— Non merito niente. — Invece sì. Meriti che ti vedano. Non il mostro, non l'infermo, non lo scarto. Te. Quello che sei veramente. Silenzio. Poi, così piano che dovetti tendere l'orecchio, trattenere il respiro: — Non so nemmeno più chi sono. Mi alzai, mi avvicinai alla porta. Prima di uscire, dissi: — Allora lo scopriremo insieme. Se vuoi. Se mi lascerai provare. Uscii, richiusi dolcemente la porta dietro di me, con la delicatezza di chi chiude la porta di una camera dove qualcuno sta morendo. Nel corridoio, mi ci appoggiai, chiusi gli occhi. Il mio cuore batteva troppo forte, le mie mani tremavano. La pelle mi pulsava come se avessi corso una maratona. Ma almeno avevo fatto qualcosa. Almeno non ero rimasta in silenzio. Almeno non avevo lasciato che quelle parole lo uccidessero de

