– Aspetti.
L’uomo entra in casa. Una piccola scala in pietra che conduce al piano rialzato. Apre la porta. Sparisce. Poco dopo ritorna con un biglietto in mano.
– Cos’è?
– Un biglietto. Mosso disse che era nella tasca della divisa di mio padre. Mosso si chinò sul corpo di mio padre, subito dopo l’omicidio, probabilmente sapeva di questo foglio, forse mio padre riuscì a passarglielo prima di spirare…
È un foglietto strappato, piegato in quattro.
– L’ha mostrato a qualcuno?
– Al mio avvocato.
– E lui? Cos’ha detto?
– Che poteva essere importante.
– È scritto in inglese.
– Americano, per la precisione.
“We will send confirmation that we have received your request and you will then be contacted about”.
Che significa?
– Non lo so.
– Ne manca un pezzo.
– Sì, l’intestazione e anche il seguito della frase. È soltanto un moncone di carta.
– Il Procuratore Militare cos’ha detto?
– Non mi ha mai ascoltato. Nessuna convocazione, nulla. Solo inutili anni di attesa.
Il sole è a perpendicolo nel cielo: mezzogiorno.
Ho letto il manuale delle Giovani Marmotte. Potrei orientarmi anche con il muschio.
– Lei si ferma qui?
– Sì, grazie.
– Ci sarebbe questo, vorrei verbalizzare che me lo ha consegnato.
– Lo tenga pure. Non credo che, dopo di lei, qualcun altro indagherà.
L’erba umida esala odore di fungo. C’è il nord da quella parte.
– Allora, signor Coletti, grazie e scusi per il tempo che le ho fatto perdere.
– Grazie a lei, Procuratore.
– Ah! Per caso, ha una foto di suo padre?
– Non solo di lui. C’è una foto di tutti e sei. Dietro ci sono pure i nomi. Una foto scattata qualche giorno prima, una settimana o due al massimo. Erano appena ritornati in Italia, vede?
– Posso tenerla?
– Quella è un ricordo.
– Magari la faccio duplicare, o meglio, la scannerizzo.
– Glielo faccio fare io da mio nipote. Nel pomeriggio avrà ciò che vuole, via e-mail.
– Grazie e non dimentichi di indicare anche i nomi. Nel caso ci fossero sviluppi la chiamo. Ha lasciato il suo numero a Erminia?
– Erminia?
– Oh, scusi. La mia assistente.
– Certo. Anche se sembrava un po’ distratta.
– Le donne…
– L’amore…
– Lei crede?
– Lei no?
– Buona giornata, signor Coletti.
– Buona giornata, Procuratore Toccalossi.
Risalgo in auto. Accipicchia! Anche gli estranei se ne accorgono. Figuriamoci in ufficio. Erminia dovrebbe imparare a dominare le sue emozioni. E poi… cosa direbbero? Lei è sposata… è così dolce… no. Basta! Devo troncare, subito. Senza indugi. Affrontarla. Dirle: Erminia, cara… no, senza cara… Erminia e basta. Allora, Erminia, ti chiedo scusa per quel bacio… due… no, tre… dieci? Quanti baci le ho dato? Caspita! E anche per quello che è successo dopo… scusa se ti ho scritto quelle cose, scusa se…
Meglio non affrontarla, lasciarla sbollire, ignorarla, fingere che non sia successo nulla… negare.
E se avesse conservato gli sms sul cellulare? Mai lasciare tracce. Dovrei saperle certe cose. E anche se li cancellasse, il marito, chiedendo i tabulati, potrebbe scoprire che abbiamo messaggiato tutta la notte, e tutto il giorno di Natale, e tutta la sera del venticinque. E che ci siamo telefonati. Lei saliva in camera, con una scusa. Avrei dovuto essere più prudente, meno avventato.
Ora torno in ufficio e le dico: Erminia…
TATTA TA TA TATTA TA TA
Chiamante sconosciuto.
– Pronto?
– Sono io.
– Erminia, tu?
– Chi aspettavi?
– Come mai “sconosciuto”?
– Sto chiamando dall’ufficio. Lo sai che il numero non appare…
– Dimmi!
– Come sei freddo. Perché ti comporti così?
– Come dovrei comportarmi?
– Come uno che fino a ieri sera mi diceva paroline dolci. Vuoi che te le rilegga?
Dannazione! Ha conservato i messaggi.
