Ventisei giorni prima

2059 Parole
Ventisei giorni primaIl sole sorge alle 05.11 e tramonta alle 21.41 Neve spalancò gli occhi neri. Qualcosa l’aveva strappata al sonno, un rumore sordo, forse un colpo contro la parete. Magari un paio di persone che fuori sul piazzale si apostrofavano concitate. Si voltò nel letto e notò subito che l’uomo se n’era andato. Il suo posto era ancora caldo, ma lo stronzo se l’era squagliata, ne era certa. Chiuse gli occhi e trattene le lacrime. “Quello è come tutti gli altri”, si disse. “Che cosa credevi?” Tentò di costringersi a dormire. Serrò le palpebre e le coprì con la mano. Premette, forte, lo spazio che intuiva dietro agli occhi. Era un mondo cieco, un nero assoluto dove si arrampicavano i pensieri. Cercò nel dormiveglia le parole della madre quando parlava di suo padre, il buon vecchio che la riempiva di botte mattino e sera. “Neve, è soltanto un uomo. Ha avuto quello che cercava e adesso gli va bene così. Forse tornerà da te, o forse troverà un’altra Neve qualsiasi che sarà capace di farlo restare”. Poi aprì gli occhi e guardò la stanza attraverso le dita, era come quando si nascondeva dietro la tenda di bambù da bambina. Si stupì di stare sorridendo. Che matta era stata la notte scorsa! Un paio di Pastis senza ghiaccio le avevano fatto perdere il controllo. Non era abituata a bere super alcolici dopo il lavoro. Le era venuto un intenso desiderio di farsi scopare, e quello avevano fatto, lei e lo stronzo, per quasi dieci ore. E adesso che si svegliava, invece di essere sazia, appagata, si sentiva senza qualcosa. Un brivido le corse per la schiena, si rese conto di essere ancora nuda. Indossava soltanto le mutandine. Con la mano alzò leggermente la stufa a zibro che scaldava quella specie di garage riadattato a pied-à-terre. Anche se era maggio inoltrato lì in quella caverna all’imboccatura della tangenziale la mattina era sempre umido. Per l’inverno avrebbe dovuto cercare un nuovo riparo. Non poteva continuare così. Il rumore delle macchine e degli autoarticolati era un basso continuo proveniente dalla strada, non le dava tregua. Doveva andarsene, scappare. Nessun uomo avrebbe mai accettato di dividere quel cesso con lei. Ma come farlo, e soprattutto come farlo con il peso del fratello, non era una domanda di poco conto. Sentì un altro rumore, stavolta proveniente dall’interno dell’appartamento. Si destò finalmente. L’uomo non se n’era andato allora, non ancora perlomeno, lo trovò in cucina che armeggiava con i pantaloni, forse non voleva disturbarla, o non voleva che lei se ne accorgesse. Si alzò barcollando fino ai piedi del materasso. Portava i mocassini, senza calzini. – Scerchi la scintura? Le parole le uscirono slabbrate. Troppo alcool. Troppe sigarette. In qualche modo Neve tentava di farsi entrare in testa la vita. L’alcool le serviva per vedere le cose come avrebbero dovuto essere anche senza aver prima bevuto. Le serviva qualcosa che le desse la forza di sperare che quello che aveva davanti non era il solito coglione che aveva appena finito di scoparla e non sarebbe scappato a gambe levate. Voleva credere che sarebbe potuto rimanere e avrebbero fatto una passeggiata. Una pizza con qualche amico. E magari l’avrebbe portata a vivere da lui. In una casa con il condizionatore e i termosifoni; senza muschio sulle pareti. Con i dvd di Walt Disney da guardare seduti sul divano a Natale e una bottiglia di vino buono per quando vengono gli amici a cena. Uno che al compleanno ti regala un week-end fuori porta. – Scusami ma devo scappare. Sai dov’è? Devo scappare... – Sciosa? – La cintura. Neve gli fece segno con il dito, l’uomo deambulò fino alla porticina del bagno, anche lui claudicava ancora, sembrava che fossero su una barca, sì una barca nel bosco. Le scappò un altro sorriso. Poi tossì e cercò una maglietta. Forse quella mattina si stava ammalando di stupidità. Ancora la voce della madre. “Neve sei una scema, ti fai fregare! Sei bella, sei troppo bella. Mi combinerai un sacco di guai”. Poi le dava sempre uno schiaffetto sul culo, come se dovesse controllarne la consistenza. Neve accese la luce di una piccola abat-jour e notò con disgusto la carta da