Prologo
Dopo la pubblicazione del suo romanzo “Passioni della mente e vibrazioni del cuore” fu quasi inevitabile accettare il suggerimento della Signora Preside della “Università Avalon” di Castellammare di Stabia, nonché responsabile della “EVA”, la casa editrice degli scritti di Learco. Più che un suggerimento era suonato come un altro “lavoro su commissione”, così come ultimamente accadeva con frequenza.
«Lo sapete che i vostri romanzi “Sotto le stelle della Croce del Sud” ed anche l’ultimo sulle “Passioni della mente”, stanno andando a ruba? Hanno superato, nelle vendite, tutti quanti gli altri» aveva detto , approcciando l’argomento con il solito cipiglio della Manager interessata ai numeri ed i risultati.
«Un successo del tutto casuale dovuto, forse, alla curiosità degli allievi del Corso di Letteratura Moderna e Giornalismo presenti alle mie Conferenze su “Storia, Usi e Costumi dei Brasiliani” dello scorso anno» aveva risposto Learco, alquanto dubbioso di quell’insperato successo editoriale.
«Casuali o meno, se gli allievi hanno ritenuto di parlarne con altri, al punto da promuovere l’acquisto dei due romanzi, vuol dire che l’argomento interessa il pubblico…» aveva, subito, replicato prima che lo scrittore iniziasse a sminuire le proprie capacità, come faceva di solito. Aveva, quindi aggiunto: «…dobbiamo sfruttare l’interesse di questo segmento di mercato e battere il ferro fintanto che è caldo!»
«Non capisco, Signora Preside! Nel primo dei due, ho scritto sulle deviazioni della senilità e nell’ultimo sulle passioni della mente che valicano le barriere temporali. Non saprei, proprio, di che cosa scrivere, ancora» si era schernito Learco, cercando di prendere le distanze da un incarico che sentiva piovergli addosso come una tegola inaspettata.
«Dei vizi della gente! Potreste scrivere qualcosa sui “Sette Vizi Capitali” - gli “Abiti del Male” - come li ha chiamati Aristotele» aveva replicato la Preside che aveva in testa alcune idee ben precise.
«Che cosa c’entra Aristotele?» chiese Learco che, al momento, non rammentava nulla in proposito.
«C’entra… c’entra, eccome! Fate una ricerca, frugate nei ricordi del Liceo e lo scoprirete. Sono convinta che, dopo aver trovato, vi appassionerete all’argomento…» aveva soggiunto l’anziana signora concludendo con una domanda: «…me lo scrivete questo libro sui vizi della gente?»
«Non lo so, devo pensarci, non è il mio genere» aveva concluso, Learco, prendendo tempo ma sperando, in cuor suo, che accantonasse l’idea.
Ciò, purtroppo, non avvenne ed ogni qual volta che aveva occasione di parlarle, la domanda che Learco riceveva era sempre la stessa: “…allora, me lo scrivete questo libro sui vizi della gente?”
Il fatto era che aveva una personalità talmente spiccata che difficilmente le si poteva opporre un rifiuto. Era un’anziana insegnante, partenopea “verace” di Vico Equense, che quando parlava si rivolgeva, compitamente, alle persone dandole del “voi”. Quella del “voi” è una espressione di grande riguardo che, nella napoletaneità del linguaggio, si dà alle persone che più si stimano. Da tutti, nonostante avesse un cognome molto noto nella regione, era chiamata semplicemente “la Preside”. Quando si parlava di lei, poco mancava che ci si mettesse sull’attenti togliendosi il cappello, per chi lo portava in capo. Con quel suo fare manieroso da signora d’altri tempi era capace di infinocchiare chiunque non la conoscesse bene. Chi la conosceva ed aveva a che fare con lei, spesso, la rifuggiva perché sapeva che in un confronto professionale avrebbe dovuto soggiacere, avendo la peggio. La “Presidé”, abbreviazione di presidente, aveva col tempo, perduto l’accento finale ovvero era divenuta la “Signora Preside”. Era colei che dirigeva sia la “Università Avalon” sia la “EVA”, Editrice Virtuale Avalon collegata, con il cipiglio di un moderno manager d’azienda. In tal modo si comportava, e con la sua inflessibilità era temuta da tutti, dentro e fuori l’ateneo che lei considerava essere un suo feudo personale. Di lei, le male lingue, raccontavano cose turche. Pare che in gioventù, nonostante la sua formazione umanistica fosse avvenuta presso l’Istituto Sant’Anna di Sorrento, retto dalle “Suore d’Ivrea”, fosse una femminista, contestatrice antesignana e rompiscatole. Con gli anni aveva imparato a nascondere i lati spigolosi del proprio essere, ma il carattere, si sa che prima o poi esce fuori perché non lo si può cambiare. Ciò non toglie che avesse una mentalità giovane che gli proveniva dall’aver vissuto accanto ai “suoi ragazzi” come amava definire le leve che preparava ad affrontare il futuro nel mondo accademico ed, anche, in quello professionale. Questo fatto la rendeva molto simpatica a Learco che, spesso e volentieri, s’era preso delle libertà verbali, goliardicamente, scherzose. Il gioco durava il tempo di qualche battuta ma, subito dopo, rientrava nei confini di un comportamento corretto ed educato, da… gentiluomo come, la stessa Preside, aveva definito lo scrittore. Più d’una volta s’era lasciata andare, definendo Learco: “…un ragazzaccio troppo cresciuto ed impertinente”. In altre occasioni aveva, invece, asserito: “…è un galantuomo, peccato che dopo di lui, la fabbrica abbia cessato la produzione”. Tra il serio ed il faceto, si era instaurato uno strano rapporto fatto di stima, confidenza, affetto con un pizzico di gelosia, anche se mai nulla era avvenuto tra i due, che continuavano a darsi alternativamente del “voi” e del “lei”.