SECONDO CAPITOLO
In effetti se lo ricordava diverso. Il Carlo Mereghetti di quinta liceo era un giovanotto più che belloccio. Un ganzo senza brufoli sulla fronte e una chioma di capelli biondi, così fluenti da somigliare alla Barbie. Le ragazze lo rincorrevano come si insegue la scia di un buon profumo. Feromoni. In più gli girava del grano in tasca che, in genere, per certe sottane è un’attrattiva irresistibile. Via un filarino sotto un altro. Mosche sul miele... E per il resto dei moscerini... Seghe. Sarà che il resto degli adolescenti, Dante compreso, erano ancora cessi grezzi con l’espressività e il carisma di un paracarro.
Quello che gli si para davanti, invece, mostrando di averlo riconosciuto nonostante gli anni trascorsi... Cribbio... Quello è suo nonno! Delle apollinee ciocche dorate sono rimaste tracce di stoppa da idraulico sulle tempie. Il resto è una piazza lustra come un uovo di stegosauro, se non fosse per quel riporto più orribile che evidente.
«Mereghetti?! Carlo?...» balbetta sbigottito, quando se lo ritrova a un passo.
«Eh... Beh! Cosa vuoi... Gli anni passano,» gli rimbalza quell’altro, disincantato.
«Eh cazzo! Ma per te ne sono passati il doppio!»
La gomitata che Mercedes gli piazza alle costole certifica la volgarità del complimento.
«Sempre il solito, tu! Eh? Come ti chiamano nel giro? Dante Pedante... Avrebbero dovuto soprannominarti Perfido!» Quindi si lascia andare ad una grassa risata, lanciandosi in un abbraccio. Una galanteria di baciamano riservata alla mora con susseguente occhiolino d’apprezzamento all’accompagnatore. Proprio vero che pur perdendo il pelo...
«Cosa vuoi mai Ferrero?... Gli anni passano e i capelli cadono,» riconosce, lisciandosi la calvizie con il palmo.
«Oh... Mereghetti... A voler vedere anch’io ho qualche capello che soffre di vertigini,» prova a scusarsi.
«Beh... Allora!... Si entra?» li invita, troncando sull’istante le nostalgie. «La signora Piera ci ha riservato un tavolo e il meglio della sua cucina.»
«Come sono messi a vini?» s’informa Ferrero.
«Ottimamente! Perché?»
«Se non si offendono avrei da proporre io qualche buon rosso per l’innaffiatura,» suggerisce Dante con l’aria del consumato intenditore. «Tra l’altro lo producono qui a due passi, sulle colline sopra Godiasco.»
La ristoratrice li riceve facendoli accomodare ad un tavolo d’angolo, vicino alla finestra che affaccia sul giardino. Fuori, il sole è ormai completamente tramontato, abbandonando in cielo un’esile striscia giallo canarino che sfuma nella volta color notte. S’intravede vespero spuntare dietro la tendina di cotone traforato.
Dante controlla l’orologio al polso segnare le otto meno un quarto.
Oro di Bologna. Però il suo Tolex, falso come una moneta da tre euro, funziona come l’originale. Certo non è il Patek Philippe con quadrante fasi lunari e cinturino in alligatore che sfoggia l’amico. L’occhio esercitato del reporter, perfezionato dall’astuzia del detective, è caduto lì.
Chissà che lavoro fa il Mereghetti per mantenersi così sopra le righe? ’Sto borghese. La sua collaborazione con il quotidiano è saltuaria... Poi a spanne. Non è che a fare il cronista uno si possa permettere la bella vita. È già un miracolo tirare a campare. Capiterà di chiederglielo. Così. Tra il primo e il secondo, o tra dolce e caffè. Ai tempi di scuola, ricorda, che fresco di patente, il Mere si trombava una valanga di ragazze portandosele a spasso col Pagoda del padre avvocato. Modello del ’71, verde bottiglia, decappottabile. Magari di mestiere fa l’ereditiero, pensa tra sé.