parati anni settanta, con dei disegni marroni, sporca e impregnata di polvere che chissà per quale motivo avevano incollato alle pareti di quel rottame. La spense e con la coperta sulle spalle fece per avviarsi in cucina. – Potrei farti un caffè? – Cosa aspetti allora? Ho fretta, devo andare al lavoro. Piuttosto hai mica visto anche la sciarpa? La sciarpa Neve non l’aveva vista e non rispose. Tornò soltanto dopo che la moka andò in ebollizione e il caffè fu salito. Lo servì in due tazzine spaiate. Come loro due. – Mi spiace. Ho finito lo zucchero. – Se è buono lo zucchero non serve. La ragazza si sedette sul tavolo e pensò a quegli ultimi mesi. Finalmente aveva trovato un buon lavoro, faceva la cameriera in un bar frequentato da gente benestante in pieno centro, dietro via Rossini. Due turni. Una settimana al mattino e una settimana alla sera. Semplice. E nessuno l’obbligava a far nulla, anche se alcune attenzioni era obbligata a elargirle se voleva conservare il posto... Ma la cosa che le piaceva di più era che il padrone gestiva in comproprietà anche un locale notturno in via Gaudenzio dove le lasciavano cantare un paio di canzoni e bere qualche drink. E il suo sogno era sempre stato quello di diventare una grande cantante, una regina dello swing come Ella Fitzgerald o Billie Holiday. Neve aveva studiato canto e preso lezioni in Romania alla scuola Gheorghe Dima per cinque anni. Prima che... prima che andasse a finire tutto male. Magari un giorno sarebbe venuto qualcuno di famoso lì al locale e l’avrebbe notata. Perché no. Certe cose capitano nella vita. E quel qualcuno l’avrebbe portata via. “Neve stupida, hai sempre la testa fra le nuvole”. Ricordò come era riuscita a intrappolare l’architetto. Aveva attaccato Bésame mucho, le palpebre socchiuse, il microfono incollato alle labbra. Aveva cantato con tutto il corpo, una canzone di pancia. Gradualmente si era lasciata dietro tutti i musicisti, quattro incapaci che sbarcavano il lunario guardando culi e pali da pole dance. Aveva iniziato ad ancheggiare debolmente attorno all’asta, lasciando che la gonna le risalisse sulle cosce fino al bordo di pizzo delle autoreggenti. mentre prendeva il ritornello aveva fissato uno a uno tutti i clienti, erano tutti muti, dovevano avercelo duro sotto ai tavoli. Il pensiero le diede ossigeno, discese strofa per strofa come un salto in parapendio. Poi per ultimò inchiodò gli occhi neri su di lui, nell’angolo a fianco al palco dell’orchestra, lui che continuava a succhiare da un bicchiere in cui non era rimasto altro che il ghiaccio. Neve strinse l’asta del microfono e ci si aggrappò a due mani. Le nocche le diventarono bianche. Chiuse la canzone più in alto che poté mentre un brivido le scendeva in mezzo alle gambe. Sentì gli applausi arrivare da lontano e farsi strada sulla sua pelle, sibilò le ultime strofe e concluse la canzone. Poi mettergli gli occhi addosso e portarselo a letto era stato un gioco da ragazze. Quello sapeva farlo da sempre. Le era bastato guardarlo, carezzargli la guancia e dirgli che aveva cantato per lui. Soltanto per lui. Lui che le aveva detto di chiamarsi Francesco qualcosa, che faceva l’architetto e si stava occupando del cantiere di un grosso appalto pubblico. Stavano costruendo un palazzo alto quaranta piani in pieno centro, vicino alla stazione di Porta Susa, un menhir per una banca. Lui che le diceva che lei era sprecata lì, che aveva una voce, che aveva una voce... e non era riuscito a dirle niente di originale. Ma a lei era bastato perché voleva sentirla calda. E adesso l’uomo continuava a cercare la sciarpa perché se ne voleva andare. Il loro incontro non era altro che finito. E la sceneggiatura del film che lei si era montata in testa, viaggi, case, e corse folli in macchina, non interessava più a nessuno. – Eccola la sciarpa. Era in bagno anche questa. Neve pensò a cosa erano riusciti a fare in quel metro quadro tra il lavabo e la doccia, seduti sul gabinetto, la sera prima. – Te l’ho detto che ti avrebbe fatto schifo venire da me. Ma a casa tua non potevi portarmi vero? Tua moglie forse non sarebbe stata contenta, hai ragione. Stava ribollendo. Non riusciva mai a trattenersi