VI. La dichiarazione di guerra

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VI. La dichiarazione di guerra Pochi mesi dopo, il 10 giugno 1940, l’Italia dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna. Ecco il racconto di Marcella, che non aveva ancora compiuto 18 anni: «Quel giorno eravamo in piazza perché, dopo attese e rinvii, era stato annunciato un discorso del Duce: le facce della gente, tutte puntate verso gli altoparlanti, esprimevano attesa, perplessità e timore.» «Gli altoparlanti? Perché gli altoparlanti?» «Perché non tutti avevano una radio in casa. A Mussolini poi piaceva fare discorsi che venivano diffusi da altoparlanti montati nelle piazze principali...» «Ma come, non avevate neppure una radio? E come facevate a sapere quando avrebbe parlato? E l’ora? come facevate a sapere l’ora?» «L’ora ce la dava il campanile, ma non so come si sapesse quando il Duce avrebbe parlato, forse veniva annunciata dagli stessi altoparlanti, forse la voce correva tra la gente che andava ad ascoltare... quel giorno eravamo attenti, a Zara il problema della guerra era molto sentito, perché per la sua posizione geografica la temevamo tutti.» Dopo una pausa, riprese: «Quando Mussolini annunciò la guerra, il gelo scese nella piazza; ognuno di noi girò lo sguardo intorno per trovare sul volto del vicino la stessa angoscia, lo stesso smarrimento e sulle labbra le stesse domande: “Come ne defendaremo che non gavemo gnente? Chi ne defendarà?”. Un cupo silenzio cadde su di noi, mentre la piazza incominciò a svuotarsi lentamente. Pare che il discorso fosse più lungo, ma non ricordo null’altro che facce sconvolte. Eravamo in guerra. Purtroppo non dovemmo attendere molto per avere le risposte alle nostre domande: arriveranno dal cielo.» «Perché eravate così tristi, cosa arrivò dal cielo?» «La guerra è sempre una tragedia e Zara era una enclave in territorio jugoslavo con pochissimo retroterra, eravamo circondati dai Croati: la frontiera era a pochi chilometri da casa e la città non aveva difese naturali né militari. Intorno a noi c’erano solo sassi, campi e Croati che improvvisamente dovevamo considerare nemici, anche se fino al giorno prima avevamo avuto con loro rapporti normali: la città era punto franco e i Croati potevano entrare e uscire liberamente, ci portavano i prodotti dei campi, uova, galline, ma i rifornimenti principali e le materie prime arrivavano dal mare, era il lavoro di nonno Martino e, senza le nostre navi, saremmo morti per asfissia in poco tempo.» «Cos’è una enclave? E un punto franco? Come i rifornimenti?» «Una enclave è un piccolo territorio di uno Stato all’interno di un altro Stato. Attualmente ci sono due enclaves nel Mediterraneo: Ceuta di origine cartaginese e Melilla di origine fenicia, tutte e due spagnole in territorio marocchino. Zara risale all’epoca romana: si chiamava Jadera e i suoi abitanti erano cittadini romani. Un punto franco è una zona dove i controlli doganali sono meno rigidi, ma non so come funzionasse. Ai miei tempi, tutto quello che serviva a far vivere la città veniva dal mare: la farina per il pane, la legna e il carbone per cucinare e scaldare, il petrolio, la benzina per le poche automobili che c’erano, la carta per scrivere... per quello che ho fatto in tempo a sapere io, a Zara c’erano poche fabbriche, Luxardo, quello del maraschino e altre distillerie minori, la manifattura tabacchi, una fabbrica di candele che aveva dato il nome al nostro quartiere, Zeraria,14 ma non so neppure se fosse ancora attiva, e poi qualche cantiere. Erano tutte società che per lavorare dipendevano dall’Italia: pensate che gli “scogli”, come chiamavamo le isole davanti a Zara, erano territorio jugoslavo... Era una micro realtà dove non servivano automobili perché, tanto, non c’era dove andare. Il concetto di spazio a Zara era diverso: per uscire da una città della Penisola ci sono strade e ferrovie, mentre per uscire da Zara c’erano solo le strade del mare, quello era il nostro “spazio” e dell’Italia conoscevo solo le navi che arrivavano nel porto con il loro carico di persone e di cose. Ho vissuto in collegio, ma come tutti sapevo che in caso di guerra la città sarebbe stata presa dal primo arrivato: Italiano se fosse venuto dall’Istria o dal mare, Jugoslavo se fosse sceso dai monti. Arrivarono prima gli Italiani, ma durò poco.»
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