti, sussurri che non riesco più a interpretare come cattiveria. Forse è curiosità? Invidia? Liora stessa mi fulmina con lo sguardo, ma il suo disprezzo sembra tinto di una nuova frustrazione. Sente che qualcosa le sfugge. Raphaël è distante, ma di una distanza calcolata. Mi lancia sguardi carichi di significato attraverso il cortile, un sorriso segreto sulle labbra. — Stasera, alle 20, nella vecchia sala delle feste. Non fare tardi. La vecchia sala delle feste, appena fuori città. Un posto un po' démodé, ma che per l'occasione mi sembra pieno di promesse. È lì che si tengono le feste più belle. E lui invita me. La giornata è un'eternità. Torno a casa, ignoro le solite osservazioni della mia famiglia sulla torta che "non dovrei mangiare". Mi chiudo in camera, il cuore che batte all'impazzata. Cosa avrà preparato? Una dichiarazione pubblica? Una festa? Forse ha convinto delle persone a venire, a riconoscermi finalmente. Forse tutto sta per cambiare. Mi vesto con cura, indossando il vestito più carino che possiedo, un tentativo disperato di eleganza che sottolinea mio malgrado le forme che detesto. Non importa. Raphaël non le vede. Alle 19:45, sono davanti alla pesante porta di legno della sala delle feste. Una musica ovattata arriva dall'interno. La luce filtra sotto la porta. Il respiro mi si blocca. È vero. Ha organizzato qualcosa. Spingo la porta. E il mondo crolla. La sala è piena. Stracolma. Praticamente tutto il liceo è lì. Liora è in prima fila, il suo sorriso più famelico sulle labbra. Matthias e la sua banda sono lì. Tutti quelli che hanno riso, che hanno puntato il dito, che hanno reso la mia esistenza un inferno. Sono tutti lì. E mi guardano. Non c'è nessun "Buon compleanno". Nessun augurio. Solo un silenzio di morte, poi una risata. Una risata unica, massiccia, che esplode e mi colpisce in pieno viso. I miei occhi si posano sul palco, in fondo alla sala. E vedo. C'è una riproduzione grottesca, gonfiabile, di un corpo obeso, agghindata con una parrucca bruna approssimativa e un vestito identico al mio. Una corona di cartone dorato, storta, è posata di traverso sulla sua testa. E sulla corona, è scritto a caratteri cubitali: "REGINA DELLE BALENE". Su uno schermo gigante dietro il fantoccio gonfiabile, foto di me, rubate, ritagliate, deformate, scorrono a ciclo continuo, accompagnate da didascalie crudeli: "Élianor cerca il suo principe... azzurro di tavolette di cioccolato", "Il suo piatto preferito: il buffet a volontà". E al centro del palco, c'è Raphaël. Tiene un microfono. Il suo bel viso non è più che una maschera di crudeltà giubilante. Il suo sorriso non è più dolce, ma una smorfia di trionfo sprezzante. — Ed ecco la nostra regina! annuncia, la sua voce amplificata che risuona nella sala in delirio. Buon compleanno, Élianor! Ti abbiamo preparato una corona su misura! Guardate, guardate un po', è venuta pure con lo stesso vestito! Sembrano sorelle siamesi! La risata raddoppia. Le lacrime salgono, istantanee, brucianti. Sono inchiodata sul posto, paralizzata dal tradimento. Ogni dettaglio delle ultime due settimane mi torna in mente con una chiarezza accecante: i fiori, le parole dolci, il bacio... era tutto finto. Era tutta una messinscena per questa notte. Per questa umiliazione assoluta, concepita con una barbarie raffinata. — Allora, cicciona, credevi davvero che uno come me potesse interessarsi a te? dice, ridendo a crepapelle. Dovevi vedere la tua faccia quando ti ho baciata! Ci hai creduto davvero? Era solo per essere sicuro che venissi stasera! La scommessa era che anche dandole una speranza, la balena sarebbe venuta ad abboccare all'amo. E ho vinto! Le lacrime scendono ora, silenziose, inondando il mio viso. Vedo attraverso un velo liquido Liora che applaude, compiaciuta. Vedo tutti quei volti, tutte quelle persone che hanno partecipato da vicino o da lontano a questa macchinazione. La città intera. Ancora. La vergogna non è più un sentimento. È un annientamento. Giro i tacchi, ma la folla, per una volta, non mi lascia passare. Formano un cerchio intorno a me, ridendo, puntando il dito, spingendomi quasi verso il palco, verso quella corona grottesca. — Mettila! Metti la corona, regina! urla qualcuno. — Fai un discorso! Sono in trappola. Il pavimento mi manca sotto i piedi. Lo sguardo di Raphaël, freddo e vittorioso, è l'ultima cosa che vedo prima che il panico mi inghiotta. Mi metto a urlare. Un grido rauco, primordiale, di bestia ferita a morte che trafigge finalmente il frastuono delle risate. Il grido è così selvaggio, così carico di un dolore puro, che un silenzio scioccato cala improvvisamente sulla sala. Approfittando di questa breccia, urto qualcuno, mi precipito verso l'uscita, accecata, soffocata. Corro. Corro nella notte, il vestito strappato, il trucco che cola, il sapore salato delle lacrime e del tradimento in bocca. Dietro di me, le risate riprendono, ma mi sembrano lontane, soffocate dal rumore del mio cuore che si spezza in mille pezzi. Non è stata una caduta. È stata un'esecuzione pubblica. Raphaël non mi aveva risollevata per schiacciarmi meglio. Mi aveva offerto il cielo perché la caduta fosse più alta, più dolorosa. Stasera compio diciotto anni. E mi hanno offerto una corona. La corona dell'umiliata. Una corona che brucia la fronte e che segna l'anima per sempre. Nella mia fuga disperata, un pensiero, freddo e tagliente come l'acciaio, nasce tra le macerie del mio essere. Mai più.
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