***
Il carpaccio di varzese con scaglie di Lagone del Brallo era una delizia, ma i tajarin al sugo di stufato lo hanno superato.
Nemmeno ha dovuto fare il sommelier quando, aperta la carta dei vini, ci ha subito trovato quello che cercava. Bonarda Boisè e un Infernot Cabanon che in autunno è la morte sua, con quel vellutato aroma di frutta matura. Sentori di prugna, lampone e melograno seguiti da fragranze di mirtillo, ciclamino, amarena e accenni di tabacco e vaniglia. A volte uno si sente di poetare come un vate davanti a un calice di questo nettare. Mercedes, invece, lo scambierebbe per alcolista nel sentirlo sciorinare certi vagheggiamenti, perciò si gusta il vino e tace, in attesa degli involtini di manzo con pinoli e uvetta.
La chiusura è un bonèt al cucchiaio accompagnato dalle bollicine di un moscato d’uve rosa e bianche. Semifreddo allo zenzero per Mercy.
Ma ancora non si è parlato della battona, e del perché il Mereghetti, di questa morte, sembra volerne fare una ragione di Stato.
Gli verrebbe da strofinare un amuleto e sperare che la cena non comporti il segno meno su un conto bancario già in asfissia cronica. Mercedes, che digerisce tutto tranne queste uscite da magnate del petrolio, lo guarda ombrosa.
«Allora, Carletto...» attacca, mentre migra il bancomat nelle graziose mani della cameriera, augurandosi che il POS non lo bocci per scarso rendimento «Ancora non ci hai detto il motivo di questa tua curiosità investigativa... Come mai ti interessa la colombiana scovata gambe all’aria nel roseto?»
«Già sai delle sue generalità?» si stupisce.
«È dalle elementari che ho imparato a leggere...»
«Ci sono particolari che mi suonano strani,» riprende quello.
«Non è la prima puttana, spiace dirlo, e non sarà neanche l’ultima, che fa quella fine,» motiva un impassibile e cinico Ferrero. «Adesso perché non sono mai successe cose del genere a Voghera, non significa che sia necessario rizzare subito le antenne... Se ne saprà occupare benissimo chi di dovere.»
«Però hai detto bene,» replica Mereghetti, fissando il banco bar in attesa che gli recapitino l’amaro.
«Che significa?» scatta prontamente Mercedes.
«Significa che in effetti non è la prima.»
«Calma Carletto! Il vino a volte gioca di questi scherzi. Fa vedere doppio... Cosa intendi con: “Non è la prima?”» s’intromette Dante.
«Voglio dire che l’abbinata poteva passare inosservata perché la prima è successa tempo fa... Per giunta non a Voghera. Neanche nel circondario. Bisogna spostarsi su... A Cigognola. Sulla provinciale 46 che da quel comune porta a Pietra De Giorgi, nei pressi di una stradina che s’infila in un bosco vicino al paese... »
«E tu che ne sai?»
«Io, a differenza di altri, su “la Provincia” mica ci scrivo solamente... Quel poco che ci scrivo... Però la leggo sempre attentamente. Ho buona memoria e so combinare le sfumature.»
«Le sfumature... eh?!» ripete dubbioso Ferrero.
«Alcuni particolari...» evade.
«Ma guardalo! Adesso fa il misterioso. Prima ci interpella e poi la tira lunga.»
Subodorando un incontro del tutto inutile, evita di sottolineare della cena a sbafo per timore di una seconda gomitata al costato. È andata com’è andata.
«Non escludo che De Martini stia già seguendo una sua pista e abbia legato insieme alcuni dati combacianti sulle due morti...»
«Alt! Prima di tutto si va per ordine: A) Chi sarebbe questo De Martini? e B) Di quale minchia di dati combacianti vai parlando?» s’infervora Ferrero «Scusa la franchezza!»
