CAPITOLO DUE
Somigliano tutti a delle lampadine, profumati e lisci come il sedere di un bambino, nessun capello fuori posto e il colletto della camicia tanto stretto da togliere il fiato. Lì, seduti su quella sedia di fronte alla scrivania, con la schiena dritta e la barba appena rasata, neanche stessero per arruolarsi in Marina. Vedo questo ogni volta che qualcuno entra e si mette seduto di fronte a me, nell’ufficio di selezione del personale. Lavoro per una grossa azienda dell’East London, una delle maggiori. Non posso farne il nome, ma vi assicuro che ha un bel fatturato. Il mio è un lavoro facile, poco impegnativo e soprattutto ben retribuito. A me piace. Potete chiamarmi Bet. Non è il mio vero nome, diciamo che è un nickname che mi sono scelta e ormai chiunque conosco mi chiama così.
Giudicare le persone è una delle cose che mi piace fare di più, mi riesce in modo naturale, ed è molto soddisfacente essere pagata per svolgere questa attività. Da qualche giorno ho anche sistemato di fronte alla scrivania la sedia più bassa e scomoda di tutto il palazzo, raccattata in un angolo buio della mensa. Guardare le persone dall’alto, oltre a essere oltremodo divertente, mi pone a un livello superiore. Per quanto sia ricco il curriculum vitae e prestigiosa la laurea dei candidati, sarò sempre quindici centimetri più in alto. Quello che vedono loro oltre lo schermo del computer è una giovane donna discretamente attraente che li sovrasta. E questo li mette in agitazione, tutti quanti, a quanto pare amplifica la tensione, come se in un colloquio di lavoro non ce ne fosse già abbastanza.
* * *
Oggi, seduto su quella sedia infernale, c’è un certo John Harper, esperto in sicurezza informatica, laureato a Cambridge nel 2006, trentun anni, celibe. Se non fosse per gli occhialoni con la montatura di plastica nera e la pettinatura con la piega di lato, non sembrerebbe nemmeno uno dei soliti sfigati fissati per i computer. Ha la mascella pronunciata e un fisico asciutto nascosto sotto una giacca nera più grande di almeno un paio di taglie. Forse se l’è fatta prestare da un suo grosso amico o forse John si è dimagrito un bel po’ dalla festa di laurea. Fatto sta che portare quell’abito lo mette molto a disagio e i tentativi di nascondere la stoffa di troppo dietro la schiena sono del tutto inutili.
«Signor Harper», esordisco dopo cinque minuti di silenzio passati a cercare una domanda che potesse metterlo in difficoltà. «Leggo sul curriculum che ha superato il corso di laurea a pieni voti, ma con due anni di ritardo rispetto alla sua età. Si è goduto la permanenza nel college?»
«Be’, la Facoltà d’Informatica a Cambridge è molto dura», balbetta lui, «e in più in quegli anni ero aiuto responsabile del laboratorio di programmazione. Forse se mi sarei concentrato di più sul programma, non avrei imparato molte altre cose che invece… »
BET – Grandioso, ha sbagliato un altro verbo.
POE81 – Ahahahaha!
BET – Se almeno la smettesse di guardarmi le tette forse riuscirebbe a mettere in fila un paio di parole di senso compiuto.
AGATHA – Mmm uomini…
POE81 – Ma almeno è carino? ;)
BET – Ha un bel mento.
POE81 – Un bel… cosa?
BET – Il mento, hai presente? Sotto la bocca.
AGATHA – Te l’ha mai detto nessuno che sei strana?
BET – Sì, qualcuno.
Alzo lo sguardo dal monitor e lo fisso negli occhi dall’alto del mio trono di finta pelle nera. «Esperienze lavorative? Al di fuori del college, intendo.»
«Come, scusi?»
La mia tattica per metterlo in confusione funziona. «Signor Harper, ha trentuno anni, non mi dica che non ha mai lavorato in un bar o in un fast food in vita sua», continuo, abbozzando un mezzo sorriso.
«No, signora, non ho altre esperienze di lavoro. Come ho già detto, il college a Cambridge richiede un certo impegno.»
BET – Mi ha chiamato signora!
AGATHA – Perfetto, si è cucinato da solo.
