Margot direbbe che Hello è un ragazzo carino e in gamba e io sono d’accordo, ma è qualcosa di più. Anche la mamma non fa che dire bene di lui: «Un ragazzo educato, simpatico e intelligente. Sono contenta che Hello piaccia a tutti in famiglia. Anche a lui, loro piacciono, però pensa che le mie amiche siano molto infantili , e in effetti ha ragione.
Jacque mi prende in giro di continuo con la storia di Hello; davvero non sono innamorata di lui, potrò pur avere degli amici, non c’è nulla di male.
Mamma mi chiede spesso chi sposerò. Non penso che sospetti che sarà Peter perché riesco a dire loro senza arrossire che non si tratta di lui. Voglio bene a Peter come non ho mai voluto bene a nessun altro, e sono certa che si diverte con tutte quelle ragazze solo per nascondere ciò che prova realmente. Forse a questo punto anche lui avrà cominciato a pensare che io e Hello siamo innamorati. Però non è così. È solo un amico o, per dirla come la mamma, un cavalier servente.
Tua Anne
Domenica 5 luglio 1942
Carissima Kitty,
venerdì al teatro ebraico la lettura delle pagelle è andata bene. L’unica insufficienza è un cinque in algebra, e poi tutti sette, due otto e due sei. I miei genitori erano contenti, ma per quanto riguarda i voti i miei sono diversi dagli altri: a loro non importa se la pagella è bella o brutta, vogliono solo che io stia bene, non sia troppo arrogante e che mi diverta. Quando tutto questo è a posto, non importa se il resto va male.
Io sono diversa, non voglio andare male. Sono stata accettata al liceo con riserva perché in realtà dovrei frequentare ancora la settima della scuola Montessori, però quando i bambini ebrei sono stati costretti a iscriversi in scuole ebraiche, dopo alcuni tentennamenti il signor Elte si è deciso ad accettare sia me che Lies Goslar. Anche Lies è stata promossa ma deve fare un pesante esame di riparazione in geometria.
Poveretta, Lies, a casa non riesce mai a studiare come dovrebbe. In casa sua gioca la sorellina, una piccoletta viziata di due anni. Quando è scontenta, Gabi si mette a strillare, e se Lies non si occupa di lei si mette a strillare anche la signora Goslar. In questo modo Lies non potrà mai fare i compiti come si deve e anche le tante lezioni di recupero che le fanno fare non serviranno a molto. Quella casa è un vero disastro. Ci sono il signore e la signora Goslar, che è nervosa e irritabile, è ancora incinta, mentre il signor Goslar è sempre distratto e assente. Inoltre c’è anche una cameriera, oltre alla piccola. In questa confusione la maldestra Lies è praticamente persa. Anche mia sorella Margot ha ricevuto la pagella, stupenda come al solito. Se esistesse la lode, gliel’avrebbe sicuramente data. Che testa!
In questi giorni mio padre è spesso a casa. Al lavoro preferiscono non averlo lì; dev’essere triste sentirsi improvvisamente inutile. Il signor Kleiman ha preso in mano la Opekta e il signor Kluger la Gies & Co., nata solo nel 1941, che produce surrogati di spezie [10] .
Un paio di giorni fa, mentre passeggiavamo insieme nella nostra piazzetta, papà si è messo a parlare di entrare in clandestinità. Ha aggiunto che sarà molto difficile vivere lontano dal mondo. Io gli ho chiesto perché ci pensa già ora.
«Eh sì, Anne. Lo sai bene che è già un anno che stiamo portando cibo, vestiti e mobili in casa d’altri», mi ha risposto, «Non vogliamo che i nostri averi finiscano in mano ai tedeschi e ovviamente non vogliamo essere presi. Per questo ce ne andremo di nostra iniziativa, senza aspettare che vengano a prenderci loro».
«Ma quando, papà?», il modo serio con cui parlava mi stava spaventando.
«Non preoccuparti, ci penseremo noi. Goditi la tua vita spensierata finché puoi».
Tutto qui. Caspita, spero davvero che questa grigia prospettiva sia ancora molto lontana.
Suonano alla porta. Arriva Hello. Chiudo.