«No. Scusa. Scusate! È che hai ragione. Avete ragione voi.» Cerca di giustificarsi alzando il palmo delle mani a mezz’aria. «Dimenticavo che non siete del posto...»
«Ecco. Bravo. Metti le cose in fila per tre, col resto di due! Chi cacchio è De Martini?»
«Il comandante la compagnia C.C. qui in città. Capitano Fulvio De Martini.»
«Il pari grado del nostro Lodetti sulla piazza di Tortona,» suggerisce sottovoce Ferrero all’orecchio di Mercedes. «Ti pareva che prima o poi non tornassimo a strofinarci naso naso con la Beneamata Arma.»
«Con degli omicidi di mezzo con chi ti aspettavi di avere a che fare? Forse con il Gabibbo?» sogghigna alla banalità di Dante. A volte le ovvietà del suo uomo, e la naturalezza con cui escono di bocca, sono talmente imbarazzanti da indurla a preoccuparsi.
«E... Invece quando parli di sfumature...» torna a rivolgersi a Mereghetti che sta seguendo la scenetta divertito, senza nemmeno cercare di nasconderlo.
Dante lo intuisce e si interrompe infastidito. Lo squadra per poi riprendere prima che l’altro prosegua: «Mereghetti, tu sei sposato? Fidanzato?»
«Che c’entra?» risponde stupito «Comunque né l’uno né l’altro... Single. Fieramente single.»
«Ho capito! Zitello! Poi si dice “Fortunatamente single!” tutt’al più “Finalmente single!”» gli mesta brusco Ferrero. «Se è così, allora certe cose non le puoi capire... Va’ pure avanti.»
«Avanti cosa?»
«I particolari... Le sfumature, sansepolcro!» digrigna sui molari «Per cosa cappero ci hai interpellati?»
«Comincio con il raccontarvi di questa Lourdes... Lourdes Velasco... rinvenuta cadavere a pochi metri dal castello.» attacca didascalico Mereghetti «Non è che per caso hai da offrirmi una sigaretta?!»
Porca...! Adesso è chiaro come ci si permette certi orologi! Pensa tra sé Ferrero. Prova a scroccare anche tu cene e sigarette e poi vedi se a fine anno non ti comperi un Patek Philippe?! Questo è stretto di portafogli come il culo di un limone stitico.
Un colpetto al fondo del pacchetto e gli striscia sotto il naso una Gauloises con filtro: «Prego! Ma ricordati qui dentro non si può fumare.»
«Infatti non fumo... Mai fumato in vita mia. Era giusto per avere qualcosa da fare.»
Ferrero deduce che la troppa figa in gioventù, sommata alla sua astinenza in età adulta, procura effetti devastanti sulla psiche umana. Inizia a sospettare che il delirio mentale del Carletto sia anche il motivo di queste sue supposizioni e dei dati combacianti di cui dovrebbe parlare ma non parla. Una serata buttata via, proprio quando lui, invece, il problema di ficcarsi in un letto a rilassarsi con un soffice triangolo di pelo, proprio non ce l’aveva. Guarda di sottecchi Mercedes, le sorride sornione, e già calcola tempi e modi per poter recuperare. Per una sorta di legge del contrappasso postuma, ora è il Mereghetti, quale ex tombeur de femmes ormai in disgrazia, quello che si fa le pippe. Effetti collaterali dell’alopecia. Oppure è uno che va a puttane, per cui sembra essere rinomata la città. E sia mai che non conoscesse questa benedetta Lourdes, i cui particolari della morte e il suo interessamento, guazzano ancora sconosciuti nella pia madre del pirla che si trova davanti. L’ultracoglione che non fuma ma che gli scrocca una sigaretta, e che dovrebbe raccontare i dettagli di una triste storia, ma bisogna cavarglieli di bocca con il forcipe.
«Il maresciallo Pasquali abita con la famiglia nel mio palazzo, il piano sopra.»