BET – Signora io?
POE81 – Non ucciderlo, Bet!
BET – Okay, mi calmo. Mi sto calmando… sono calma.
«Mi dica, signor Harper, perché dovremmo assumerla?»
Domanda banale ma efficace. Chi ha affrontato qualche colloquio di lavoro è pronto a sentirsi chiedere una cosa del genere. Per me è un modo per testare la fantasia. Purtroppo di solito le risposte sono tutt’altro che fantasiose.
«Perché sono la persona che cercate. Sono qualificato e preparato.»
Prevedibile e banale. Tiro su gli occhiali con un dito e ritorno a fissare il monitor e a picchiettare con le unghie sulla tastiera del PC. «Le faremo sapere.»
John Harper rimane per un attimo immobile.
Vai, bello. È finita.
Si alza e prova a darmi la mano prima di uscire dall’ufficio ma sono troppo occupata a scrivere. Lui finge indifferenza infilando la mano nella tasca dei pantaloni, si volta e si dirige verso la porta. Sopra lo stipite, l’orologio segna le 6:14. Il colloquio è durato ben sei minuti di cui almeno cinque nel più assoluto silenzio.
Distolgo lo sguardo e torno a fissare il monitor, so che lui si sta girando di nuovo verso di me. Mi sforzo di non guardare verso la porta ma so che lo sta facendo, è trascorso troppo tempo da quando ha afferrato la maniglia. Sa benissimo che questi lunghissimi secondi sono importantissimi e una dignitosa uscita di scena può voler dire assicurarsi un futuro qua dentro. Fidatevi, molti vorrebbero lavorare qui. Oppure intende soltanto chiedermi il numero di telefono. Sicuramente è il posto e il momento sbagliato per farlo, e per di più mi ha chiamato signora, ma a me piace la sfacciataggine. Recupererebbe qualche punto.
Non dice niente. La porta sbatte.
* * *
Sollevo per un secondo gli occhi verso l’uscita, sono di nuovo sola e la cosa mi piace. Alzo di poco il volume delle casse del PC. I Metallica con la canzone Nothing Else Matters sono la musica rilassante che ci voleva.
POE81 – Allora, com’è andata con belmento? Assunto? Oppure è il solito sfigato?
AGATHA – Già che ci siamo rendici partecipi.
BET – Non proprio sfigato. Era un po’ tonto ma carino e, nonostante tutto, qualificato. Forse anche troppo…
AGATHA – Troppo qualificato? E questo che vorrebbe dire?
BET – Be’, se assumessi le persone giuste ogni volta non ci sarebbe più bisogno di me qua dentro. Francamente ora come ora ho bisogno di pagare l’affitto e il cibo.
AGATHA – Cinica, come sempre.
BET – Realista.
POE81 – Dicci, Bet, l’ultimo che hai assunto come è riuscito ad attirare la tua attenzione?
BET – Non ha resistito a infilarsi le dita nel naso appena ha creduto che non lo guardassi. Ora è al reparto “relazioni con il pubblico”.
POE81 – Grande!
AGATHA – Ihihih
Mi accorgo di ridere a voce alta. Non mi capita spesso, di solito mi sforzo di mantenere una parvenza di serietà, soprattutto a lavoro. Fortunatamente sono sola in ufficio. Sono una persona cui non piace essere giudicata, ma mi piace giudicare la gente anche fuori di qui. Tendo sempre a comportarmi diversamente da come sono veramente: se sono triste, sorrido, se non lo sono, tengo il muso. Anche la mia scrivania ha due facciate. Da un lato c’è quello che vede chi entra in ufficio: me al computer, lo schermo che mi proietta sul viso la sua luce bluastra, il cartellino con scritto il mio nome Gertrude G., qualche portafoto rivolto verso di me.
Quello che si vede dalla mia parte è ben diverso. Prima di tutto colleziono facce: facce inventate, facce che non somigliano a nessuno. Fatte di ritagli di giornale o di foto di gente che viene a fare i colloqui di lavoro nel mio ufficio, di solito scartata. Dei piccoli Frankenstein di carta, custoditi nei portafoto come parenti o amici cari e, a far loro compagnia, decine di post–it gialli attaccati un po’ ovunque, scarabocchiati con dolci e crudeli pupazzetti intenti a scannarsi nei modi più sanguinari possibili. È un ottimo metodo per alienarsi dalle giornate piene di gente noiosa e insignificante.
