CAPITOLO TRE – DISTRUTTORE
Nazafareen si tolse i vestiti bagnati e indossò una tunica e dei pantaloni puliti. Era ancora arrabbiata ma, più di quello, si sentiva irrequieta, disorientata. Disprezzava l’idea di starsene seduta senza fare nulla. Victor non le aveva permesso di unirsi alle sue pattuglie per paura che venisse individuata. Non poteva imparare a modellare il legno con una mano sola. E il suo unico vero potere era sia inutile che pericoloso. Come i bracciali, la magia distruttiva attingeva al fuoco. Usarne troppa aveva provocato una fiammata nel suo corpo, un inferno che si era estinto solo quando aveva oltrepassato il cancello di Nocturne.
Ma avrebbe potuto avere altri talenti di cui non sapeva nulla. Si tornava sempre lì. Se non altro, ripristinare la sua memoria l’avrebbe fatta sentire di nuovo integra. Poi avrebbe potuto decidere quale fosse la sua casa: Nocturne oppure il suo mondo.
Nazafareen fissò i pezzi sparpagliati sul tavolo. Era stanca di sentirsi dire cosa fare. Stanca di aspettare che gli altri la spostassero come meglio credevano. Se Darius non le avesse detto la verità, avrebbe trovato qualcuno che lo avrebbe fatto. Non Victor: ogni volta che lo aveva cercato aveva accampato scuse. E a Delilah, la madre di Darius, non era mai piaciuta.
Ma Tethys… avrebbe potuto sapere come stavano le cose.
Nazafareen aveva incontrato la matriarca di House Dessarian solo una volta, quando Tethys era venuta a osservare quella donna mortale che il figlio di Victor aveva riportato indietro con sé. Aveva pronunciato poche parole di benvenuto, chiaramente non sincere, e poi se ne era andata in un turbinio di seta verde. Nazafareen la ricordava alta e snella, con un’abilità di torreggiare che poteva competere con quella di Victor.
Tethys non era più tornata, ma Nazafareen sapeva dove viveva. Così raccolse tutto il suo coraggio e attraversò il bosco verso una valle dove un anello di ginepri fuorusciva come lance dalla terra. Il sentiero conduceva a uno stretto spazio tra gli alberi. Nazafareen lo seguì e si fermò, inalando il profumo di centinaia di piante diverse. Quello doveva essere il giardino notturno di Tethys, anche se sembrava una parola troppo semplice per ciò che aveva creato la donna. Le dita di Nazafareen sfiorarono un groviglio di rampicanti con gemme vellutate e semiaperte, poi si tirarono indietro mentre una spina nascosta le pungeva il pollice. Se lo mise in bocca e assaggiò il sangue. Meglio guardare che toccare, forse. Tutti i fiori erano di colore scuro, lividi: viola melanzana, rosso vino, blu violetto. Le lucciole lampeggiavano nel sottobosco come minuscole lanterne gialle.
Nazafareen trasse un lungo respiro, intimorita da quel luogo che pareva uscito da una fiaba. A prima vista, il giardino sembrava essere stato lasciato crescere in modo disordinato, ma un’ispezione più ravvicinata rivelava la mano di un maestro. Un ordine sottile in quel caos. Nazafareen conosceva tutte le piante e gli alberi delle terre dei Danai che traevano nutrimento dal chiaro di luna. Come facessero era un segreto custodito gelosamente.
Trovò Tethys inginocchiata su un pezzo di terra appena arata, intenta a piantare germogli con lucide foglie a forma di cuore. Tethys aveva gli stessi capelli scuri e il naso da rapace di Victor, e pareva più vecchia di lui soltanto di una decina d’anni, anche se la sua età reale superava di centinaia di anni la longevità di un mortale.
«Mi dispiace disturbarti», disse Nazafareen, sentendosi un’intrusa. «Speravo che potessimo parlare.»
