Ventiquattro giorni prima

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Ventiquattro giorni primaIl sole sorge alle 05.11 e tramonta alle 21.44 Paludi cercò invano di prendere sonno. Era il primo caldo dell’anno e un bagno di sudore diaccio lo stava incollando al materasso, un matrimoniale ad acqua che la sua ex fidanzata Eva gli aveva voluto regalare a tutti i costi considerandolo un investimento taumaturgico. Ma l’unico potere che aveva avuto, allora che la loro relazione era mestamente finita in coda alla Sushi Connection[1], era di ricordargli ad ogni movimento dell’ennesimo fallimento sentimentale della sua vita. Forse avrebbe dovuto lanciarlo in una discarica. E invece in una discarica c’aveva trovato un ragazzo di diciannove anni. Non mi piace com’è morto. Perché come sarebbe piacevole morire? Quella storia dell’Oro Rosso gli stava andando di traverso. Per una volta che erano riusciti a portare avanti con successo un’indagine, si ritrovavano con il testimone chiave morto ammazzato e proprio mentre il processo sembrava non interessare più a nessuno. Paludi si grattò i testicoli e provò a disfarsi delle lenzuola. Finirono sulla testa del cane che grugnì disapprovando tutta quell’ansia. Il procuratore l’anno precedente gli aveva rifilato un bel regalo di compleanno. Avrebbe dovuto coordinare e dirigere una squadra per contrastare i sempre più frequenti furti di rame nella provincia di Torino ed estesamente in Piemonte. Un problema segnalato a più riprese dall’Interpol che si stava allargando a macchia d’olio in tutta la comunità europea. Si erano occupati per oltre sei mesi di quell’inchiesta con risultati alterni, nel primo periodo avevano dato un giro di vite e fatto arresti a titolo esemplificativo che erano finiti sui giornali, tanto per calmare temporaneamente il prefetto e il direttore delle ferrovie, poi avevano continuato a lavorarci nei ritagli di tempo, sott’organico, lui e i suoi fidati collaboratori, l’ispettore Anastasi, il sovrintendente Scianna e quel fumatore incallito dell’agente Brigazzi. Ma la verità è che non avevano fatto troppi passi avanti e non erano riusciti a mettere le mani sulla testa dell’organizzazione, perché l’organizzazione non aveva nessuna testa, il commissario l’aveva capito subito. Era come una malattia organica che attecchiva senza regole. Per due mesi fu come tentare di scacciare le zanzare da una risaia con una paletta per le mosche. Girarono intorno al problema fino a che un giorno la segnalazione di un incendio nel campo nomadi sulla strada Aeroporto 225 non li mise fortuitamente nella direzione giusta. Un filo di fumo nero si alzava dal campo, dritto come una ciminiera. Era la coincidenza che aspettavano da tempo. Dapprima erano intervenuti da prassi un paio di agenti di una volante in collaborazione con i vigili del fuoco per seguire l’evolversi di quello che credevano il solito incendio pestilenziale di materiale di scarto, spazzatura, roba inutilizzata. Ma avevano subito scoperto che qualcosa non quadrava. L’entità della pira era di tutt’altro interesse: era un’enorme bobina di rame di quasi due tonnellate. Da lì si erano ritrovati sulle tracce di un furgone bianco rubato, un Volkswagen transporter, che sostava nei pressi del campo e che era magicamente sparito al loro arrivo. Grazie alla solerzia di uno degli agenti che aveva preso quattro quinti della targa erano riusciti a rintracciarlo e metterlo sotto osservazione fino a che non avevano scoperto che veniva utilizzato alternativamente da tre clandestini, tre muratori, che saltuariamente erano stati visti cercare lavoro a giornata in corso Romania. Da quel momento li avevano seguiti fino a che non li avevano condotti a un capannone abbandonato in periferia, nei pressi di via Veronese. Una rimessa, adoperata come ritrovo da un pregiudicato, tale Mario Bonanni, un quarantenne di Napoli con precedenti per associazione