Poi c’è il forum, perennemente aperto sullo schermo del PC, il sito dove passo ore a parlare con le uniche persone di cui mi fidi, le uniche minimamente interessanti. I miei piccoli amici sociopatici. Gente come me.
POE81 – Ehi, ragazze, avete sentito dell’omicidio di quell’avvocato nella city, quello che lavorava per lo studio Richard & Nelson? Su «The Guardian» ci sono nuove foto della scena del delitto e c’è anche l’intervista al sergente Smith che si occupa del caso.
BET – Sì, sembra interessante.
POE81 – Be’, almeno ci dà qualcosa di cui parlare.
AGATHA – L’ho visto stamattina, soltanto un’occhiata veloce all’edicola, però ricordo la foto dello studio dell’avvocato. La scrivania era una di quelle di mogano con intarsi agli angoli e le gambe a forma di artiglio di leone. Sopra c’era un portacenere nero di pietra e, se non sbaglio, due sigarette macchiate di rossetto.
POE81 – Secondo il sergente sembra sia stato assassinato per una questione di lavoro. A quanto pare il legale aveva perso una grossa causa per conto di un’importante azienda edilizia. Giravano un bel po’ di milioni riguardo a quella causa. A volte penso convenga essere squattrinati nella vita. I soldi portano un sacco di guai, fidatevi.
AGATHA – Ultimamente la gente si scanna per una sterlina.
BET – Su internet ho scovato un paio di foto interessanti.
POE81 – Facci vedere, dai.
Pubblico le immagini direttamente nella discussione, sono di scarsa qualità, ma comprensibili.
BET – C’è la foto del corpo della vittima con la cintura slacciata. Dubito siano stati i paramedici: a quanto pare il cadavere è stato scoperto almeno sei ore dopo l’omicidio. A questo punto non mi stupirebbe sia stato un delitto a sfondo sessuale, forse una sveltina finita male.
Ho preso le istantanee dal sito di un piccolo giornale scandalistico della zona, un quotidiano insignificante che pubblica foto senza autorizzazioni perlopiù comprate a due soldi da poliziotti che le hanno scattate con il cellulare. Le alte sfere lo sanno ma lasciano correre. Quel giornale lo leggiamo in tre e la cosa serve anche a tener buono qualche agente sottopagato.
POE81 – Devi dirmi dove diavolo sei andata a pescare questa roba.
BET – Segreto di marmotta.
AGATHA – Sappi che ti odio, Bet!
POE81 – Pure io. Mi piaci ma ti odio.
(HITCH si unisce alla conversazione)
POE81 – Finalmente fa la sua comparsa plateale il nostro moderatore preferito.
HITCH – Ciao ragazzi, scusate il ritardo, ma ho avuto la recita dei miei figli. Una noia mortale, avrei preferito un esame alla prostata.
AGATHA – ’Sera Hitch. Stavamo già sentendo la tua mancanza. Le tue intuizioni, come al solito, rendono vana ogni nostra congettura.
BET– Perfetto, il quartetto di cinici e sociopatici è al completo.
HITCH – A proposito del caso, se posso dire la mia, ci sono buone possibilità che sia stata la donna delle pulizie. Durante l’intervista alla BBC ho notato che aveva il taschino del camice scucito e anche delle tracce di rossetto sulle labbra. Probabilmente l’avvocato l’ha invitata a fumarsi una sigaretta poiché erano rimasti solo loro nel palazzo. Lui ha tentato un approccio e in men che non si dica si è trovato a terra con la testa scassata. La donna ha avuto tutto il tempo di rimettersi in sesto e finire di pulire.
BET – Accidenti, Hitch. Non hai nemmeno fatto in tempo a entrare.
AGATHA – Scusate ma come credete che una donna di cinquanta chili scaraventi a terra un uomo di centodieci?
POE81 – In effetti, non ha tutti i torti. L’avvocato era bello grosso.