Tethys la guardò, poi accarezzò la terra con mani forti e callose. «Pensi che non sappia dove vai?» La sua voce era polverosa e dura come il letto asciutto di un fiume. «Il portale che hai distrutto è di nuovo protetto. Qualcuno poco fa lo ha raggiunto, e penso che quel qualcuno fossi tu, bambina.»
Nazafareen aveva vent’anni, ma supponeva che Tethys la vedesse ancora come una bambina. I daeva misuravano quelle cose in modo diverso.
Perciò Tethys lo sa. Be’, è ovvio.
«Mi dispiace. Non volevo fare niente di male.»
Tethys passò alla piantina successiva, maneggiandola delicatamente come se fosse un neonato. «Se ci passassi attraverso, potresti non tornare più.»
«Non desideravo andarmene. Volevo solo vederlo. E non ho mai avuto intenzione di mandare in frantumi i tuoi sigilli.» Nazafareen ci pensò su, poi aggiunse mestamente: «O forse sì. È proprio questo il problema. Non riesco a ricordare.»
Tethys sospirò. «Vieni, aiutami. Non posso parlare con te in questo modo. Mi verrà il torcicollo.»
Nazafareen si inginocchiò a terra accanto a lei.
Tethys sollevò una piantina. «Questa è feverbane. I semi sono utili per aromatizzare il vino o curare i cattivi umori nel sangue. Prendila.»
Nazafareen accettò la piantina con mano riverente. Realizzò un buco nel suolo con un dito, poi coprì le radici e premette saldamente il cumulo di terra attorno alla fragile pianta. Tethys annuì in segno di approvazione.
«Vorrei farti alcune domande, se sei d’accordo.»
Tethys le lanciò un’occhiata di sbieco. «E se non lo fossi?»
«Te le farò comunque.»
La donna Danai sorrise, una debole contrazione delle labbra sottili. «Va’ avanti, allora.»
«So che hai contribuito a costruire i sigilli che ho infranto. I miei ricordi sono stati cancellati? O semplicemente chiusi da qualche parte?» Nazafareen esitò, temendo la risposta. «Possono essere ripristinati?»
Tethys raccolse un’altra pianta e la tolse dal vaso. «Una cosa del genere non è mai accaduta. Ma ti ho esaminato abbastanza bene prima che ti svegliassi, quando Darius ti ha portato qui.»
«Sì, me lo ha detto. Ha detto anche che non potevo essere curata.»
«E questa è la verità.»
Il cuore di Nazafareen precipitò.
«Non da me, almeno», aggiunse Tethys.
«Da chi, allora?»
Tethys le lanciò un’occhiata dura. «Sei sicura di volerlo sapere? Alcune persone potrebbero vederlo come un dono. Un’occasione per ricominciare a vivere senza il peso del rimpianto.»
Nazafareen scosse il capo. «Se ho dei rimpianti, sono miei. E come posso trarne un insegnamento se non so quali sono? No. Voglio sapere la verità.» Esitò. «Darius ha parlato di me?»
«Se mi stai chiedendo se sono a conoscenza dei segreti che custodisce, la risposta è no. Darius non si confida con me. Sarà anche mio nipote, ma ci conosciamo a malapena.»
«Allora chi può aiutarmi?»
Tethys considerò la domanda per un lungo momento. «I Marakai sono i guaritori più potenti tra noi. L’acqua è l’essenza della guarigione e quello è il loro dono. Possono compiere meraviglie, ma stiamo parlando di ferite fisiche. La tua ferita è nella mente.»
«I Marakai. Intendi i daeva del mare?»
Tethys annuì.
«Ma potrebbero conoscere un modo?»
«Può darsi. Chi può dirlo?»
«Penso che dovrò andare a chiedere a loro, allora.»
«Inviamo una delegazione sulle rive del White Sea due volte all’anno, per commerciare. Immagino che la prossima volta potresti andare anche tu.»