a delinquere, estorsione e lesioni gravi, colluso con la camorra. Tutt’ora il figlio di buona donna risultava a piede libero. Avevano messo sotto sorveglianza il suo portatile e l’utenza di un ufficio di una ditta di ferramenta che utilizzava, e da lì si era profilata una rete fitta di contatti diretti con una manciata di industriali cinesi, titolari di alcune fabbriche a cui le materie prime a basso costo facevano molta gola. Il napoletano, poi si scoprì, era già stato identificato dalla Polfer di Torino nell’aprile precedente come un importante ricettatore di metalli rubati, ma l’indagine non aveva avuto seguito per decorrenza dei termini. Paludi si girò un’altra volta nel letto, continuava a sudare. Non avrebbe potuto regalargli un condizionatore la sua ex fidanzata al posto di un materasso ad acqua? Spalancò la finestra e si guardò nudo sopra il letto. Il suo pene riposava curvo tra la pancia e l’inguine. Gli diede un paio di menate e tentò di capire se succedeva qualcosa. Niente di niente. Il suo membro era in sciopero da mesi. Forse avrebbe dovuto rimediare una marchetta sindacale. Si stava dimenticando di non essere ancora sepolto sotto quattro piedi di terra. Scerbanenco stava iniziando ad agitarsi anche lui, perlustrò la stanza da letto, annusò da basso tutti gli angoli, magari cercava un tesoro chissà che cosa gli era venuto in mente: poi si buttò sul matrimoniale e prese a guardare il commissario con occhi languidi, forse aveva il cane omosessuale. Del resto non aveva mai dimostrato la benché minima attenzione per le femmine della sua specie. Paludi gli voltò le spalle e si rimise a fare il punto della situazione, poi ci ripensò e decise di non dare la schiena al nemico. Non si poteva mai sapere. Nella serata, appena prima di cena, l’aveva chiamato il dottor Lucentini per avvisarlo che avrebbe ricevuto sul suo numero di fax i risultati dell’esame autoptico. Il commissario l’aveva scorso velocemente cercando di sintetizzarne le cose importanti. Lucentini amava fare il buffone, ma i suoi referti erano tra i più accurati che avesse mai letto in venticinque anni di servizio. Le ferite da impatto erano concentrate prevalentemente sul tronco, a sinistra. Le lesioni si ritrovavano disseminate capillarmente in tutto il corpo. La testa femorale sinistra era fratturata, idem le vertebre lombari L2 e L3, il fegato e la milza erano spappolati, bilateralmente si riscontrava la rottura dei reni, risultavano lese anche le arterie iliache. Infine a livello cardiaco si apprezzava la rottura dell’atrio destro e del setto interventricolare. L’encefalo era estesamente interessato da un quadro emorragico. Tutto era compatibile con il fatto che il tizio fosse stato gettato da un qualche posto, ma il medico continuava ad esser inamovibile sul fatto che non potessero bastare i sette otto metri del viadotto sotto al quale l’avevano ritrovato. Ce ne volevano almeno il quadruplo, se non di più. Il commissario cacciò la copia del referto sulla scrivania e cercò di concentrarsi sui passi principali dell’indagine che avevano portato avanti con estremo zelo in quei mesi, forse il movente era nascosto da qualche parte lungo quei mesi magri di appostamenti e intercettazioni. Poco dopo essersi messi sulle tracce del napoletano era arrivata l’autorizzazione per perquisire la fabbrica fantasma che il pregiudicato utilizzava come punto di ritrovo. Lì avevano trovato macchine industriali, sofisticate e costose, che venivano adoperate per separare la plastica del rame. Gli uomini del commissario e della squadra mobile a quel punto ci erano andati giù pesante, avevano arrestato decine di persone: i veri e propri operai della banda – tutti romeni e clandestini compresi i tre del furgone – un manager in giacca e cravatta, sempre romeno, con la ventiquattrore piena di banconote fermato giusto prima che si involasse per Cluj-Napoca, e quello che doveva