HITCH – Ve lo spiego subito. La vittima aveva un tasso di alcol di due virgola cinque. Era docile come un cagnolino.
POE81 – Era fortunato se gli si alzava ancora.
AGATHA – Poe!
POE81 – Cosa? Che c’è? :)
BET – A quanto pare, un altro caso risolto.
HITCH – Facile come bere un bicchiere di scotch con ghiaccio.
AGATHA – A che serve la polizia quando ci siamo noi a risolvere i casi?
BET – Be’, senza polizia credo che il mercato delle ciambelle ripiene crollerebbe in un paio di giorni.
POE81 – Che vita triste senza ciambelle…
AGATHA – Questa è bella. ;)
Ormai è un po’ di tempo che frequento il sito www.realkill.com. All’inizio era per la grafica, come sempre. Stavo navigando tra vari siti del settore. In quel periodo avevo sviluppato un’insana passione per il macabro e tra un video d’incidenti mortali e qualche racconto horror mi trovai lì. Fui attratta subito dal bianco e il nero netti, pieni, dal piccolo particolare rosso su ogni pagina del sito. Per il resto, era un forum come tanti altri, dove poter congetturare su delitti di ogni genere, inventati o reali, passati o presenti. Non tutte le persone si sentono a proprio agio a parlare di questi argomenti. Per me è normale, forse per la predisposizione all’odio indiscriminato verso il genere umano, forse per la profonda indifferenza nei confronti di ogni stupida regola sociale. Fatto sta che questo posto mi piace. Probabilmente il motivo vero è che questa gente è strana almeno quanto me.
Sono consapevole di non essere come gli altri, lo sento, lo vedo. So cosa state pensando: ognuno ha qualcosa di originale, ogni persona è diversa dalle altre, come ogni fiocco di neve è unico o stronzate simili.
Ognuno nasce con dei difetti. Il mio è quello di non riuscire ad accettare quelli altrui. Sia chiaro, non penso che tutti debbano essere come me, anzi, credo di essere l’ultima persona con cui andrei d’accordo. È bizzarro, ma quello che mi rende strana è proprio questo, in fondo: odiare gli altri almeno quanto odio me stessa. È questa la mia filosofia di vita. Cammino in punta di piedi in un mondo pieno di persone che non hanno nulla a che fare con me. Se vedessero la mia anima per quella che è in realtà ne rimarrebbero inorriditi. Fortunatamente indosso una maschera, tutti i giorni. Una maschera di ipocrisia, la maschera di persona per bene, una maschera che mi permette persino di essere stimata. Una maschera che mi consente anche di guardarmi allo specchio qualche volta. Grazie a essa posso entrare nella tana del lupo senza essere scoperta: camuffo il mio odore, imito i versi delle bestie che ho intorno. Tuttavia non sono così, sono tutt’altro, osservo… e giudico.
Il segreto è far finta di non esistere. Mentre tutti a questo mondo cercano di ritagliarsi un pezzetto di mondo per sé, io cerco di farlo solo per la maschera che indosso. Osservo la gente e come si comporta, come un documentarista in una riserva naturale. Spio con occhi nudi l’universo di persone intorno a me e ne rimango sempre più nauseata.
Formiche che brulicano per accaparrarsi una mollica di pane, cervi che sfoggiano corna smaglianti e maestose, serpenti che strisciano per catturare le prede, animali in una gabbia costruita con le loro stesse zampe. E io in mezzo, sola.
