Tre giorni prima

928 Parole
Tre giorni primaIl sole sorge alle 5.04 e tramonta alle 21.57 La notte in cui morì il dottor Amati non aveva appetito. Il consommè che gli aveva preparato donna Lara non fu di suo gradimento. Gli succedeva tutte le volte dopo avere incontrato l’uomo. Gli si stringeva lo stomaco come un pugno, le vene iniziavano a pulsargli, le dita gli facevano sempre più male: stava morendo. Prima o poi avrebbe dovuto parlarne a qualcuno. Non dell’appetito, né della morte, quello capitava a tutti. Ma di quello che faceva. Quello che era costretto a fare. Una volta all’anno, sempre lo stesso giorno, sempre il 21. E il 21 di giugno sarebbe stato il trentaquattresimo anno esatto, trentaquattro incontri, trentaquattro volte, trentaquattro peccati capitali. Il dottor Amati abitava in una villa storica da undicimila al metro in via Marsala e dal terzo piano dell’abitazione poteva godere della vista sulla piazza inclinata più grande d’Europa. Adesso guardava piazza Vittorio, con l’emiciclo dei portici sulla cesura di via Po e il rettifilo che raggiungeva la facciata medioevale di Palazzo Madama come uno schiaffo. C’era solo un tram che transitava opaco nella via, gli sembrava di vederlo sotto il vetrino di un microscopio. La gente stanca e accaldata sulla via di casa. Studenti che andavano a fare il botellon al Valentino, mamme con la borsa della spesa piena di carta igienica 3X2, vetriniste con un faldone di curriculum vitae sotto braccio in cerca di un part time verticale. Quando era da solo gli piaceva mangiare alla consolle davanti alla finestra, la sera. Guardare la città incendiarsi di milioni di luci al sodio a bassa pressione. Il dottor Amati a differenza di altri rispettabili professionisti dell’oligarchia torinese sapeva di essere una nullità. E le sue cene tête-à-tête con Torino erano un reiterato gesto di masochismo, una punizione che si dava, per quei piaceri che rubava e pagava, a caro prezzo. Riprese la bottiglia di Arneis e bevve il bicchiere della staffa, il vino non era un capolavoro ma era meglio che sciacquarsi la bocca con il collutorio. Sorrise e notò con disappunto di essere ubriaco, fino a pochi anni prima non gli succedeva, era in grado di reggere l’alcool con maggiore convinzione. Diede un’occhiata al BlackBerry, l’icona lampeggiava, aveva due messaggi. Uno era quello che aspettava, il numero era il consueto ed il messaggio anche. Diceva “Va bene”. L’altro era della moglie che era andata al vernissage di una sua amica stilista di mezza tacca. Diceva “Divino”. Nessuno dei due si era sprecato in convenevoli. Il dottor Amati non poté far a meno di guardare il ritratto a olio della moglie di trent’anni prima. Non la riconosceva più. Allora era la figlia di un professore universitario di sinistra che insegnava Storia del Lavoro alla Statale. Adesso la moglie di un mercenario con il conto in banca a sei zeri. Un imprenditore di armi che non aveva mai sparato un colpo. Sua moglie si era rifatta tutto, il naso, gli zigomi, i glutei, aveva fatto il peeling, l’otoplastica e la blefaroplastica. Aveva un personal trainer di Varadero e si beveva una bottiglia di Martini Gold ogni santo giorno. Il dottor Amati l’aveva conosciuta in vacanza ad Alassio e sposata al castello di Montaldo dopo solo sei mesi. Il dottor Amati l’aveva amata finché un giorno il suo amore non era diventato soltanto un gioco di parole. Aveva perso interesse, non era più geloso, non gli interessava che assumesse gladiatori di una vecchia provincia romana come giardinieri né che avesse un personal shopper di venticinque anni che la consigliava su quali décolleté comprare per andare a fare la scema al circolo del tennis. Giulio Amati aveva perso di vista troppe cose. La sua vita s’era imbarcata per un altro viaggio e lui la osservava dalla banchina del porto non troppo convinto che potesse fare rientro. In quasi quarant’anni di matrimonio avevano provato a fare un paio di figli e non gliene era riuscito nessuno. Vanessa, la minore, aveva affittato un vecchio Phone Center di San Salvario e si era messa a far la gallerista, recuperando artisti slavi rigorosamente biondi, poi una volta all’anno giocava a salvare il mondo e organizzava una spedizione di freak in Senegal per conoscere la cultura locale e controllare chi ce l’aveva più lungo. Alain, invece, era un membro ufficiale del direttorio che organizzava i Gay Pride in giro per il mondo e viveva da sette anni la sua missione per le sostanze psicotrope nelle calli della capitale olandese. Tutti spendevano i soldi di famiglia che generazioni dopo generazioni gli avi del dottore avevano parsimoniosamente messo da parte commerciando bottoni automatici, armi da fuoco, munizioni, e mine antiuomo. Il dottor Amati sapeva benissimo di avere pensieri meschini nei confronti della moglie e dei propri figli, ma non gli importava niente, lui stesso sapeva di esserne il degno capo famiglia. Adesso a sessantaquattro anni suonati gli interessavano soltanto i suoi appuntamenti. Quelli che da troppo tempo gli condizionavano e onoravano ogni giornata. Esasperato diede l’ultima cucchiaiata al consommè pieno di spezie e lo allontanò dalla vista. La luna di Torino si sporse nella finestra della villa, ma il dottore Amati aveva ormai perso interesse per il paesaggio, e per quella vita, per come la stava vivendo. Non c’era motivo di biasimarsi se non si abitava più nei propri desideri e il corpo stava diventando un orpello da saziare come una bestia da circo. Era ora di finirla una volta per tutte con quella storia. Attraversò lo spazio che lo divideva dal balconcino barcollando, respirò l’aria umida d’inizio estate e iniziò a orinare sul roseto che il gladiatore romeno della moglie pettinava con somma cura. Fu l’ultima volta che pisciò in cielo e in terra. Fu il giorno in cui il dottor Amati morì.
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