CAPITOLO OTTO – OMBRA E FIAMMA Culach spalancò gli occhi, un brivido a percorrergli il corpo madido di sudore. Gettò via le pellicce umide e andò a tentoni vicino al letto. La mano si chiuse sulla brocca d’acqua che gli aveva lasciato Mina. La svuotò in sei sorsi convulsi. Aveva la gola secca e riarsa, come se avesse strisciato per cento leghe attraverso le terre desolate di Solis. Doveva essersi addormentato. L’ultima cosa che ricordava era Mina seduta al suo posto, intenta a canticchiare una dolce e lugubre melodia. Culach era molto sensibile alla sua presenza e sapeva che se n’era andata. A pochi passi di distanza, oltre la barriera d’aria, infuriava un vento onnipresente. Gemeva contro la fortezza come uno spirito irrequieto, dita fredde alla ricerca di qualsiasi fessura nella pie