– No, non è il caso.
– Ah, no?
– Erminia, io… noi… tu… ti ascolta qualcuno? Chi c’è lì in ufficio?
– Sono sola, stai tranquillo. E poi, casomai, sono io quella sposata. Tu sei libero.
– Ecco, brava, sei sposata. L’hai detto. Abbiamo commesso un errore, ma possiamo rimediare.
– Un errore? Io sarei un errore?
– Ti prego, non alzare la voce.
– E perché no? Perché non dovrei urlare?
– Perché le porte sono sottili, le tramezze di cartongesso. Potrebbero sentirti.
– E chissenefrega.
– Ma dai, in fondo, lo capisci anche tu…
– Lo capisco anche io? Perché sono scema? Di solito non capisco?
Parole come macigni.
– Dai, ne parliamo con calma, ora sto guidando.
– Mi chiami tu?
– Certo.
– Bugiardo. Ti ho scritto una mail.
– Pure?
– Guarda che ti ho sentito.
– Mi sembra che stai esagerando.
– Casomai si dice mi sembra che tu stia esagerando.
– Io ho cinquant’anni, Erminia, quasi cinquantuno, dieci più di te.
– E con questo? Mio marito è più vecchio di te. E poi tu non sei vecchio.
– Grazie ma…
– …Io ti amo, Lorenzo.
– Erminia…
– Hai capito cos’ho detto?
– Ho capito, sì, ma…
– Ma tu vuoi fuggire.
– Ci conosciamo così poco…
– Ho trascorso tre mesi al tuo fianco. Ricordi quando sei arrivato a Savona? Era ottobre. Dal primo giorno che hai messo piede in quell’ufficio io mi sono innamorata di te.
– Mi sembra che la stai facendo più grossa di quello che è.
– Ma il verbo stia, ti dà così tanto fastidio?
– Vedi? Sono pieno di difetti, non uso il congiuntivo, non vale la pena di innamorarsi di me. Sono pericolosi quelli che non usano il congiuntivo…
– Invece sì. Mi fai sorridere.
Dannata la miseria. Non ne imbrocco una.
– Torni in ufficio?
– Difficile, sto conducendo un’indagine. Una cosa delicata.
– Sì, delicata e urgente, soprattutto. Quel morto di sessant’anni fa.
– Come lo sai?
– Hai lasciato il fascicolo aperto sulla tua scrivania. Te l’ho chiuso nel cassetto. Dal modo in cui agisci mi pare di aver capito che non vuoi far trapelare nulla.
Tenera! E competente. Un mix pericoloso. Inevitabile.
– Grazie. Comunque è un fatto su cui bisogna indagare.
– Oggi? Che differenza può fare ormai un giorno in più o in meno?
– Oggi, domani, voglio vederci chiaro.
– No, dicevo, oggi che fai? Posso aspettare. A casa dirò che mi sono fermata per fare degli straordinari.
– No, davvero, vai pure. Io mi tratterrò, ancora per un po’ qui, a Finale.
– Posso raggiungerti.
– Non mi sembra il caso.
– Tu mi vuoi scaricare.
– Ma che dici? Solo che, insomma, forse abbiamo sbagliato, ma tu resti sempre la mia preziosa collaboratrice…
– Stronzo.
Ha buttato giù. Meglio. Ora non mi resta che un bel pomeriggio da trascorrere solo, nella mia stanza, come da ragazzino. E non ho nemmeno più la mia collezione di “Diabolik”. Erminia non molla. Lo so io cosa ci vorrebbe: chiodo scaccia chiodo. Una tentazione più grande, per cacciare via questa.
È quasi l’ora di pranzo. Chissà cosa starà facendo il capitano Maugeri? Magari riesco a convincerlo a pranzare con me. E poi devo chiedergli un piacere…
– Pronto, capitano?
– Ehilà, Procuratore, come va?
– Bene, tu?
– Un po’ disturbato. Ho esagerato con il cibo, durante le feste. Credo che oggi me ne starò a riposo.
Gioca d’anticipo, il capitano. Ormai conosce le mie intenzioni.
– Neanche un primo veloce? Dovrei parlarti.
– No, davvero. Neanche un brodino. Ma se hai bisogno, dimmi pure al telefono.
– No, pensavo… non è che ti avanza un uomo, qualcuno di cui fidarsi, da assegnare a me? Ma preferirei parlartene a voce.
