Chapter 1
Prefazione
Questa opera dello scrittore Learco è un “saggio” che, a differenza delle opere precedenti, romanzi e racconti, vuole offrire una riflessione sul male, che si manifesta nelle azioni dell’uomo, che una volta era conosciuto attraverso i sette vizi capitali mentre oggi si manifesta sotto altre forme, forse più subdole e striscianti, che strappano l’individuo da quella forma di benessere morale e totale, che ognuno ricerca e a cui tutti anelano.
È diffusa in tutti noi la convinzione che la nostra vita è permeata di azioni, indirizzate al bene o al male, a seconda delle circostanze, spesse volte, create per soddisfare i nostri bisogni reali o ideali.
L’uomo, dal canto suo, non nasce necessariamente incline al bene ma si sforza di essere giusto, retto e onesto per la ragione più antica del mondo: la paura del castigo divino e della dannazione eterna. È, anche, opinione molto diffusa che il male trionfa più spesso sul bene ma, scrutando molto più in lungo e molto più in alto, dobbiamo convenire che il trionfo finale è sempre del bene sul male e che il male ha vita breve mentre il bene è eterno.
Il male, come pure il bene, erano già esistenti nel mondo, prima che l’uomo venisse creato, anche se sembra che apparissero nello stesso tempo, come contrapposizione e come integrazione di un mondo duale.
Leggiamo nelle Sacre Scritture che tra i tanti alberi che Dio aveva fatto spuntare dalla terra dell’Eden, su cui aveva posto l’uomo, si trovava l’albero della conoscenza del bene e del male. Il male era lì, presente, ma l’uomo ne era immune, e là poteva restare per sempre se il suo frutto non fosse stato mangiato. Come tutti gli altri frutti portavano in sé la propria semenza anche il male aveva in sé il proprio seme per la riproduzione, con una differenza: il seme di tutti gli altri frutti ha avuto bisogno soltanto della terra per riprodursi e moltiplicarsi, mentre quello del male ha avuto bisogno di un corpo, e non soltanto di quello del serpente, ma del corpo dell’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio. Se Eva ed Adamo non avessero mangiato il frutto, il male sarebbe rimasto eternamente sterile. Il male c’era ma l’uomo non lo conosceva e non lo possedeva; una volta mangiatone il frutto, divenne non solo conoscitore ma anche operatore del male.
Per fare del bene ognuno di noi deve compiere uno sforzo di volontà per superare la nostra natura, mentre per fare del male basta essere se stessi, basta non fare assolutamente niente.
Learco, nella descrizione dei volti del male, ha scandagliato l’animo umano nella sua più profonda intimità, e utilizzando storie classiche e fatti quotidiani, personaggi storici e uomini comuni, ci ha condotti in un viaggio spirituale, tra i vari gironi dell’inferno dantesco, per riflettere e migliorarci.
Magistralmente ha tessuto il canovaccio della vita, su cui una luce divina interviene per sollecitarci ad essere migliori. Un animo sensibile e nobile coglie le sfumature che Learco ha dipinto, nella descrizione dei sette volti del male, con i colori dell’esistenza quasi come a farci comprendere che non avrebbe senso il bene senza il male, perché è la funzione stessa del male a farci apprezzare il bene; entrambi hanno bisogno l’uno dell’altro per poter esistere e dare un senso a tutte le cose.
Bene e Male sono quindi espressione esteriore di verità più profonde che ci accompagnano fin dalla notte dei tempi, e che indicano lo stretto connubio tra spirito e materia, anima e corpo, uomo e donna, e che rappresentano l’energia stessa che pervade l’universo nei suoi aspetti maschile e femminile, l’aspetto che feconda e quello che genera. Originale è il commento, schietto e sincero dell’autore, nelle riflessioni conclusive. Pone a tutti noi una domanda e contemporaneamente una risposta nel momento in cui, riferendosi ai fatti che si verificano in ogni parte del mondo ricco e opulento, ci fa riflettere su quanto il Male abbia mille volti e mille corpi nei quali manifestarsi e vivere, evolvendo verso forme sempre più feroci e letali.
Elisa Savarese
Presidente dell’Università Avalon
Non volendo erigermi quale censore dei costumi,
quando mi sono apprestato a scrivere la breve
raccolta di racconti che seguono, non mi sono
posto lo scopo d’insegnare nulla a chicchessia.
Le pagine da me vergate sono la descrizione di
una realtà di ciò che, comunemente, cade sotto
l’indicazione di “Vizi Capitali”.
Ognuno è padrone dei propri sentimenti come
lo è del suo modo di essere nonché il sentirsi, o
meno, schiavo dei vizi ai quali si è affezionato.
Questi peccati che sono condannati dalla Chiesa
vengono, oggi, accettati dalla generalità degli
uomini e delle donne al punto da essere divenuti
un abito mentale per molte persone. Privarli dei
loro peccati corrisponderebbe a renderli ignudi
e, forse anche, privi della loro personalità.
Dedico queste pagine ad ogni peccatore, mio
fratello in questo, che non è privo di vizi, ma
ricordo a chiunque le parole di Chi ha avuto,
cristianamente, “pietas”.
Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!
(Learco Learchi d’Auria)
I personaggi inseriti nel presente saggio ed anche l’autore, tal quale si descrive, sono stati ideati dalla fantasia.
Ogni riferimento a persone o a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.