XLIX. Il Pescatore Più tardi uscimmo per cenare in un ristorante che l’estate precedente mi era sembrato piacevole. Magia delle vacanze: erano passati solo pochi mesi, ma il locale, semivuoto e mal riscaldato, sembrava un altro posto. Sarà stata l’ora tarda, il freddo o la sfilata dei tavoli vuoti, ma i kilim kosovari e i piccoli strumenti di legno appesi alle pareti, che soltanto qualche mese prima mi erano sembrati così decorativi, ora affogavano tristemente nel giallo dei muri, mentre i camerieri si muovevano frettolosamente tra i tavoli come se non vedessero l’ora di andare a casa. Oltre ai soliti cevapcici, raznjici e alla pleskaviza, c’era il dalmatiski prsut, e qui mi presi un’altra rimbeccata: «Prosciutto crudo dalmata? mai sentito, almeno non a Zara.» Ci servirono in fretta e