– Passo in ufficio, ma oggi non posso, davvero.
– D’accordo. A presto, allora.
– Ciao, Lorenzo.
– Ciao, Ruggero.
Allora, vediamo di ricapitolare. Un sergente spara a un suo soldato. Ci sono altri quattro commilitoni che assistono al fatto, ma, secondo quello che dice il figlio dell’ucciso, ormai sono tutti morti. Nella tasca della vittima un foglietto scritto in inglese. La moglie della vittima assiste al fatto, ma è deceduta, come pure sua sorella e suo padre, il nonno del bambino. E il piccolo, che è chiuso nel granaio, vede tutto.
Cos’è successo veramente quel 12 agosto del 1944?
Per quale motivo il Procuratore Militare ha insabbiato? Dovrò effettuare delle ricerche. Ho bisogno di un uomo fidato, qualcuno che sappia scavare a fondo. Ci saranno da spulciare decine di pratiche negli archivi, militari e non…
TATTA TA TA TATTA TA TA
Dio mio! Ancora Erminia. Non ce la faccio più.
– Pronto?
– Ciao Lorenzo.
– Erminia!
– Noi dobbiamo parlare…
– Di cosa?
– Non fare così. Lo sai di cosa.
– Ma stiamo parlando.
– Voglio guardarti in faccia.
– Ora non posso.
– Non vuoi.
– Non voglio e non posso. Senti, bisogna che tu capisca. Abbiamo fatto uno sbaglio e …
Ha riattaccato. Urca! Un posteggio. Bene.
Savona all’ora di pranzo
La gente seduta nei dehors dei bar. A consumare un’insalata. Perché Savona è dietetica. Tutti a mangiare insalate carissime nei bar.
Io me ne vado alla tavola calda. È qui, a pochi passi.
Ancora poche decine di metri. Bene. Nemmeno troppo affollata. Ecco il self-service.
Prendo il vassoio. Come in mensa. La mensa militare.
Sì. La mensa.
Una lavata alle mani, il vassoio, la tovaglietta di carta, le posate, il bicchiere…
Tale e quale a una caserma. Una caserma del 1944. La notizia ormai è arrivata: il sergente Auro Finanzio ha ucciso un suo soldato, con una raffica di mitra. È l’ora di pranzo. Il Colonnello è seduto nella mensa ufficiali, accanto al Procuratore Militare. Parlano sottovoce. Nessuno li deve sentire.
Sicuramente bisbigliano i particolari e predispongono un’inchiesta interna. Eh sì! È così che è andata. Fanno radunare gli uomini che hanno assistito alla sparatoria e li ascoltano uno a uno, nel pomeriggio: il Procuratore Militare in piedi, che cammina avanti e indietro, il colonnello seduto su una poltroncina, l’attendente che verbalizza. E se fosse ancora vivo quell’attendente? Magari, anzi, sicuramente, era una giovane recluta…
– Di primo?
Ma sì. Tra i tre è l’unico a non aver nulla da temere. Quanto al Procuratore Militare e al colonnello, saranno morti, o ultracentenari…
– Scusi, di primo?
– Ah, perdoni! No, nulla. Prendo solo un’insalatona.
Per la serie: “Savona dietetica”.
– Ecco. A lei.
– Grazie.
Quindi bisogna ritrovare quell’attendente e me ne devo trovare uno anch’io. Per ricostruire la scena, esattamente come si è svolta. Un attendente che avrà un doppio ruolo, uno ufficiale e uno non dichiarato. Lo metterò nello stesso ufficio di Erminia, accanto a lei, un bel ragazzone. Con gli occhi azzurri…
Le tredici e trenta. Troppo presto. Erminia sta per uscire dall’ufficio. Meglio girovagare ancora un po’.
C’è una strada a Savona che non compare in nessuna carta topografica, ma è la più frequentata di tutte. Si chiama “via dei burocrati”. Lì, avanti e indietro, passeggiano tutto il giorno ex impiegati di ogni genere: anziani funzionari di banca, colonnelli in congedo, dirigenti del catasto o della Questura in pensione. Con l’impeccabile doppio petto, le scarpe lucide, la sciarpa e il cappello. Ogni tanto incontrano qualcuno che conoscono e accennano a fermarsi per conversare. Ma quello prosegue dritto. Ha fretta. Per anni quei dirigenti hanno comandato uffici, diretto servizi, preteso rispetto. Ma era un rispetto forzato, imposto, estorto. Ora che non contano più nulla, cercano negli occhi di coloro che incontrano quello stesso timore, ma invano. Per come si sono comportati, la gente li evita, finge di non vederli, li ignora. Loro continuano a camminare, su e giù, imperturbabili. Fieri, come fossero ancora i burocrati di quel tempo là. Lo stesso sguardo austero, la stessa boria. Per tutto il giorno. Da anni. Implacabili caricature di se stessi avvolte nei loro cappotti.