Nazafareen represse la sua impazienza. «E quando sarà?»
«Altri tre cicli di Selene», disse Tethys placidamente.
«Così tanto?»
Tethys la guardò, incuriosita. «Magari è tanto per te.» Il suo tono si fece più tagliente. «Hai delle lamentele riguardo al tuo trattamento? Siamo una compagnia così misera?»
«Niente affatto», si affrettò a rispondere Nazafareen. «E ti ringrazio per l’offerta. Immagino che allora dovrò aspettare.»
Piantarono l’ultimo germoglio. Tethys si alzò in piedi, pulendosi la terra dalle mani. Si rivolse a Nazafareen. «C’è altro?» domandò con un tocco di asprezza.
«Cosa sai della magia della distruzione?»
«Nello Tjanjin la chiamano huo mofa. È un’abilità rara e pericolosa persino per chi la usa. Ma immagino che tu lo sappia già.»
«Ma da dove viene? C’è un modo per usarla in sicurezza?»
Tethys la guardò con compassione. «Non conosco la risposta alla prima domanda. Per quanto riguarda la seconda… meglio non toccarla affatto, non credi?» Rivolse lo sguardo al sentiero nel bosco. «Adesso farai meglio a tornare indietro, bambina. E in ogni caso non dovresti andare da sola.»
Nazafareen represse un sospiro e la salutò.
È la stessa cosa che mi hanno detto tutti.
* * *
Si affrettò lungo il sentiero buio, persa nei suoi pensieri. Darius sarebbe andato con lei dai Marakai? L’avrebbe supportata? In ogni caso sarebbe partita.
Nazafareen aprì la porta e cercò a tentoni il piolo. La luce della luna si riversava dentro in un ampio spicchio attraverso la finestra. Sentiva un odore, qualcosa di strano e freddo, come l’aria poco prima che nevichi. Ciò nella foresta dei Danai accadeva raramente – la loro magia impediva al gelo di formarsi nonostante l’assenza del sole – ma a volte si scatenava una tempesta proveniente dai monti dei Valkirin che era troppo forte perché i daeva potessero deviarla.
Quindi udì il leggero scricchiolio di una sedia. Dunque Darius era tornato. Be’, in tal caso gli avrebbe parlato subito. Aspettare non aveva senso. E se lui avesse detto di sì, forse sarebbero potuti partire subito.
Nazafareen utilizzò l’aria e accese il cristallo lumen… e si bloccò.
Un uomo sedeva alla sua tavola, ma non era Darius. Aveva lunghi capelli d’argento e una faccia da volpe. Gli abiti di cuoio bianco ornati da pelliccia lo ricoprivano dalla testa ai piedi. Una lunga spada intarsiata di gioielli gli pendeva al fianco. Reggeva l’astrolabio tra le sottili dita pallide.
«Ciao mortale», disse.
Nazafareen aprì la bocca per rispondere e scoprì di non riuscire a respirare. Qualcosa le stringeva i polmoni in una morsa fredda.
Lo sconosciuto si alzò e le si avvicinò, accigliato. Si muoveva con la grazia predatoria di un daeva, ma non era un Danai. Non con quegli occhi di ghiaccio.
Mi hanno trovato.
«Sei così giovane», mormorò l’uomo, studiando il suo viso con luminosi occhi verdi. Un’ombra di disagio gli attraversò i lineamenti. Poi il suo sguardo cadde sul moncherino e si indurì. «Tu sei il Distruttore che ha bruciato il mio clan.»
Nazafareen sentì il rumore di una spada che lasciava il fodero. Puntini neri le danzavano davanti agli occhi. L’aveva bloccata come aveva fatto il serpente.
Quanto era forte! Sentiva vagamente che stava usando l’aria per trattenerla, per imbavagliarla. Semplice aria, eppure pareva dura come marmo. Frenetica, guardò la sua spada. Era contro il muro, vicino alla porta. Nazafareen si sforzò e l’arma cadde, poi cominciò a scivolare lentamente sul pavimento.