Tua Anne
Mercoledì 8 luglio 1942
Cara Kitty,
da domenica mattina ad oggi sembrano passati anni. È come se il mondo si fosse capovolto, sono successe molte cose. Però, Kitty, sono ancora viva, come vedi, e questa è la cosa più importante secondo papà. Già, ancora viva, ma non chiedermi dove e come. Ho paura che oggi non capirai nulla di quello che ti dirò. Comincio a raccontarti di domenica pomeriggio. Alle tre (Hello era appena andato via per poi tornare più tardi) qualcuno ha suonato alla porta. Io non avevo sentito perché stavo leggendo sulla veranda e prendevo il sole. Poco dopo, Margot si affaccia alla porta della cucina tutta agitata.
«È arrivata una convocazione per papà dalle SS», mi dice a bassa voce.
«Mamma è già andata dal signor Van Daan». (Van Daan è un amico e socio di papà)
Mi sono spaventata a morte, una convocazione, tutti sanno cosa vuol dire e io ho cominciato a pensare ai campi di concentramento e alle celle solitarie… e noi dovremmo lasciare andare papà?
«Naturalmente non parte», mi ha spiegato Margot mentre aspettavamo la mamma.
«La mamma è andata da Van Daan per chiedergli se domani possiamo andare nel nostro nascondiglio. Van Daan si nasconderà con noi. Saremo in sette».
Silenzio. Non riuscivamo più a dire nulla. Papà era andato a trovare i vecchi all’Ospizio Ebraico e il pensiero che fosse all’oscuro di tutto, l’attesa della mamma, il caldo, la tensione, tutto ci faceva tacere.
D’un tratto qualcuno suona nuovamente alla porta, «Forse è Hello», dico io.
«Non aprire!», si raccomanda Margot, ma non è stato necessario perché da sotto abbiamo sentito la mamma e Van Daan che parlavano con Hello. Poi sono entrati e hanno chiuso la porta.
Da quel momento, ogni volta che avrebbero suonato alla porta, io o Margot dovevamo andare in silenzio a vedere se fosse papà, nessun altro aveva il permesso di entrare. Poi fummo cacciate dalla stanza perché mamma e il signor Van Daan dovevano parlare.
Mentre eravamo nella nostra camera, Margot mi ha confessato che la chiamata non riguardava papà ma lei. Mi sono spaventata di nuovo e sono scoppiata a piangere. Margot ha sedici anni, quindi volevano far partire da sole ragazze così giovani. Ma per fortuna lei non andrà, l’ha detto anche la mamma e anche papà aveva sicuramente in mente tutto questo quando mi parlava di nascondersi.
Nasconderci, ma dove? In città, in campagna, in una casa, in una capanna, quando, come, dove?
Tutte domande che non potevo fare ma che continuavano a frullarmi in testa.
Margot ed io abbiamo poi cominciato a mettere il minimo indispensabile in una cartella. La prima cosa che ci misi fu questo diario, poi un arricciacapelli, fazzoletti, alcuni libri di scuola, un pettine, vecchie lettere; pensavo che ci dovevamo nascondere e mettevo le cose più strane, ma non mi dispiace, io tengo più ai ricordi che ai vestiti.
Alle cinque è finalmente arrivato papà. Abbiamo telefonato al signor Kleiman e gli abbiamo chiesto se poteva venire quella sera stessa. Van Daan era andato a chiamare Miep. Quando Miep è arrivata ha messo in borsa un paio di scarpe, vestiti, giacche, biancheria e calze e ha promesso di tornare in serata. Dopodiché in casa nostra ha regnato il silenzio. Nessuno di noi quattro aveva voglia di mangiare, faceva ancora molto caldo e tutto era molto strano.
Avevamo affittato la stanza dell’ultimo piano al signor Goldschmidt, un uomo divorziato sui trent’anni che quella sera sembrava non avere nulla da fare, così è rimasto con noi fino alle dieci, non ce lo toglievamo dai piedi.
Alle undici sono arrivati Miep e Jan Gies. Miep lavora in ufficio con papà dal 1933 ed è diventata una cara amica di famiglia, così come il suo maritino Jan. Ancora una volta, scarpe, calze, libri e biancheria finirono nella borsa di Miep e dentro le capienti tasche di Jan; alle undici e mezzo se ne sono andati anche loro.
