V. La nevicata del gennaio 1940

837 Parole
V. La nevicata del gennaio 1940 Della nevicata conserviamo il racconto allegro e colorito di Marcella: «Nel gennaio del 1940 ci fu una grande nevicata, un evento eccezionale a Zara, dove la neve era un fenomeno raro. Incominciò a cadere mentre eravamo in classe e alla vista dei primi fiocchi nessuno seguì più la lezione, perché, per noi, la neve era una novità assoluta. Ci giravamo in continuazione verso le finestre, incantate dai fiocchi che scendevano nel cielo grigio e la tensione cresceva con il desiderio di toccarla, perché non saremmo uscite fino al pomeriggio. «Finalmente arrivarono le quattro e con la ricreazione potemmo scendere nei giardini del collegio, ma non avevamo mai visto la neve dal vivo, e ci fermammo sul portone incantate da tutto quel bianco che copriva ogni cosa, fino a quando, sollecitate dalla suora, le più coraggiose mossero con cautela i loro primi passi, mentre noi restavamo a guardare. Ci volle un po’, poi, poco alla volta ci avventurammo tutte nei vialetti, e c’era chi camminava in punta dei piedi, chi faceva qualche passo e si girava ad osservare le sue impronte, chi toccava la neve con aria perplessa, chi ci immergeva la mano per raccoglierla e si leccava le dita con lo sguardo preso come se stesse gustando chissà cosa. Poi incominciarono a volare le prime palle di neve, sotto gli occhi impassibili della suora che lasciò fare, perché eravamo fuori e nell’intervallo; gli ordini erano stati chiari e perentori: niente neve nel collegio e scarpe pulite sugli zerbini. Dopo la benedizione, mentre tornavamo verso l’aula, la neve ricominciò a volare e anche lì le suore non dissero nulla perché eravamo all’aperto, ma all’ingresso del corridoio c’era Madre Aurelia con scopa e straccio che controllava che ci pulissimo le scarpe per non macchiare i corridoi tirati a cera. Quando fummo dentro, l’Italina, che non so come l’avesse nascosta, mi riempì il collo di neve, e la suora che dietro di noi aveva visto tutto, lanciò un urlo: aveva portato e tirato neve nel corridoio, si era macchiata di un peccato grave. Madre Aurelia, sempre urlando, ci raggiunse di corsa in preda ad una specie di crisi isterica, e mentre lei, paonazza in volto, si inginocchiava a pulire, noi scappammo in sala di studio. «Con le sorveglianti meno severe c’era un tacito accordo: se la violazione della consegna non era grave, loro non ci denunciavano; così andammo di corsa nell’aula sperando che l’incidente non avrebbe avuto conseguenze. E probabilmente non le avrebbe avute, se anche lì qualcuna non avesse ricominciato: “Ehi vardè,13 la finestra, sul davanzale, là fora quanta neve!”. Arrivò madre Aurelia, sembrava più calma, mentre noi due, rimpiattate nei nostri banchi cercavano di farci piccole piccole, e disse: “Ora basta, silenzio e tutte ai vostri posti!”. “La neve, suor Aurelia!”. “Basta, xè ora de studio! vardè che ve punisso!”. «Ma non ci fu niente da fare: eravamo troppo eccitate e all’improvviso qualcuno aprì il finestrone e le palle di neve incominciarono a volare nell’aula spiaccicandosi dappertutto e soprattutto sui pavimenti lucidi, per l’orrore della suora. Come ubbidendo ad un segnale ci precipitammo tutte alle finestre, le aprimmo e la battaglia ricominciò ad infuriare davanti agli occhi esterrefatti di Madre Aurelia che riusciva solo a ripetere: “Fe... fe... ferme! ferme! ai vostri posti!”. La febbre della neve ci aveva preso. La disciplina ferrea, che per anni ci aveva tenute inchiodate ai banchi facendoci abbassare gli occhi davanti alle suore, era stata cancellata da una palla di neve: nessuno riuscì a fermarci, dalle aule e nei corridoi fin giù nei giardini, dove era molto più abbondante... correvamo da tutte le parti, e quando tornò la calma fu evidente che la battaglia si era estesa a tutto il Collegio. «Lì per lì fu una festa indimenticabile, poi lo scandalo: nel collegio vigeva una disciplina ferrea, non erano ammesse ribellioni, figuriamoci una rivolta come quella. Fummo consegnate nelle nostre stanze e mentre incominciava la caccia alle streghe, con la paura, corse la voce che le colpevoli sarebbero state espulse. Ma le nostre compagne furono splendide: nessuna si nascose, le suore cercavano di dividere quelle che erano uscite nei corridoi e nei giardini da quelle che erano rimaste nelle aule, ma non ne trovarono una, eravamo tutte fuori. Nel frattempo si erano date la zappa sui piedi, perché, pensando che le colpevoli fossero solo quattro o cinque, mano a mano che ci interrogavano, convocavano i genitori. Ma noi confessavamo tutte e quando si accorsero che li stavano convocando tutti, erano già troppi, la voce si era sparsa, si erano parlati, facevano domande imbarazzanti, così la situazione si capovolse, perché adesso erano le suore che non sapevano cosa rispondere. «Alla fine fecero risultare che non era stato uno spirito di rivolta a muoverci, ma una grande gioia collettiva, così la colpa fu tutta della neve. Si limitarono a obbligarci a chiedere scusa alle suore cui avevamo disubbidito e poi, ad acque calme, fecero risultare che la cosa era partita da quelle dell’ultimo anno del Liceo, se la presero con loro senza cacciarle. Forse perché avevano la maturità, o forse perché furono ben difese dai loro genitori.... Mia madre, tutto quello che riuscì a dire fu: “E a casa ti ciaparà il resto...”.»
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