«Ma che cazzo c’entra?» si agita Ferrero, al pari del cognac che ondeggia paurosamente nello snifter trattenuto fra le dita.
«Siamo diventati amici... Con il tempo si è lasciato andare a confidenze, anche professionali,» precisa, trastullandosi con quello che fino ad un secondo prima era un cilindro di tabacco.
«Scusa la delicatezza, Carlo... Non ti offendere. Ma con queste tue circumnavigazioni australi sfiniresti anche un rinoceronte, porcaEva!»
L’infelicità della frase pronunciata gli arriva alla regione tibio-tarsica, efficace ed elettrizzante come una scossa da due e venti. È la conferma che Mercedes stasera indossa una mise assai elegante con scarpe dalla punta aguzza.
«Allora? ’Sta colombiana... Aspettiamo che risorga il giorno del giudizio e ci facciamo raccontare da lei stessa com’è andata?»
«Com’è morta c’era scritto a grandi linee su “La Provincia”...» carbura flemmatico Mereghetti. «Sul momento, chi ha rinvenuto il corpo non ha riscontrato ferite che suggerissero l’ipotesi di un delitto premeditato. Nessun colpo d’arma da fuoco, né ferite da taglio. Solo un trauma contusivo abbastanza evidente nella zona temporale sinistra con versamento ematico. Ecchimosi, sotto l’occhio destro e alla mandibola e alcuni graffi sul torace avevano portato a supporre che fosse stata vittima di un pestaggio. Così si era poi giunti a valutarne la morte a seguito di una caduta più o meno accidentale... Probabilmente era stata spinta brutalmente a terra, e nel cadere aveva battuto il cranio, fino a sfondarlo. Le tracce di sangue ritrovate su un cordolo in cemento sembravano confermarlo...»
«Sembravano... Quindi?» lo sollecita Mercedes.
«L’accurato esame autoptico ha invece svelato l’arcano... E questo non sta scritto sui giornali.»
Della sigaretta è rimasto solo un moscio involucro in carta di riso e pagliuzze di tabacco sparse sulla tovaglia, mentre Mereghetti si concentra a seviziare il filtro.
«Non fare il prezioso che ha bisogno dello zuccherino per concludere l’esercizio,» prova apaticamente a sollecitarlo Dante, mentre con una mano si sorregge il mento tamburellando con le dita lo zigomo. Manca all’appello lo sbadiglio, ma è questione di attimi.
«È morta in seguito ad una profonda ferita inferta con uno strumento sottile, un punteruolo, uno stiletto. Insomma, un attrezzo metallico estremamente fine, affusolato... Sul momento mi ero fatto l’idea che potessero aver utilizzato un lungo ago, un ferro da calza...»
«Perché quest’idea?»
«Perché ha lasciato un foro impercettibile, a leggere quanto stava scritto sul referto medico... Parlava di un’invisibile perforazione nella zona spinale penetrata profondamente alla base del cranio. Ha raggiunto il diencefalo attraversando il solco ipotalamico... Un breve percorso... Letale... Credo una morte immediata, spero poco dolorosa.»
«Parli come un trattato di anatomia.»
«Mi sono stampato in mente questi particolari ascoltando attentamente il resoconto del maresciallo sulla relazione clinica. Sono cose che mi appassionano,» risponde. «Mi avevano incuriosito quei termini scientifici ma soprattutto la dinamica dell’omicidio... Sembrava essere una cosa studiata a tavolino, come... Come di chi non ha agito d’impulso... Questo mi ha fatto pensare ad un delitto non accidentale, ma al contrario... Intenzionale.»
«Cosa intendi dire?»
«Non è di tutti i giorni un omicidio con quelle caratteristiche... Una puttana eliminata in quel modo. Un modo così... Come dire? Camuffato? Poi nessuno se ne va a spasso con strumenti simili in tasca, se non...»
«Chirurgico,» sottolinea Mercedes, interrompendolo. «Il termine corretto che mi viene in mente è: chirurgico.»