essere il caporeparto, di professione elettricista, e che aveva il compito di organizzare i raid lungo le tratte ferroviarie. Fine della storia. Si erano presi un sacco di complimenti dal PM e dal questore. Lui stesso aveva ricevuto una lettera di ringraziamento dalla segreteria dell’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato e adesso di quei derelitti non gliene fregava più niente a nessuno. L’importante era che avessero smesso una volta per tutte di trafugare materiale di proprietà delle FS e che la questione non potesse fornire ulteriore margine ai ritardi dei treni. Il commissario si mise a ridere, se gli avessero detto che il treno su cui viaggiava era bloccato perché qualcuno si era portato via i cavi elettrici si sarebbe fatto una sonora risata, ma quello era uno dei pochi casi in cui il ritardo non era veramente dovuto a problemi di gestione delle ferrovie dello stato e corrispondeva a verità. Le bobine di rame, del peso di una tonnellata ciascuna, erano disseminate lungo l’intera rete ferroviaria, anche all’aperto, e soprattutto nei dintorni dei grandi snodi. L’idea di sorvegliare quel materiale 24 ore su 24 era semplicemente folle. Per cui il racket aveva avuto vita facile e usava delle tecniche perfettamente collaudate. Prima il sopralluogo, poi il furto e infine, a parecchie ore di distanza dal taglio, il recupero della merce. Erano tutte operazioni complesse. Servivano grossi camion, gru, elevatori dotati di una considerevole potenza... Il commissario si svegliò ufficialmente. Non era cosa. Accese la luce e andò nel salotto. Inciampò in una borsa della spesa. Si era dimenticato di svuotarla dal giorno prima. La mortadella era già indurita, la lanciò nella scodella del cane senza pensare nemmeno di scartarla. Ci sarebbe riuscito benissimo da solo. Scerbanenco arrivò in due secondi esatti, forse era una cane omosessuale ma dotato di un fiuto più che raffinato. Tranne che per il lavoro. dopo aver tentato di fargli seguire un corso di Agility Dog un paio di anni prima aveva provato successivamente con un corso per cani antidroga e da cadavere, ma i risultati erano stati a dir poco sconcertanti. Le uniche cose che riusciva a rinvenire erano i salami che gli trafugava sistematicamente dal tavolo. Paludi massaggiò il braccialettino di rame che teneva al polso e che secondo il dottor Lucentini doveva avere poteri soprannaturali in quanto essendo un ottimo conduttore elettrico, poteva agire da ricevitore e condensatore, scaricando le cariche elettrostatiche dannose dell’organismo. Per ora l’unico risultato che aveva ottenuto era di avere una macchia scura intorno al polso che non se ne andava nemmeno a colpi di sapone di Marsiglia. In ogni caso quel maledetto commercio non sarebbe mai stato possibile senza un’improvvisa impennata nella quotazione del metallo. Il valore del rame, in poco più di un anno e mezzo, era triplicato. Da 2 euro e 50 centesimi era schizzato a 7, persino 10 euro al chilo. Ma per poter esser rivenduto doveva rispettare determinati requisiti: non doveva essere ossidato e, soprattutto, doveva essere offerto privo di elementi che potessero in qualche modo individuarne la provenienza. In quel caso la banda che avevano pizzicato riusciva a spuntare cifre da record. Ricordava ancora il suo intervento alla conferenza stampa. Era durato due secondi. «Rubano i romeni, ricettano gli italiani, acquistano i cinesi. Arrivederci». Sembrava che avesse letto un telegramma di condoglianze. Era stata la sua rivincita con il sostituto procuratore che l’aveva costretto a presentarsi davanti ai giornalisti. Dopotutto era stato lui ad avergli chiesto la “massima sintesi”. Ma senza le rivelazioni di Muscalu non sarebbe stato tutto così facile e forse neppure possibile. Il ragazzo gli aveva spiegato ogni particolare con estrema dedizione, aveva permesso ai magistrati di scendere nel dettaglio di tutta l’operazione. La