Capitolo uno-2

2008 Parole
La Giustizia con la G maiuscola. La Giustizia che ripara i torti, dà ragione ai vinti, condanna i colpevoli. Una Giustizia che forse non esiste ma che ora ha la sua faccia, la sua barba, il suo nome: Lorenzo Toccalossi. Sta a lui rendere Giustizia. Con sessant’anni di ritardo. Magari con un po’ d’interessi. Gli spettano. – L’ho visto io – dice il bambino seduto di fronte a lui – l’ho visto con i miei occhi. Ero nel granaio, nascosto, mia mamma fuori, nell’aia. Mio padre le è corso incontro, per abbracciarla, il sergente ha intimato a mio padre di fermarsi. Mio padre ha proseguito. Il sergente ha fatto fuoco. In quel momento vorrebbe avere un attendente, qualcuno che scriva al suo posto, qualcuno che verbalizzi le parole del bambino. Suonare a Erminia non servirebbe. Peggiorerebbe la situazione. Farà da solo. Si avvicina al computer. Scrive. Il tavolino è rivolto verso la finestra. Dai tetti giungono riflessi di luce accecante. Il mare schizza vampate di salino sulle vetrate opache. È un tumulto. Nessuno mai sa descrivere i colori dentro l’anima… – Dunque, Coletti, lei era nel granaio? Il bambino descrive nuovamente la scena. …ci sono colori che non hanno nome. Bianco e blu, mescolati, formano l’azzurro, blu e rosso, il viola, rosso e giallo, l’arancione. Ma se si mischia il viola con l’arancione? Che tinta ne esce? Eppure esiste. Una tinta senza nome. E proseguendo… se si fondono tra loro questi derivati? I colori senza nome? Cosa ne viene fuori? Ora che rammento, anche Esmeralda e io corremmo un giorno sulla sabbia, come il regista e la poetessa. Eravamo poco più che ragazzi, entrambi diciottenni. Lei era spagnola. In vacanza… – …mia mamma era nell’aia… Marrone e fucsia? Che tinta se ne ricava? E se fosse colpa degli occhi? Ci sono sfumature che la retina non percepisce, sicuramente. Non succede forse così per l’udito? Alcuni suoni sono troppo acuti o troppo bassi per essere percepiti. Magari è così anche per i colori… – …alt, ha detto, il sergente, alt, ha ripetuto… …se quella neve, lassù, non fosse del tutto bianca? Esistono particelle di tinte ignote che il nostro occhio non vede. Cosa prova quest’uomo? Rabbia? Vendetta? O ha ancora negli occhi il ricordo del suo papà ucciso di fronte a lui, ai piedi di sua madre, della donna che voleva riabbracciare? E in tutti questi anni, perché non hanno indagato prima? Cosa è successo? Cosa è accaduto veramente? Sessant’anni fa, in quella caserma, quando il Procuratore Generale dettava e il suo attendente scriveva. perché nessuno ha proceduto? – …e il sergente ha sparato… …i colori dell’anima… Esmeralda uscì dall’acqua. Disse: sigueme. Inseguimi! E iniziò a correre. Io non le stavo dietro. Al mattino, il giorno seguente, raccolse una conchiglia e me la porse. Perché una volta sulla spiaggia, dopo la mareggiata, si trovavano le conchiglie. Un fatto che, adesso, sembra una favola. Era una conchiglia grossa, di quelle in cui si nascondono i paguri, madreperlacea, dai riflessi rosa… – E lei è rimasto nascosto? – Sì. – E poi? Perché questa domanda? E poi? Vorrei ritirarla. Mi è sfuggita. E poi l’anima di quel bambino si è riempita di colori, di un buio inatteso, di una luce accecante. Era rosso? Era il sangue agli occhi? O era nero? Era la morte così improvvisa, mai vista prima? Che colore c’era nella sua anima? …rosa. L’accostò al mio orecchio. – Dai, che si sente il mare. Sentivo solo un vago ronzio. Ma esclamai: – è vero! – Conservala. La riposi nella tasca. Poi, a casa, la misi in bella mostra sulla mensola della mia stanza. Ogni tanto la portavo all’orecchio. E risentivo la sua voce che diceva: conservala. Ho bisogno di uscire. – C’è ancora il granaio? – Sì. – Andiamo. – Dove? – A fare un sopralluogo. – Sessant’anni dopo? – Eh, sì! A me adesso è arrivato il fascicolo. – Attendent… S’interrompe. Lui un attendente non ce l’ha, anche se lo vorrebbe. Qualcuno di cui fidarsi. Uno che lo porti sul luogo del delitto. Capace di ascoltare i suoi silenzi. Perché i silenzi parlano più delle parole. Un altro pensiero da cancellare. Troppo ovvio. Una breve telefonata all’autista. – Ci aspetta in garage. Venti chilometri. Una mezz’oretta. In autostrada anche meno, un quarto d’ora. Un rapido sguardo all’orologio. Le dieci e mezza: un quarto d’ora all’andata, altrettanto per il ritorno, un’oretta per il sopralluogo e arriva l’ora di