Élianor
La notte mi ha inghiottita. Dopo essere fuggita dalla sala delle feste, con le risate attaccate alla pelle come un'ustione, non ho avuto la forza di tornare a casa. Affrontare lo sguardo di Liora, le domande ovattate dei miei genitori? Impossibile. Il mio corpo non era più che un guscio vuoto, vibrante di vergogna.
Mi sono ritrovata davanti a un bar squallido in periferia, un posto dove la luce era fioca e gli sguardi indifferenti. Ho spinto la porta. L'odore di birra rancida e di tabacco freddo mi ha accolta. Era perfetto.
Mi sono seduta al bancone e ho ordinato un bicchiere. Poi un altro. L'alcol mi bruciava la gola, ma era un dolore semplice, pulito, che annegava l'altro, quello lacerante, del tradimento di Raphaël. Ogni sorso era un balsamo avvelenato che cancellava un po' di più il ricordo del suo sorriso, delle sue parole dolci, delle sue menzogne.
Le luci del bar sono diventate sfocate. Le voci si sono trasformate in un brusio lontano. Non pensavo più. Non sentivo più. Ero un naufragio che si lasciava affondare, ubriaca di dolore e di whisky scadente. Delle sagome sono venute a parlarmi. Risate grasse. Mani che hanno sfiorato la mia spalla. Era tutto sfocato, lontano. Non ricordo un viso in particolare. Solo una presenza maschile, una voce grave che diceva cose che non ascoltavo. Mi sono aggrappata a quella presenza anonima come a una boa nel mio mare di disperazione. Era preferibile alla solitudine, al vuoto spaventoso.
Poi, più niente. Un buco nero.
La luce del giorno mi trafigge le palpebre come una lama. Un dolore sordo pulsa alle tempie, e una nausea acre mi attorciglia lo stomaco. Sono sdraiata. Non è il mio letto.
L'odore è la prima cosa che mi colpisce. Non è l'odore della mia stanza. È un odore d'uomo, di sudore, di chiuso, di tabacco freddo. Un odore sconosciuto.
Apro gli occhi, lentamente, la testa pesante. Il soffitto è basso, crepato. La stanza è piccola, in disordine. Vestiti sporchi sono ammucchiati su una sedia. Una bottiglia di birra vuota è posata sul comodino.
E sono nuda.
Un freddo glaciale, molto più terribile dei postumi della sbornia, mi afferra all'improvviso. Mi tiro su di colpo, il cuore che batte all'impazzata, il lenzuolo tirato fino al mento. Il movimento risveglia un dolore lancinante, diffuso, tra le cosce. Un dolore che non avevo mai conosciuto.
Il mio sguardo atterrito percorre la stanza. Non c'è nessuno.
Ma sul cuscino accanto a me, una traccia. L'impronta di una testa. Il cuscino è stropicciato. E sul lenzuolo, una macchia. Una piccola macchia brunastra, color ruggine, che assomiglia a sangue secco.
Il sangue.
La realtà mi colpisce in pieno viso, violenta, oscena.
Non ero mai tornata a casa. Mi ero ubriacata. Un uomo mi aveva portata qui. E questo dolore… questa macchia…
Non sono più vergine.
Mi manca il respiro. La stanza inizia a girare. La nausea sale, irrefrenabile, e mi chino sul letto, vomitando un misto di alcol e bile sul pavimento lercio. Il mio corpo intero trema, scosso da singhiozzi silenziosi, rantolanti.
Doveva essere bello. Doveva essere un dono, un atto d'amore. Non questo. Non nell'oblio dell'alcol, con uno sconosciuto di cui non ricordo nemmeno il viso, in un letto sordido. Sono stata derubata anche di questo. Mi hanno rubato la prima volta come mi hanno rubato la dignità.
Mi alzo, barcollante, avvolta nel lenzuolo sporco. Raccolgo i miei vestiti sparsi sul pavimento. Il mio vestito, quello che avevo messo per la "mia sorpresa", è stropicciato, macchiato. Ogni gesto è un'agonia. Ogni respiro mi ricorda l'odore di questa stanza, l'odore di quell'uomo, l'odore della mia stessa abiezione.
Mi rivesto in fretta, le dita tremanti. Non voglio restare un secondo di più qui. Esco dalla camera, attraverso un piccolo soggiorno squallido, e mi ritrovo in strada, in pieno giorno. La luce del sole è crudele, indecente.
Cammino, le gambe malferme, il corpo dolorante, l'anima a brandelli. La vergogna del giorno prima, il tradimento di Raphaël, è ora ricoperta, schiacciata da una vergogna più profonda, più intima, più sporca.
Rientro a casa di soppiatto. Per fortuna, non c'è nessuno. Salgo direttamente in bagno, mi guardo allo specchio. I miei occhi sono cerchiati, il mio viso è tumefatto dal pianto e dall'alcol. Mi spoglio e mi infilo sotto la doccia bollente. Mi strofino, mi strofino fino a che la pelle è rossa, a vivo, come per strappare via la sozzura, l'odore, il ricordo di quella notte.
Ma non va via. Il dolore tra le cosce è un promemoria costante. La macchia sul lenzuolo è impressa a fuoco nella mia memoria.
Credevo di essere sul fondo del pozzo dopo il tradimento di Raphaël. Mi sbagliavo. Mi aveva solo spinta fino al bordo. Questa notte, in quel letto sconosciuto, ho toccato il fondo. Un fondo fangoso, gelido, dove nulla conta più. Dove non si è più nulla.
Crollo sul fondo della vasca, l'acqua calda che scorre sul mio corpo che non è più del tutto mio. E nel rombo dell'acqua, un nuovo giuramento si forgia, più oscuro, più definitivo di tutti gli altri. Un giuramento di silenzio, di sopravvivenza. E di vendetta.
Questa città, questa gente, mi hanno preso tutto. La mia dignità, la mia innocenza, la mia speranza.
Un giorno, tornerò. E prenderò tutto da loro in cambio.