CAPITOLO TRE – DISTRUTTORE-2

1608 Parole
L’assassino cadde all’indietro, il velo della morte che scen­deva sui suoi lineamenti da volpe. Il sangue gorgogliava attor­no alla freccia nel torace. In qualche modo riuscì a mettere in­sieme la forza di parlare… con lei. «O muori tu», ansimò, fis­sandola con disgusto. «O moriranno tutti.» Quelle parole produssero increspature attraverso la folla dei daeva. Victor saltò attraverso il crepaccio frastagliato e infilzò la spada nel cuore del Valkirin. Nazafareen corse verso il dirupo, ma era troppo ampio e pro­fondo perché potesse attraversarlo. Darius giaceva disteso a terra. Il sangue gli impregnava i capelli, una macchia nera al chiaro di luna. Avvertì una staffilata di puro terrore fino a quando non vide il suo petto alzarsi e abbassarsi. «Non toccarlo!» Tethys si affrettò verso di lui. «Non deve essere spostato, non fino a quando non gli avrò dato tutta la guarigione che posso offrirgli.» Tethys balzò oltre la voragine e si inginocchiò accanto a Da­rius. I suoi occhi si fecero distanti. Nazafareen sentiva com­plessi fili di potere che si intrecciavano attorno a entrambi. «Cos’è successo qui?» Nazafareen si voltò e vide Delilah, la madre di Darius, che avanzava a grandi passi. Non assomigliava al figlio se non per gli intensi occhi azzurri. Era sempre stata magra al punto da es­sere emaciata, ma Nazafareen sospettava che fosse più forte di quanto sembrasse. Delilah non era mai venuta a trovarla. Era ovvio che non amasse i mortali. «Ho trovato il Valkirin in casa mia», spiegò Nazafareen. «Stava per uccidermi quando è arrivato Darius. Lo ha inseguito e poi… hanno combattuto.» Delilah le scoccò una lunga occhiata. «Sei ferita?» «No, sto bene.» Victor fece allontanare la sua sposa. Parlarono a bassa voce. Lo sguardo imperscrutabile di Delilah si posò su Nazafareen. Be’, se non mi odiava prima, di sicuro mi odia adesso. Quando Tethys diede il segnale, due Danai portarono una lettiga e delicatamente spostarono Darius su terreno solido. Tutta la precedente furia di Nazafareen si dissolse in lacrime pungenti che si asciugò rabbiosamente con la manica. Li seguì mentre lo trascinavano a casa di Galen, la più vicina. Tethys si sedette al capezzale di Darius e gli prese il viso tra le mani, mormorando tra sé e sé. Darius si mosse debolmente, le palpebre che sbattevano. La sua faccia si rilassò nel sonno. «Avrà bisogno di parecchio riposo», disse Tethys. Sembrava lei stessa esausta. «Non so quando si sveglierà.» Nazafareen sentì il suo cuore rilassarsi un po’. Darius sareb­be vissuto. Victor si passò una mano tra i capelli scuri. «Questa offesa non può rimanere impunita, Tethys. Hanno violato i nostri con­fini e hanno quasi ucciso mio figlio. Ti avevo avvertito che sa­rebbe successo. Avremmo dovuto agire molto tempo fa.» Tethys si tirò su. «Sei stato via per più di duecento anni, Vic­tor», disse lei in tono piatto. «Le cose sono cambiate.» «Ma davvero?» Victor sogghignò. «A me sembrano esatta­mente uguali. I Valkirin alle nostre gole e House Dessarian che non fa niente per contrastarli.» «Come osi?» sibilò Tethys. «Mi hai lasciato il tuo… casino da affrontare, cosa che ho fatto. Ma non hai il diritto di mettere in dubbio il mio modo di gestire la casata.» «Pace, madre, mi dispiace se ti ho offesa», disse Victor, an­che se riusciva comunque a sembrare arrogante. «Ma hai senti­to cosa ha detto. Se non cediamo Nazafareen, ci attaccheranno. È in ballo la sopravvivenza della nostra casata.» Sembrava sul punto di perdere la pazienza in modo catastrofico. «Sappiamo chi c’è dietro. Lascia che sia io a occuparmi di questa cosa.» Tethys esplose in una risata priva di divertimento. «So come gestisci le cose, Victor. Come un toro scatenato.» «E tu cosa faresti?» Lo sguardo predatore di Tethys cadde su Nazafareen. «Torna a casa tua, ragazzina», disse