VII. Il diploma

471 Parole
VII. Il diploma Negli anni in cui ho conosciuto mia madre non ha mai parlato spontaneamente del suo titolo di studio, e, a richiesta, si limitava a dire di essere una maestra. Così noi figli non ne sapevamo nulla, fino a quando, nel solito cartone, Ottavia ha trovato − insieme all’Atlante e alle altre carte − il Diploma di Abilitazione Magistrale, conseguito da Marcella Martinelli il 3 aprile 1941 al Regio Istituto Magistrale San Demetrio di Zara. L’attestato, rilasciato dal Regno d’Italia, Ministero dell’Educazione Nazionale, è firmato da un “Commissario Governativo” al posto del “Presidente della Commissione”, che nello stampato è cancellato con un rigo di penna, come la città di Sebenico nella lettera di nonno Martino. Il perché di questa sostituzione bisognerebbe chiederlo a uno storico del Ministero della Pubblica Istruzione, ammesso che esista e che lo sappia. Ma la cosa che colpisce di più è la data di rilascio, 3 aprile del 1941: l’anno scolastico di norma finisce ai primi di giugno, gli esami si fanno verso la metà del mese e l’esito e gli attestati vengono consegnati entro il 30. Marcella non parlò in modo esplicito della chiusura anticipata dell’anno scolastico, ma la data del diploma parla chiaro: l’Italia era in guerra dal giugno del 1940 e se nel ‘41 fu necessario chiudere con tre mesi di anticipo le scuole dei territori della nostra frontiera orientale affidando gli esami a commissari del Governo invece che alle tradizionali Commissioni con i loro presidenti, viene da pensare che quelli del “continente” non si sentissero molto sicuri sull’esito della guerra. Paura? Noi, che non lo avevamo mai visto, chiedevamo: «Mamma, ma tu che titolo di studio hai?» «Maestra, sul campo» e un sorriso largo e sornione − che allora non capii − le illuminò il viso... intuii appena che c’era qualcos’altro, avrei voluto fare domande, ma la sottile sofferenza che traspariva dall’ironia delle sue parole mi impediva di insistere. Solo oggi che il diploma è uscito dallo scatolone, dove modestia e dolore lo hanno relegato per troppi anni, vedendo la data di emissione e ripensando alle mezze battute − «Furono esami veloci... c’era la guerra e il Commissario da via aveva fretta...» −, capisco quel sorriso strano, un misto tra ironia e fatalismo orientale per dissimulare la fine di un sogno che non trovava più neppure le parole per essere espresso. Un giorno, una delle rare volte in cui parlò dei suoi progetti di studi futuri, disse: «Avrei voluto iscrivermi a filosofia all’università di Urbino, invece andò in un altro modo.» Così il diploma è finito in cantina. E pensare che chiunque ne avrebbe fatto un monumento, lo avrebbe infilato in una orrenda cornice tutta riccioli dorati e appeso nella stanza buona, pronto a dire ai malcapitati ospiti che si fossero fermati a guardarlo: «Quello è il mio diploma, c’era la guerra quando abbiamo fatto gli esami di maturità, gli ultimi di San Demetrio, sotto i bombardamenti, ci mandarono un Commissario del Governo che non vedeva l’ora di tornare a casa, altro che voi giovani d’oggi con le vostre merendine...»
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