pranzo. In ufficio ci torno dopo le due, quando Erminia se n’è andata. Ora l’autista vorrà sapere. Chiederà il perché e il percome. Avrà voglia di parlare. E io, invece, vorrei ragionare in silenzio. Vorrei una persona al mio fianco capace di fare altrettanto, qualcuno che intuisca dagli sguardi, che sappia senza chiedere, che risponda senza domande, che sorrida senza perché. Mi piaceva la melodia del suono delle parole, lo spagnolo è una lingua da canzoni, da salsa, da merengue, ma non capivo granché. Qualcosa sì. Intuivo. Per fortuna lei parlava anche l’italiano. – Tu no tienes sentimiento… Le storie d’amore finiscono. Poi restano i cocci della vita. Da incollare insieme. Ma nessuna colla è così potente. Da dov’è uscito questo pensiero? Il pensiero di Esmeralda? Dove si era nascosto per tutto questo tempo? Trentadue anni di latitanza. E adesso ricompare. Immutato. È bastato rileggere il nome di quel paese: Varigotti. Gli odori non si dimenticano. Se chiudo gli occhi, sento ancora l’odore marcio della stella marina… Devo ritrovare quella conchiglia. Ho bisogno di riascoltare la sua voce. Linoleum nero da percorrere in fretta, fino all’ascensore. Poi giù in garage. Il Procuratore davanti e Coletti dietro. La Giustizia e la Speranza. Sotto forma di uomini. Una specie di rappresentazione iconoclasta, come un santino nel portafoglio. Sgualcito. E inutile. – Procuratore, buongiorno. Dove la porto? La voce dell’autista. Mi irrita, Simone. Eppure ho bisogno dei suoi servigi. E se guidassi io? Vado con la mia auto personale… – …da nessuna parte. Prendo la mia auto. Grazie. Simone già si pregustava i particolari estorti con le sue domande insinuanti. Poi divulga. Rende noto. Parla con gli altri autisti, con le commesse, con qualche agente della Polizia Giudiziaria. Parla troppo e fa troppe domande. Meglio la mia auto. – Signor Coletti, venga. L’uomo sale in auto. Metto in moto. Simone mi guarda storto. – Lei ha figli, signor Coletti? – No. – Sposato? – Vedovo. – Parenti? – Perché me lo domanda? – Vorrei sentire altri testimoni, qualcuno che possa farmi ricostruire la vicenda. – Sono passati anni… non sarà facile trovare ancora qualcuno vivo. – Sua mamma? – È mancata dieci anni fa. – Ha fratelli o sorelle, signor Coletti? – Avevo un fratello più piccolo, ma è morto in guerra. – Quanti uomini c’erano quel giorno? Il giorno dell’omicidio di suo padre, intendo. – Sei in tutto. Sei soldati, compresi mio padre e il sergente Auro. – Ne è sicuro? – Sicurissimo. Come fosse successo oggi. Arrivarono con due jeep militari, su una c’erano mio padre e altri tre soldati, sull’altra il sergente con il suo autista. – E gli altri? Che fine hanno fatto? Perché nessuno li ha ascoltati? – Non lo so, Procuratore. Io faccio, o meglio, facevo il falegname e il contadino. – Tolti suo padre e il sergente erano quattro testimoni. Non sono pochi. C’è poco traffico, oggi, per fortuna. – Non so cosa dirle, Procuratore. Io non ho mai visto le carte processuali. La Procura Militare ha mantenuto per anni il più stretto riserbo. Non so quali indagini abbiano svolto, non so perché nessuno abbia proceduto contro quel sergente, non so nulla. So solo che quell’uomo ha ucciso mio padre, con una raffica di mitra. – Di questo è sicuro? L’ha visto con i suoi occhi, no? Era nel granaio, mi ha detto. – Gliel’ho detto e ripetuto. – E dopo? Cosa è successo dopo? Hanno portato via il cadavere? Gli altri soldati cos’hanno fatto? Sole che si riflette sul retrovisore. Lampi di mare che appaiono e scompaiono sulla sinistra, inghiottiti dalle gallerie. Pause nei discorsi. La Liguria è una terra strappata al mare e alle montagne. Una striscia di terra rubata, deturpata dagli abusi edilizi. Palazzoni a ridosso della costa, abitazioni condonate in collina. Chissà com’era sessant’anni fa, finita la guerra? Quando io avevo diciotto anni nel mare c’erano i ricci e le cozze. Nel mare di Varigotti, Sandrino aveva immerso sul fondo la ruota di un camion e lì poi pescava i mitili che si annidavano. Un giorno raccolsi dal fondo una stella marina. La regalai a Esmeralda. Seccata al sole cominciava a puzzare. Di gambero marcio. – Tieni – le dissi – l’ho pescata per te. Lei sorrise. – Non la quiero. Non la voglio. – Perché? – Perché l’estate finisce. Ma in spagnolo me lo disse – Porque el verano termina. Gli uomini non capiscono. Impiegano anni. Le donne hanno