Spesso l’odio mi porta a fantasticare sulla morte di chi mi circonda. Lo so, è spregevole, ma ho già detto che mi odio, lasciatemi finire. Immagino esplosioni scaraventare brandelli di carne a decine di metri di distanza, aerei precipitare a terra come mele marce, persino alieni giganti travolgere quegli attempati esibizionisti che ballano in pista il sabato sera. È disgustoso e cinico, ma anche divertentissimo. Da dietro la maschera osservo ragazzini diciottenni tirati a lucido, depilati e palestrati come Ken di Barbie, con lo stesso quoziente intellettivo di Ken. Li vedo atteggiarsi in pubblico, dare sfogo alla loro completa insicurezza nel tentativo disperato di rispondere al bisogno fisiologico di procreare. Riesco anche a immaginare la loro vita futura: lavoro in fabbrica, due figli di cui uno tossico, divorzio a quarantacinque anni, compagna di seconda mano un po’ zoccola, pensione vissuta a giocare a carte e a vedere vecchie foto e poi… dritti dentro una bara. Cancro ai testicoli o infarto, è irrilevante. Osservo anche quei poveri anziani in fila alle poste, una vita passata a risparmiare per la famiglia. Per permettere ai figli di farsi a loro volta una casa, un giardino, una moglie, dei figli, un cane e anche un gatto, e poi… tutti sotto terra, è solo questione di tempo. Quante energie sprecate. Brulicano intorno a me come insetti, scarafaggi troppo grandi perché possano essere schiacciati. Eppure non soffrono, vivono e basta, bonsai in un negozio di piante, pesci rossi in un acquario. E sono felici della loro condizione. Non io, ma lo so, è solo questione di tempo, poi… dritta nella bara, pure io.
* * *
Sono le 6:47 quando alzo lo sguardo dal PC. Come al solito ho perso la cognizione del tempo. Mi capita spesso quando sono intenta a fare qualcosa che mi piace, ma è proprio il momento di andare, così spengo il computer e tolgo la chiavetta dalla porta USB. Ogni volta che mi connetto dall’ufficio utilizzo una rete privata 3G per evitare di lasciare tracce nel server aziendale e cancello la cronologia di navigazione. Non che importi a qualcuno, ma così ho la sensazione di passare inosservata, non si sa mai. Mi sono dimentica di dirvelo, sono anche paranoica.
Prendo la borsa e scendo le scale.
Alla reception dell’azienda c’è Darla. Nessuno sa che orari faccia qua dentro, ma ogni mattina quando arrivo è già seduta sul suo sgabello e la sera, quando esco, è ancora lì. Per quanto faccia tardi, per quanto mi dilunghi a chattare con i miei amici, lei è sempre al solito posto e ha sempre qualcosa da fare alle sue stramaledette unghie. Oggi ci sta spalmando sopra il quinto strato di smalto rosso fosforescente, di quelle marche scadenti che si trovano al supermercato. Ha le unghie talmente spesse e affilate da sembrare un velociraptor.
«Ciao Bet.»
«Darla…»
«Fatto tardi anche oggi, eh? C’è gente in azienda che non ha mai fatto un solo minuto di straordinari. La precisione con cui timbrano il cartellino è impressionante.»
«Già», provo a tagliare corto mentre cerco il cartellino nella borsa. Invano. La sua voce roca sovrasta i Pantera che escono dalle cuffie del mio iPod. Un velociraptor logorroico.
«Ho visto il tizio con cui hai fatto il colloquio oggi pomeriggio. È passato qui davanti neanche mezz’ora fa. Sembrava carino, somigliava all’uomo con cui sono stata sposata per cinque anni. Si chiamava Joseph. Cinque lunghissimi e noiosissimi anni…»
«Già», ripeto.
Non smette di parlare nemmeno per succhiare il fumo da quella maledetta sigaretta. Darla la tiene di lato, appiccicata alle labbra con almeno un quintale di rossetto. Un rossetto di un colore talmente acceso da farla sembrare un cartone animato.
«Ormai sono sola. Mi lamento, ma in fondo i tre mariti che ho avuto li porto tutti nel mio cuore.»
Dove cazzo ho messo il cartellino?
Rovisto nella borsa come se stessi disinnescando una bomba, mentre lei continua a parlare senza sosta, quasi fosse un registratore automatico.
Si fa le unghie, fuma, parla.
«Tu sei giovane. Dovresti sposarti, mettere su famiglia, sei bella e piaci agli uomini, lo vedo come ti fissano quando ti passano accanto.»
Stai zitta un attimo!
«Alla tua età ricordo che avevo già sposato Robert. Era un capitano di Marina, pensa un po’…»
Trovato.
«Era alto più di un metro e novanta, aveva gli occhi scuri come il mare di notte.»
«Mi dispiace, Darla, devo proprio andare.»
«Certo, tesoro, voi giovani ormai correte tutto il giorno. Ai miei tempi…»
Bla, bla, bla. Stai un attimo zitta, vecchia rinsecchita.