filiera si occupava di ogni passaggio. Dal furto, al recupero, alla ripulitura, allo stoccaggio e al trasporto. Una minima parte del rame rubato finiva a stretto giro di posta direttamente nelle fonderie italiane con documenti di provenienza e bolle di accompagnamento contraffatte ad hoc. Il resto prendeva la strada dei labirinti industriali dell’Est e, attraverso le camionali dirette a Oriente, fino alla Cina. C’era una rete di colletti bianchi, di insospettabili, che si occupava di piazzare e lavorare il rame, in modo da renderlo irriconoscibile riguardo alla provenienza. Avevano quindi smantellato un giro da milioni di euro, un mercato che sarebbe sicuramente entrato in fortissima espansione se non avessero prontamente contratto l’evoluzione. Ma la cosa più singolare era che l’intero traffico si sviluppava attraverso l’azione di singole gang di ladri reclutate in maniera apparentemente fortuita. Coordinate come delle bande di strada. Cani in branco preda di padroni senza scrupoli. Eppure le difficoltà erano decisamente tante. Le cesoie degli operai, spesso autentici giganti, sfioravano cavi ad altissima tensione, fino a 12.000 volt. Bastava toccarli per rischiare la pelle. Come era accaduto, nel luglio precedente, a un giovane Rom. L’avevano trovato esanime, stordito da una scarica, vicino al sedime della ferrovia in un tratto della cintura torinese. Dopo il soccorso si era rifiutato di collaborare, all’interrogatorio non aveva nemmeno risposto per fornire le proprie generalità. Dai suo occhi traspariva un terrore puro che solo dopo che avevano catturato il capo della gang il commissario aveva potuto condividere. Paludi ripensò a quel pomeriggio. Per arrestare a Chivasso Adrian Tanasi detto “Bala˘”, 35 anni, di Macin in Romania, c’erano voluti trenta poliziotti e dieci carabinieri. Quando erano riusciti a portarlo in commissariato per le foto e i controlli di rito s’erano sorpresi delle sue dimensioni: era alto due metri e due centimetri e pesava quasi centocinquanta chili, una specie di tir. Violentava le mogli dei complici che si ribellavano, organizzava incontri di fight nei cortili della Barriera per dimostrare il suo potere. E adesso avevano il loro bel testimone del processo volato da un viadotto e ridotto uno straccio, e lo stronzo rischiava di uscire dalla galera. Senza contare che il pubblico ministero avrebbe voluto far sparire al più presto l’inchiesta sotto il tappetino della nuova emergenza di pubblica sicurezza per il rilancio ufficiale della carriera del sindaco. Era una cosa che il commissario Paludi non sopportava. Che si potesse stare giorni e notti su un’inchiesta e poi cambiato l’interesse politico, o la pressione dell’opinione pubblica, lasciare perdere come se niente fosse. Paludi si alzò dal letto e andò in cucina a prepararsi un caffè. La luce iniziava a filtrare oltre la sagoma opaca della Mole. Guardò il calendario e lo voltò sul mese successivo. Anche maggio se ne era andato. E giugno come ogni mese dell’anno avrebbe avuto il suo giorno ventiquattro. Lapalissiano. Solo che il ventiquattro di giugno per lui era come Waterloo per Napoleone. E non ci fu nessun pensiero al mondo che potesse distrarlo dal giorno in cui aveva incontrato Lidia, la sua ex moglie. Era una tortura che si riservava in maniera maniacale e scientifica, forse una punizione per non essere stato in grado di proteggere e salvare la sua famiglia. Si sedette al tavolo della cucina guardando l’alba farsi largo sopra ai tetti. Gli vennero in mente le domande più stupide. Con che occhi si fa un addio? Come si dice mi spiace? C’è un modo giusto di abbracciare una persona? Come si dimentica? Una raffica di moventi prese a ballargli per la casa. Spettri che gli facevano compagnia. [1] Sushi sotto la Mole – Giorgio Paludi indaga di Fabio Beccacini, Fratelli Frilli Editori, 2010.
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