era il suo carattere, troppo impulsiva. Alla fine si era scopata un cliente del locale che forse era lì soltanto per ascoltare un po di musica, vedere due culi e farsi una sega in bagno appena tornato a casa. L’aveva voluto, non era stata obbligata da nessuno e non era stata pagata. Che cercava ancora? L’architetto fece un passo in avanti verso la porta d’ingresso. – Sì ho una moglie. Avrei potuto portarti in albergo, ma non ti volevo far sentire una puttana. Ho preferito venire da te... e mi spiace che abiti in questo posto. Se posso far qualcosa... Neve si alzò di scatto, le scese la coperta dalla spalle, adesso era di nuovo semi nuda davanti a lui. – Vestiti per favore. – Che succede? Adesso ti dà fastidio vedermi così? Che cosa vorresti fare? Darmi dei soldi? Quanto sarebbe il prezzo giusto? Sono stata brava? Si aspettò una sberla, che non arrivò. La rabbia le aveva fatto passare il segno. Aveva scavato una trincea tra di loro. Più della loro differenza sociale, di età, e di nascita. L’uomo si prese la sciarpa e se ne andò. Lei lo guardò di spalle con il suo completo di Boggi e le scarpe di Rossetti intarsiate come la greca di un tempio. A suo modo era elegante... e forse non era un uomo cattivo, non poteva sapere niente della sua vita. E lei gli stava sputando in faccia la ricchezza come una colpa. La povertà fa brutti scherzi, è una lente che deforma la realtà. Non la fa percepire. “Senza il purgatorio e l’inferno, il buon Dio non sarebbe che un povero Re” le diceva sempre la madre, ma non aveva mai capito cosa volesse dire, e forse nemmeno la vecchia lo sapeva... quando le sarebbe uscita da quella testa con tutte quelle sentenze, quei consigli, quelle frasi maledette... La madre le aveva fatto da guida finché non era morta partorendo il quinto figlio per assecondare le sbornie di quello stronzo del vecchio, forse voleva fare una squadra di pallacanestro. Ora per i capricci del caso le era rimasto al mondo solo il fratellastro, quello che la madre aveva fatto fuori dal letto coniugale. Il padre invece l’avevano arrestato qualche mese prima e si sarebbe preso dieci anni per una lite futile tra ubriachi finita a coltellate. Tentato omicidio. Forse era un dono di Dio. Sperava lo chiudessero al fresco e ne buttassero via anche la chiave. Sentì l’architetto sbattere la porta, ma non era colpa sua, quella porta si poteva chiudere soltanto sbattendola. Neve si ributtò nel letto, rannicchiandosi sotto le coperte. C’era ancora un goccio di calore tra le lenzuola, si ricordò di come mentre dormivano ogni tanto il sesso di lui si indurisse a contatto con la sua pelle. Si rialzò nervosamente e tornò nella piccola cucina dove recuperò le due tazzine di caffè. Nessuno dei due l’aveva bevuto. Adesso era freddo e le lasciò scivolare nell’acquaio. Poi iniziò a cantare distrattamente un paio di strofe di quella canzone della sera prima. Improvvisamente si ricordò del rumore che l’aveva svegliata. Un tonfo sordo non troppo distante dalla finestra del garage. Si affacciò accostando la porta di lamiera. Non c’era nessuno. Soltanto lo stronzo che bestemmiava davanti alla macchina. Neve si mise a ridere. Non era ancora chiaro, ma nella penombra notò che qualche vandalo nella notte doveva averla presa di mira, dal lato passeggero gli avevano sfasciato il parabrezza. Neve chiuse la porta. Sentì l’uomo mettere in moto imprecando, poi la vettura partì a tutta velocità verso corso Vercelli. Era una fuga. Scappava da lei. Andava lontano da quella casa dove non si poteva nemmeno parcheggiare una Porsche in santa pace; correva verso una vita che lei non avrebbe mai avuto. Neve andò in bagno e si sedette sulla tazza. Poi fece il bidet e si sciacquò la faccia senza sapone. Era finito pure quello. Pianse, fece pipì e si rimise a cantare. Peccato che in quel posto dimenticato da Dio non ci fosse nessuno per poterla ascoltare. Solo asfalto e acqua umida appesa al cielo e maggio, un mese come un altro che se ne andava. Il sole intanto si era alzato e iniziava a cuocere il cemento della periferia. Da lì a poco sarebbe arrivata l’estate e chissà quante altre stronzate.
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