una marcia in più, una macchina temporale che compie balzi nel tempo. Intuiscono. Noi dietro ad annaspare, segugi raffreddati. Ricerchiamo le orme di quel passaggio, ma quando le troviamo, per puro caso, non hanno più nemmeno odore. È solo urina rappresa, giallognola. Una chiazza senza olezzo e senza tinta. Il colore dei ricordi! Come vecchie linotipie. La foto dei bisnonni appesa alla parete. Non trasmette più nemmeno emozioni. È solo un’immagine, antica. Il tempo cancella. Raffredda i sentimenti. Spesso, dei bisnonni, non conosciamo neppure il nome. – Come si chiamava suo bisnonno? – Scusi, Procuratore? Non saprei. Ma perché? Può servire alle indagini? Altri flash di luce. Buio e gallerie. Scorci di mare. Silenzi. Case di pietra trasformate in ville. Basta un nonno che ruba e i nipoti vivono felici e ricchi. I reati si prescrivono. I torti restano per sempre. E porticcioli turistici ovunque. Voilà. – Ecco, Procuratore, svolti, l’uscita è questa. Cos’hanno fatto, mi chiedeva? C’è stato un parapiglia, un po’ di confusione. Il sergente ha dato ordine a due soldati di portare via il corpo di mio padre. L’hanno sistemato sulla camionetta. Il sergente urlava che non era morto, che dovevano portarlo all’ospedale militare, per curarlo. A destra, ecco, in quella strada lì. – Questa? – Sì, Procuratore. È qui, accosti. – È quello il granaio? – Sì, come vede, c’è ancora l’aia, anche se ora è stata piastrellata. Laggiù c’era il pollaio e, in fondo, l’essiccatoio. – Bene. Ricostruiamo la scena. Lei dov’era? – Là dentro, nel granaio. – Andiamoci. – Si sporcherà. – Non si preoccupi. – Non mi preoccupo, ma si sporcherà. – La seguo. – C’è ancora la vecchia scala in legno. – Che lei utilizzò per salire. Cosa faceva nascosto nel granaio? – Giocavo. Da solo. – Aveva sette anni? – Esattamente. – Dunque suo padre ha avuto lei a soli diciotto anni. – Mise incinta mia madre, per questo si sposarono. Io a diciotto anni conobbi Esmeralda. Ma non la sposai. Beh, forse solo perché non la misi incinta. Era notte. La vidi immergersi nell’acqua. Nuda. E bella. Sembrava fatta di polvere di stelle, tant’era bella. “Polvere di stelle” dissi proprio così “sei bella come polvere di stelle!”. Prese a giocare con l’acqua, spruzzandola contro obiettivi immaginari, illuminata dal biancore della luna senza che il minimo rossore rivelasse la sua emozione. Io sulla riva del mare a guardarla. Ven – disse lei, – Vieni! – Capisco. – Una volta usava così. – Già. E lei… si metta dov’era. – Ecco, Procuratore. Io ero qui, guardavo fuori. – E arrivarono i soldati. – Sì. Mio padre chiamò mia madre e lei corse fuori. – Poi? – Poi il sergente intimò a mio padre di fermarsi, ma lui non gli diede ascolto. – A che distanza erano? – Circa quindici-venti metri. Vede? Laggiù. – Si ricorda per caso la targa della jeep? – Come potrei? – E sa dirmi se suo padre aveva qualche amico, qualcuno di cui fidarsi, all’interno di quel manipolo di soldati? – C’era il Corsaro, erano cresciuti insieme. Ma è morto anche lui. – Il Corsaro? – Era una soprannome. Si chiamava Antonio. Mosso Antonio. – Di dov’era? – Mio papà era nato qui e anche Mosso. – Dove? – A Varigotti. – Bene. – Cosa successe dopo? – I soldati fecero cerchio attorno a mio padre e poi, su ordine del sergente, lo caricarono sul veicolo militare. – Quanto tempo trascorse? – In tutto? Circa dieci minuti. – Chi c’era nell’aia, oltre a sua madre? – Mio nonno, il papà di mia madre e mia zia, sua sorella. – Cosa fecero? – Iniziarono a urlare, a disperarsi. Mio nonno si scagliò contro il sergente. – E poi? – Gli altri soldati lo trattennero a forza. – E il sergente? Cosa disse? – Disse che mio padre aveva disubbidito a un ordine. Sparò altri colpi in aria. – Che ora era? – Le dieci del mattino. – Lei dopo cosa fece? – Piansi. – E sua madre? – Anche lei. Mia zia le tenne la mano, accanto al letto. Gli occhi lucidi. Tanta voglia di piangere anche adesso. Chissà! Vuole vendetta? O solo Giustizia? – Ha mai cercato il sergente Auro? – No, mai. – Notizie di lui? – So che ha fatto carriera. – Dove? – Nell’esercito. Alla fine è diventato Generale. – E adesso? – È in pensione. Ha ottantadue anni. Lo dipingono come un vecchio arzillo. – Chi? Chi lo dipinge? – Me lo ha detto il mio avvocato. – Ha qualche ricordo di suo padre? Qualcosa utile alle indagini, intendo…
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