bruscamente. «Questa è una fac­cenda dei Danai.» Nazafareen si preparò alla battaglia. Non mi farò trattare come una bambina, nemmeno da que­sta donna antica e potente. Facciamole vedere che questo co­niglio ha i denti. «Mi riguarda», disse Nazafareen in tono piatto. «Ho il diritto di sapere cosa intendete fare.» Tethys aprì la bocca per rispondere quando Victor si avvici­nò e le mise una mano sul braccio. «Ha ragione», disse piano. «Non ha molto senso tenere se­greti adesso.» Inarcò un sopracciglio. «A meno che tu non in­tenda darla in pasto ai lupi.» Tethys increspò le labbra sottili. «Dammi un po’ più di fidu­cia», sbottò. «Va bene, può rimanere. Ma dovrà stare zitta.» Nazafareen sapeva che non era il caso di mettersi a discutere su quel punto. Si sedette sul pavimento ai piedi del letto e cercò di farsi piccola, il che non era difficile. «Come stavo dicendo», continuò Tethys, «sembra che tu ab­bia dimenticato il fatto che hanno Mina. Noi abbiamo Ellard. Lo scopo di avere degli ostaggi è mantenere la pace. Finora ha funzionato.» «Ha funzionato?» Victor rise senza allegria. «Hanno appena mandato un assassino a uccidere Nazafareen in casa sua. Se­condo te non è una violazione della pace?» Nazafareen coprì un sorriso. Tethys aveva ragione – Victor sbuffava e muggiva e non gli importava di chi calpestasse sotto i suoi zoccoli – ma le piaceva che fosse dalla sua parte. «È più complicato di ciò che sai, Victor», disse Tethys sotto­voce. «Cosa mi hai tenuto nascosto?» «Negli ultimi due anni, alcuni di noi sono scomparsi. Spariti nel nulla.» Il viso cupamente bello di Victor si accigliò. «Quanti?» «Quattro. Due da House Dessarian, un fratello e una sorella, e uno da House Martinec e House Kaland. Erano andati a per­lustrare i boschi all’estremo sud. Avrebbe dovuto essere un viaggio di non più di una settimana. Quando dopo due non sono tornati, gli esploratori sono andati alla loro ricerca. Non è stata trovata alcuna traccia.» Lanciò un’occhiata a Darius e gli rimboccò la coperta intorno alle spalle con mano gentile. «E prima che inizi a lanciare accuse, anche cinque Valkirin sono spariti… e ciascuno viaggiava da solo. Ci siamo dati la colpa a vicenda fino a quando non è stato chiaro che abbiamo entrambi subito delle perdite.» Victor fece un lento respiro. Il pavimento scricchiolò sotto la sua mole mentre percorreva la stanza. «Come hai potuto tener­melo nascosto?» «Perché non mi fido di te, potresti fuggire di nuovo», disse Tethys con calma. «Se qualcosa sta davvero dando la caccia ai daeva, i clan devono restare uniti. O almeno non iniziare una guerra.» «Sono d’accordo», disse Delilah. Era la prima volta che apriva bocca. «Tu non conosci i Valkirin…» ringhiò Victor. Delilah lo interruppe. «Non sto suggerendo di non fare nulla. Ma tua madre ha ragione. Un’azione intrapresa con rabbia e fretta sarebbe un errore.» Tethys offrì a Delilah un cenno di approvazione. «Faresti bene ad ascoltare la tua donna, Victor. Sembra avere un mini­mo di buonsenso. Mi fido dei Valkirin? Ovviamente no. Sono subdoli e spietati. La violenza è nel loro sangue. Ma Val Mo­raine potrebbe aver agito da sola. Halldóra di Val Tourmaline è la più ragionevole del gruppo. Le manderò un messaggio stase­ra. E poi dobbiamo convocare le Matrium. Le altre casate de­vono essere messe al corrente della situazione. Riguarda tutti noi.» «Allora fa’ in fretta», suggerì Victor. «Una volta che Culach saprà che il tentativo è fallito, invierà altri a finire il lavoro.» Lanciò un’occhiata a Nazafareen. «Il Valkirin ti stava aspettan­do?» Lei annuì. Victor si passò una mano sulla mascella. «Come faceva a sa­pere in quale casa andare? E come ha scoperto che eri qui, poi?» Tutti tacquero. Nazafareen evitò i loro occhi. Tethys lo sape­va già… e, be’, supponeva che anche gli altri avessero il diritto di