Il Valkirin aveva un’espressione divertita. «Adesso non puoi farmi del male, vero?» Raccolse la sua lama. Di nuovo, Nazafareen vide un’ombra di rimpianto attraversargli il volto, rapidamente soffocata. «Giuro di fare in fretta. Sarà una morte più rapida di quella che hai dato ai miei cugini.»
La porta della stanza si spalancò con uno schianto, quasi strappandosi dai cardini per la violenza. Darius si precipitò dentro. Il suo sguardo glaciale discese sul Valkirin. La magia della terra risuonò in una marea scrosciante e rovente. Il suolo si sollevò sotto i piedi di Nazafareen, zolle di terra che si sparpagliavano verso l’esterno. La rete d’aria che la stringeva cadde. Lei tossì, la mano sinistra alla gola. Il Valkirin si lanciò attraverso la finestra. Darius lo seguì.
Nazafareen afferrò la spada e barcollò fuori dalla porta. I due daeva sfrecciarono attraverso i boschi, le bianche vesti dell’assassino a risplendere nell’oscurità. Sentì un fragore davanti a sé e superò un crepaccio frastagliato dove la terra si sgretolava in una profonda voragine, le punte candide delle radici degli alberi che spuntavano come enormi vermi.
Alla fine li raggiunse. Il Valkirin era intrappolato su un’isola di terreno solido larga non più di dieci piedi. Darius era dall’altra parte del crepaccio. Un rivolo di sangue gli colava dal naso, il prezzo da pagare per aver operato su tutta quella terra. La sua faccia avrebbe potuto essere scolpita nel granito.
«Non lascerai queste terre», disse con una furia strettamente controllata. «Rinfodera la lama.»
Il Valkirin abbassò leggermente la spada ma non la mise via. «Lascia che la uccida», lo pregò. «È meglio così. Per il tuo popolo e per il mio. È un pericolo per tutti noi.»
«Chi ti ha mandato?» ringhiò Darius. «È stato Culach?»
L’assassino strinse i denti mentre le dita si spezzavano come ramoscelli. Passò la spada nella mano destra.
Nazafareen corse verso Darius. Sentì delle grida mentre tra i daeva si spargeva la voce dell’attacco. Forme scure saettavano attraverso gli alberi.
«Porto un messaggio da Val Moraine», annunciò il Valkirin con voce squillante. «Gli Avas Danai danno rifugio a un’assassina. Se non la consegnate a…»
Darius attraversò il divario tra di loro in un unico balzo. «E io ho una risposta.»
Nazafareen gli gettò la spada e il daeva afferrò l’elsa rotante appena in tempo per parare la lama del sicario. Non si girarono attorno con cautela. Non testarono le rispettive difese. Si accanirono l’uno sull’altro, una lama di bonewood e l’altra di ferro. L’assassino era bravo, ma Darius lo era di più. Centimetro dopo centimetro, spinse il Valkirin verso la voragine che si apriva alle sue spalle.
Quindi l’assassino si rivolse a Nazafareen. Il terreno cedette sotto i talloni del Valkirin mentre attingeva all’aria e la scagliava contro di lei. Nazafareen lanciò un grido di sorpresa mentre l’onda d’aria la sollevava da terra e la faceva volare all’indietro.
«Nazafareen!» gridò Darius.
Atterrò appena in tempo per vedere l’assassino dare un feroce calcio al ginocchio di Darius. Il Valkirin alzò la spada, abbattendo l’elsa sul cranio dell’avversario. Nazafareen sentì il crack della frattura. Il sicario sollevò di nuovo la spada, questa volta per infliggere il colpo di grazia, quando una freccia nera gli si conficcò nel petto.
Nazafareen si girò e vide Galen tre passi dietro di lei, con l’arco tra le mani, gli occhi spalancati.