Anche la morte non si cura di loro e tarda all’appuntamento. Poi, a sera, tornano a casa. A volte picchiano la moglie.
Negozi chiusi. D’altronde è comprensibile: non siamo in una località turistica, né in una metropoli. A Savona i negozi rispettano un orario simile a quello degli uffici. Impiegati del commercio. Eppure dovrebbe essere il contrario. Dovrebbero fornire i loro servizi quando la gente non è al lavoro. Ma cosa vedono i miei occhi? Non è possibile! Un negozio aperto. Le serrande alzate, la luce accesa. Forse stanno facendo dei lavori di ristrutturazione. No, no. È proprio aperto. Una libreria in attività all’ora di pranzo. Orario continuato… evviva!
Entro. Magari trovo un libro che mi faccia compagnia stanotte…
– Buongiorno.
– Buongiorno. Dò un’occhiata…
– Prego.
Carina la commessa. O è la proprietaria?
Carina uguale. Bel nasino alla francese. Anche il seno: a coppa di champagne.
Chissà poi perché si dice alla francese. È piccolo, a punta… il nasino, intendo.
– Ha bisogno d’aiuto, Procuratore?
Si è accorta. Mi ha riconosciuto.
Sorriso, cordiale e anche leggermente imbarazzato.
Avrei bisogno sì! Avrei bisogno di bere da quelle coppe di champagne. Un sorso, un sorsetto, appena. Altro sorriso.
– Io sono qui.
Lo so che sei lì. Hai un effetto deconcentrante. Distogli i miei pensieri dai libri che dovrei guardare.
Ci vorrebbe un libro che rifletta il mio stato d’animo. Ma non posso certo dire alla ragazza che sto cercando qualcosa di triste.
“Ci vorrebbe uno scrittore per ogni vita, un narratore per ogni esistenza…” diceva Esmeralda, mi tornano a mente i suoi discorsi anche la storia del soldato ucciso meriterebbe di essere raccontata.
Qual era quel libro di cui tanto si parla? Quello che ho visto nella libreria del Centro Commerciale? Solo che lo avevano esaurito. Eccolo: L’elenco universale delle cose tristi. Proprio quello che fa al caso mio, vediamo come inizia… uhm, bene… chissà chi è questo Lasalle? Vediamo cosa dice il risvolto di copertina: un sudamericano… che vita avventurosa!
– Prendo questo.
– Ottima scelta, ne vendiamo a bizzeffe.
– Non la fa ridere la parola bizzeffe?
– In effetti!
– Chissà che origine ha questa parola?
– Mah! Un sacchettino?
Ha capito che è per me. Bleffo.
– No, me lo incarti. È un regalo.
– D’accordo.
– Gli altri, i bizzeffe, che dicono? È bello?
– Piace.
– Che bel pacchettino.
– Ecco. A posto, allora.
– Quant’è?
– Dieci euro.
– Tenga.
– Arrivederci, allora, e buona lettura.
– Graz… ma come buona lettura? È un regalo, ho detto.
– Uh già! Che sbadata. Tenga, per farmi perdonare.
– Cos’è?
– Un segnalibro, di Luzzati.
– Se la persona a cui devo regalarlo ce l’avesse già, posso cambiarlo?
– Certo.
– Allora arrivederci.
– Buona giornata.
– A lei.
– Ah, scusi! Sa l’ora?
– Le tredici e cinquanta.
– Ah, ancora una cosa: avete dei libri di storia del Novecento? Testi sul fascismo, la Resistenza, i partigiani, insomma sulla seconda guerra mondiale?
– Guardi in quello scaffale lì.
– Ne sfoglio qualcuno. Anzi no. Prendo questo e questo… li prendo tutti.
– Tutti?
– Facciamo dieci, allora. Non me li fasci. Questi sono per me.