saperlo. «Ieri ero nella foresta», ammise Nazafareen, la vergogna che le faceva bruciare le guance. «So che non sarei dovuta uscire da sola.» «Non saresti dovuta uscire affatto», mormorò Delilah, lan­ciandole un’occhiata funesta. «Sono d’accordo», disse Tethys, secca. «Ma la ragazza non ha colpa. Se lo scout dei Valkirin l’avesse vista, l’avrebbe ucci­sa seduta stante. Avrebbe potuto coprire metà del percorso ver­so le montagne prima del ritrovamento del corpo. Ha corso un grosso rischio entrando nel cuore dell’insediamento, e ne ha pagato il prezzo.» Socchiuse le palpebre. «No, non ha senso. Lo hanno scoperto in un altro modo.» «Vuoi dire che qualcuno glielo ha riferito?» domandò Vic­tor. «Non lo so.» Tethys sospirò. «Abbiamo tenuto segreta la sua presenza alle altre casate dei Danai e pochi conoscono l’intera portata di ciò che ha fatto. Ma i segreti hanno una certa capaci­tà di sgusciare allo scoperto.» «Che ne dici di Ellard? È il sospetto più ovvio.» Nazafareen lo aveva visto, una volta, mentre camminava con Galen nella foresta. Entrambe le lune erano piene e i suoi ca­pelli d’argento risaltavano come un faro nell’oscurità. Con il cuore che batteva all’impazzata, aveva corso fino a casa di Darius. Poi aveva scoperto che Ellard viveva nell’insediamento. Era stato scambiato come ostaggio per la madre di Galen tanto tempo prima, e cresciuto a House Dessarian. «Ellard è legato da sigilli», spiegò Tethys. «Potenti. L’ho fatto non appena è arrivato. Se avesse intrapreso un’azione contro di noi – con parole o fatti – lo saprei.» «E comunque non lo farebbe», intervenne rapidamente Ga­len. «Passo molto tempo con lui. Lo conosco. Non è stato El­lard, ve lo garantisco.» «È possibile che una spia abbia superato le tue sentinelle, Victor», disse Tethys. «A quanto pare questo assassino non ha avuto problemi a farlo.» Victor grugnì. «Intendo scoprire chi era di turno stasera. An­dremo fino in fondo a questa storia.» «E il corpo?» chiese Delilah. «Ci sono erbe per preservare la carne contro la decomposi­zione, almeno per un po’», replicò Tethys. «Mi assicurerò che sia fatto.» «Useremo il cadavere come moneta di scambio», disse Vic­tor in tono deciso. «I Valkirin tengono molto ai loro caduti. Ho sentito dire che nelle montagne hanno catacombe che risalgono a mille anni fa. Una città dei morti. Lo rivorranno indietro.» Nazafareen si chiese se i Danai restituissero i loro defunti alla terra. Nessuno era morto da quando era lì, perciò non avrebbe saputo dire quali fossero i loro riti. Ma non la sorpren­deva che i Valkirin preferissero il freddo abbraccio della pietra. Avevano un aspetto glaciale, con i loro capelli d’argento e la pelle bianca. Immaginava file di pallidi guerrieri disposti nell’oscurità delle ossa della terra. «Ellard dice che si chiamava Petur», intervenne Galen. «Che è di Val Moraine.» «Certo che viene da lì.» Victor sembrava irritato. «Chi altri potrebbe esserci dietro a questa storia, se non Culach?» Il modo in cui aveva pronunciato il nome – come un’impre­cazione – rivelava un acceso odio che era stato coltivato per anni, secoli persino. Nazafareen si domandò quale fosse il mo­tivo originale. Culach. Lo ricordava nel Dominio. Era grande e spaventoso, ma l’aveva portata con sé quando si era ammalata. Allora non ave­va paura di lui. La paura era arrivata dopo, quando avevano ol­trepassato il cancello. Lui era… cambiato. Fiamme gli brucia­vano negli occhi. La cosa dentro di Culach avrebbe voluto prendere anche lei, ma Nazafareen l’aveva respinta nello stesso abisso senza luce da cui era provenuta. Il ricordo le fece venire la pelle d’oca sul­le braccia. Aveva pensato che Culach fosse morto, ma sembrava che le cose defunte riuscissero comunque a tornare indietro, non im­portava quanto fosse profonda la fossa.
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