Annuì, continuando a sorridere. — Perfetto. Siediti, faccio portare il caffè. Mi sedetti. Un domestico apparve come per magia, versò il caffè nella mia tazza. Lo ringraziai con un cenno del capo. Mangiammo in silenzio. Damian leggeva il suo giornale, sfogliando le pagine con calma. Io fissavo la mia tazza, vedendo solo il riflesso distorto del mio viso nel liquido scuro, come in uno specchio d'acqua torbida. Ma nella mia testa, i pensieri turbinavano come foglie al vento. Era lui. Ne ero sicura. Era lui che era entrato. Era la sua mano sui miei capelli. Il suo tocco sulla mia guancia. E ora mi sorrideva come se niente fosse successo. Era peggio di tutto. Peggio della violenza, peggio della rabbia, peggio del terrore. Quel sorriso, quella normalità, quella capacità di fare come se...