Io ero stanca morta e, nonostante sapessi che sarebbe stata l’ultima notte nel mio letto, mi sono addormentata subito. Mi ha svegliata la mamma alle cinque e mezzo del mattino. Per fortuna non faceva così caldo come domenica, per tutto il giorno è caduta una pioggia calda. Ci siamo imbacuccati come se avessimo dovuto dormire in una ghiacciaia, ma questo era solo per riuscire a portarci dietro ancora un po’ di roba. Nessun ebreo avrebbe osato uscire di casa con una valigia piena di vestiti. Io mi ero messa due camicie, tre paia di mutande, un vestito con sopra una gonna, il cappotto, il soprabito, due paia di calze, scarpe pesanti, berretto, sciarpa e molta altra roba. Stavo soffocando ancor prima di uscire ma sembrava che nessuno se ne preoccupasse.
Margot si è riempita la cartella di libri, ha preso la bicicletta ed è partita con Miep per un posto che ancora non conoscevo. Io non avevo idea di dove fossimo diretti.
Alle sette e mezzo abbiamo chiuso la porta di casa; l’unica a cui ho dovuto dire addio è stata Moortje, la mia gattina che sarà adottata dai vicini, come ho scritto in una lettera al signor Goldschmidt. I letti sono rimasti disfatti, i piatti della colazione sono rimasti sul tavolo, in cucina c’era ancora mezzo chilo di cibo per il gatto, insomma tutto dava l’impressione che fossimo partiti in tutta fretta. A noi però delle impressioni non importava nulla, volevamo solo andarcene, arrivare sani e salvi, null’altro.
Continuo domani.
Tua Anne
Giovedì 9 luglio 1942
Cara Kitty,
così ci si siamo avviati sotto il diluvio, papà, mamma ed io, ognuno con la sua cartella o borsa piena degli oggetti più disparati. Gli operai che andavano al lavoro il mattino presto ci guardavano con compassione. Sembravano dispiaciuti di non poterci offrire nessun mezzo di trasporto; l’appariscente stella gialla comunicava già tutto.
Lungo la strada mamma e papà mi hanno raccontato a pezzi tutto il piano. Erano già mesi che portavano via da casa quello che potevano e il 16 di luglio saremmo andati a nasconderci. Per colpa della convocazione abbiamo dovuto anticipare di dieci giorni; in questo modo ci dovevamo accontentare di una sistemazione meno comoda.
Il nascondiglio si trova nel palazzo dove c’è l’ufficio di papà. Per uno all’esterno non è facile da capire, per questo cercherò di spiegarmi bene. Papà non ha mai avuto molto personale: il signor Kugler, Kleiman e Miep, poi ancora Bep Voskuijl, la stenodattilografa di ventitré anni, tutti sapevano che saremmo andati lì. Nel magazzino c’erano il padre di Bep, il signor Voskuijl, e due operai ai quali non avevano detto nulla.
L’edificio è fatto così: al piano terra c’è un grande magazzino utilizzato come deposito. È diviso in zone diverse a seconda degli usi: il macinatoio, dove vengono macinati i surrogati di cannella, chiodi di garofano e pepe, e la dispensa. Accanto alla porta del magazzino c’è una normale porta di casa da cui, passando oltre un’altra porta, si accede ad una scala. In cima c’è una porta coi vetri smerigliati su cui un tempo c’era scritto in nero la parola “Ufficio”. Si tratta del grande ufficio principale, molto luminoso, pieno di roba. Qui, di giorno ci lavorano Bep, Miep e il signor Kleiman. Attraverso uno stanzino dove hanno messo la cassaforte, il guardaroba e una dispensa si accede ad un ufficio più piccolo, piuttosto tetro e buio. Un tempo ci lavoravano il signor Kluger e il signor Van Daan, adesso solo il primo. Nell’ufficio del signor Kluger si può entrare anche dal corridoio ma solo tramite una porta a vetri che si apre solo dall’interno. Da questa stanza si percorre un lungo e stretto corridoio passando accanto alla nicchia del carbone, poi si sale di quattro gradini e si arriva nella stanza più bella dell’edificio, l’ufficio privato. Ci sono mobili scuri ed eleganti, linoleum e tappeti, radio, una bella lampada e tutto è di buon gusto. Vicino c’è una cucina con lo scaldabagno e un fornello a gas con due fuochi; più avanti ancora il gabinetto. Questo che ti ho descritto è solo il primo piano. Dal corridoio comincia una scala di legno che termina in un pianerottolo chiamato atrio. A destra e sinistra dell’atrio ci sono due porte. Tramite quella di sinistra si accede ad altri magazzini che affacciano sulla strada, ai solai e al tetto. Dalla parte opposta di questi locali c’è una scala ripidissima, la tipica “rompigambe” olandese, che conduce alla seconda porta sulla strada.